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martedì 9 dicembre 2014

Chiesti 19 anni di carcere per Iñaki Urdangarin. Salva l'Infanta

La Procura Anti Corruzione di Palma di Maiorca ha rinviato a giudizio Iñaki Urdangarin e ha salvato l'Infanta Cristina. Per il Duca di Palma chiede 19 anni e mezzo di carcere, per il suo socio Diego Torres 16 anni e mezzo; il totale degli anni richiesti, per i 14 imputati, è di 103 anni. Sono richieste severissime, arrivate sul tavolo del giudice istruttore José Castro dal Procuratore Pedro Horrach. Del resto, Iñaki per il quale sono state richieste le pene più alte, è già stato ampiamente condannato dai media e, di conseguenza, dall'opinione pubblica, ancora prima di qualunque processo. E sarà molto difficile per l'opinione pubblica accettare una sentenza che preveda un numero minore di anni di carcere: gli animi sono talmente esacerbati che non si parlerà di Giustizia, ma di favoritismo e difesa dei privilegi, all'essere Iñaki genero di re Juan Carlos. La linea sottile tra Giustizia, rancore, vendetta è molto sottile, in tutta questa fosca e losca vicenda.

Secondo Horrach, l'Instituto Noos era una struttura vuota di un contenuto reale, che i soci Urdangarin e Torres gestirono a loro piacimento, al servizio dei loro interessi commerciali (i due soci avrebbero così tradito anche la definizione di Noos, registrata come ente senza fine di lucro). Attraverso Noos, il Duca e il suo socio ottennero denaro pubblico, che poi trasferirono all'estero, utilizzando altre società mercantili di loro proprietà, tra cui Aizoon, di cui Iñaki era co-proprietario al 50% con la moglie Cristina. Ed è qui che iniziano i guai dell'Infanta: Cristina possedeva, e ha utilizzato anche per spese familiari, le carte di credito di Aizoon, e, secondo il giudice Castro non poteva non conoscere le attività illegali del marito. Non la pensa così Horrach, che sostiene non ci siano prove contro l'Infanta e che i sospetti contro di lei, non sostenuti da prove, la lasciano in una posizione indifesa. A Cristina potrebbe essere applicata da Castro la doctrina Botin, che evita il processo all'eventuale imputato in mancanza di accuse promosse dalla Procura (non vale che ci siano, come in questo caso, solo azioni promosse dalla società civile, nel caso di Cristina, dal sindacato di ultra destra Manos Limpias, impegnato a vederla andare a processo sin dall'inizio della vicenda). Horrach compie però un gesto polemico al salvare Cristina e ad accusare Ana Maria Tejeiro, la moglie di Diego Torres, di riciclaggio, chiedendo per lei una condanna di 3 anni: Ana Maria sapeva e Cristina no?

Per l'Infanta, Horrach ha chiesto una multa di 600mila euro, che il suo avvocato ha già fatto sapere sarà pagata 'immediatamente'; pena pecuniaria anche per Urdangarin, che dovrà versare 3,5 milioni di euro.

Il Duca di Palma è accusato di numerosi reati: malversazione, frode all'amministrazione, truffa, riciclaggio, evasione fiscale. Ma 19 anni sembrano essere tanti per un reato fiscale: "Sembra un reato di sangue, no?" è stato il commento a caldo del suo avvocato. Mentre in qualche forum qualcuno si chiedeva se, essendo queste le richieste per chi ha proposto alle autorità pubbliche servizi ed eventi a prezzi esagerati, l'ergastolo sarebbe la pena giusta per le autorità che quelle proposte hanno accettato. L'impressione che, nella durezza delle richieste, abbia contribuito anche l'essere Iñaki chi è, è difficile da scacciare.

Conosciute le richieste del fiscale, toccherà adesso a Castro decidere con quali richieste di pene rinviare a giudizio gli imputati. A causa di questo scandalo, che ha scosso le basi della Monarchia, causandole la più grave crisi da quando è stata ristabilita in Spagna, re Felipe VI ha vietato ai membri della Famiglia Reale di avere alcun lavoro al di là della rappresentanza istituzionale.

lunedì 7 aprile 2014

Spagna: il Governo prepara una legge speciale per l'abdicazione di re Juan Carlos?

Monarchia spagnola di nuovo nel mirino. Dopo La gran desmemoria, il libro di Pilar Urbano, che ha creato più di un imbarazzo alla Zarzuela e che ha suscitato un'ondata di smentite, per aver attribuito un ruolo attivo al re, nella preparazione del clima per il colpo di Stato del 23 febbraio 1981, adesso il sito web vozpopuli.com, svela che è allo studio una legge per l'abdicazione del sovrano.
Della rinuncia di Juan Carlos si parla da tempo: i problemi di salute, gli scandali, il necessario rinnovamento generazionale, di cui hanno dato esempio le monarchie del Benelux, hanno fatto sì che l'abdicazione, per quanto smentita dal re, sia argomento di attualità. Solo che manca una legge organica che possa permetterla, stabilendo i passi necessari e lo status del futuro ex sovrano. I maligni dicono che Juan Carlos rifiuti l'abdicazione proprio per questo: cosa sarà di lui, una volta perduto il trono? Perderà l'irresponsabilità che gli garantisce di non essere chiamato in causa dai giudici, neppure per il riconoscimento di paternità, come pretendono due presunti figli naturali? Potrebbe denunciarlo qualunque cittadino, per avere le idee più chiare sul 23-F, sulle sue pericolose amicizie orientali e sull'incredibile aumento del suo patrimonio personale?
Secondo vozpopuli, il Governo spagnolo sta compiendo i primi passi che porterebbero Felipe sul trono spagnolo. Una delle prime misure, piuttosto polemiche, è stata la decisione di inserire la regina Sofia e i Principi delle Asturie tra le persone che, in caso di problemi con la Giustizia, saranno giudicate da un tribunale speciale, "la Sala Seconda del Tribunal Supremo", "lontano dagli organi giudiziari che giudicano il resto dei cittadini", spiega il sito web in un articolo firmato dal giornalista Jesús Cacho. E' un privilegio, quello di essere giudicati dalla Sala Seconda del Tribunal Supremo, che hanno circa 10mila spagnoli, tra ministri, parlamentari e una lunga lista di alte cariche dello Stato. Ed è un privilegio che recentemente l'UPyD ha chiesto inutilmente di cancellare. Mentre si discute dell'impunità del Re, chiedendosi se sia giusto che abbia questo privilegio, il Governo blinda anche la regina e i Principi. Non che si sospetti che abbiano fatto qualcosa di illegale, ma dovesse mai succedere, anche loro godranno del privilegio di un tribunale speciale. Il che non è molto simpatico, in tempi di impopolarità della monarchia.
Ma questo è un tema da niente, considerando quello che si sta preparando per la figura di re Juan Carlos, sostiene Cacho. Il PP e il PSOE sarebbero "aperti alla possibilità di preparare e far approvare, con un amplissima maggioranza, una Legge d'Abdicazione, che, tra le altre cose, blinderebbe la persona del Monarca nel caso decida di abdicare, estendendogli a tutta la vita quell'inviolabilità inserita nella Costituzione. Si tratta di un'operazione di grande importanza, di cui sono al corrente le più alte istituzioni dello Stato e la cui materializzazione richiede il suo tempo. L'unica condizione che i leaders di entrambi i partiti hanno posto, per avviare l'iniziativa, è che il Re faccia un gesto, dia un segnale in direzione dell'abdicazione. Il Principe si manifesta disponibile ad aspettare il necessario". Le fonti assicurano a vozpopuli.com che il Principe “non vuole accelerazioni, davanti al nervosismo che manifesta la principessa Letizia, una donna superata dagli eventi, la sovraesposizione e la pressione delle reti sociali e dei mezzi di comunicazione".
L'operazione-abdicazione sarebbe sempre d'attualità e "piena di logica", nonostante "le smentite ufficiali"; vozpopuli.com ipotizza addirittura che la rinuncia al trono di re Juan Carlos potrebbe prodursi in questa legislatura, perché "nella prossima sarà molto difficile, con un Parlamento così frammentato come quello che pronosticano i sondaggi, arrivare all'accordo che l'establishment dovrà raggiungere per renderla possibile".
E che l'abdicazione del Re sia necessaria, per la solidità della monarchia, lo mette in evidenza anche la polemica causata dal libro di Pilar Urbano. E' uno scandalo, scrive vozpopuli.com, che mostra "la fragilità della figura del Re come Capo di Stato, più che mai sottoposto al fuoco incrociato delle migliaia di scandali, di ogni tipo, che nell'ombra si sono gestiti da quando è salito al trono". Che sia vera o no l'accusa di una sua partecipazione attiva alla caduta del Governo Suárez e il suo appoggio a un eventuale Governo del generale Armada, il libro di Urbano, a cui vozpopuli.com nega grande credibilità, "ha avuto come effetto quello di rovinare la spettacolare campagna di immagine disegnata dalla Zarzuela intorno al cadavere del presidente Suárez". La gran desmemoria ha causato una valanga di smentite, con un comunicato firmato da ex ministri e collaboratori di Adolfo Suárez e con una lunga intervista rilasciata ieri da Adolfo Suárez jr a El Mundo. Da Planeta, la casa editrice del libro, affermano che nel libro non c'è niente di quanto sostenuto da Pilar Urbano nell'intervista a El Mundo, che ha causato tanto clamore.
Fatto sta che il libro ha rimesso il 23-F nel punto di rimira, ha riacceso i riflettori sui dubbi del ruolo di Juan Carlos nelle settimane drammatiche che prepararono il 23-F, ha riportato in primo piano i sospetti sulla sua partecipazione allo stesso golpe, fermato dal suo intervento solo in extremis. Il che, conclude vozpopuli.com, non è un bene in un Paese che sta affrontando una durissima crisi economica e sociale e che non ha più grande fiducia nelle proprie istituzioni. "E' chiaro che le forze vive del regime sono salite lancia in resta a difendere il Re, segnale evidente dell'estrema fragilità della figura dle Monarca e della stessa debolezza istituzionale della Corona, per non parlare del silenzio dei gruppi mediatici tradizionali" scrive nelle sue ultime righe Jesús Cacho "In queste condizioni, una decisione intelligente da parte di queste forze vive dovrebbe passare per l'accelerazione, per quanto possibile, della Legge d'Abdicazione, per permettere quanto prima l'arrivo del Principe Felipe al trono. Questo, ovviamente, se li preoccupa il mantenimento della pace sociale. Perché, a eccezione del 23-F, la maggior parte degli errori compiuti dal Monarca in questi decenni, non è ancora uscita alla luce. Qualunque ritardo nella sostituzione del Capo dello Stato equivale a giocare con il fuoco"


lunedì 10 febbraio 2014

El Pais: Santiago Calatrava, simbolo e metafora di una Spagna sprecona e ubriaca di falso potere

Non c'è solo l'Infanta Cristina, come simbolo della Spagna ricca, potente e sprecona, che si credeva impune e che è precipitata nelle aule di Giustizia. El Pais porta oggi come esempio e specchio di quella Spagna gaudente e arrogante anche l'architetto Santiago Calatrava, definito "il miglior riflesso delle arie di grandezza provocate in altri tempi dai miraggi politici".
Calatrava era "un valore spagnolo che trionfava nei cinque continenti con le sue opere faraoniche e vistose; e le Amministrazioni Pubbliche domestiche disponevano di denaro sufficiente per esigerre ponti, musei e palazzi (oltre alla presunta deviazione di una parte di quei soldi alle proprie tasche) con cui lasciare una traccia indelebile".
Per la carriera di Santiago Calatrava, prosegue El Pais, ci sono due anni e una città chiave: il 1999, quando ha ottenuto il Premio Principe de Asturias per le sue ammirate costruzioni, e il 2014, quando è stato condannato a pagare un indennizzo di 2,96 milioni di euro per gli "strepitosi" errori di costruzione del Palazzo dei Congressi di Oviedo, la stessa città in cui gli è stato consegnato il Principe de Asturias. 
Tra le due date, "Calatrava è andato perdendo la sua reputazione a furia di carenze strutturali, sovraccosti e denunce". Nella lista dei contenziosi ci sono "tre ponti in Olanda, che sono stati riparati per ossidazione, gocciolio e umidità nelle cantine di Ysios, nei Paesi Baschi, una denuncia del Comune di Venezia per un ponte il cui suolo scivoloso è pericoloso". Ma il peggio sta succedendo nella sua città natale, a Valencia, dove gli usuali problemi delle sue architetture vanno di pari passo con le rivelazioni dei legami tra politica, malversazioni e assegnazione di lavori, dei legami insomma, tra il PP, che governa la regione e la città da anni, e la corruzione.
"La denuncia di pagamenti fantasma a Calatrava da parte dell'ex presidente Francisco Camps è stato il detonante per spingere Calatrava (e il suo denaro) ad abbandonare la Spagna e a rifugiarsi in Svizzera" scrive El Pais. Il c'eravamo tanto amati del celebre architetto e della regione finisce nei Tribunali, con una richiesta di indennizzo per i difetti del Palau des Arts, un tempo simbolo dell'architettura avveniristica di Calatrava e oggi icona del suo declino e dei suoi errori.
"Calatrava è oggi un'impresa impegnata in decine di opere in tutto il mondo, molte delle quali fatte benissimo. Ma i suoi errori sono di tale portata che è difficile difendere la sua maestria tecnica e rappresentano come nessun altro lo spreco di tutta un'epoca in cui una certa Spagna si è ubriacata di un falso e ingannevole potere" conclude El Pais.


domenica 9 febbraio 2014

Il sorriso dell'Infanta Cristina, che non è piaciuto agli spagnoli. L'urgenza della sua rinuncia ai titoli

L'Infanta Cristina è stata interrogata ieri dal giudice José Castro, che indaga sullo scandalo dell'Instituto Noos, un ente senza scopo di lucro, di cui era presidente suo marito Iñaki, che si è intascato vari milioni di euro in denaro pubblico per eventi mai organizzati o con fatture gonfiate per spiegare le somme ottenute (Rotta a Sud Ovest sta seguendo l'evolversi di queste indagini sin dal loro inizio, potete leggere i post nella sezione Scandali). La secondogenita di re Juan Carlos e della regina Sofia è indagata per riciclaggio di denaro e frode fiscale: è coproprietaria al 50% con il marito di Azoon, una società attraverso la quale sono transitati centinaia di migliaia di euro, provenienti da Noos, per essere usati in spese familiari o per essere trasferiti all'estero, senza essere dichiarati al fisco spagnolo.
All'Infanta sono state presntate decine di fatture, sono state mostrate le sue spese, sono state poste domande precise, pare varie centinaia, e lei la maggior parte delle volte ha cercato di cavarsela con "non so, non ricordo, non mi risulta", così come riporta anche la stampa italiana. L'Infanta sembra aver perso il controllo di sé solo in due occasioni, secondo i media spagnoli: quando le è stato chiesto del prestito di re Juan Carlos, 1,2 milioni di euro, per comprare la palazzina di Pedralbes in cui ha vissuto con la sua famiglia fino al trasferimento in Svizzera, e quando le è stato chiesto se non si è mai resa conto di essere stata usata come 'scudo fiscale' (cosa che lei ha negato, nel senso che non si è mai sentita utilizzata in questo senso).
La strategia di difesa di Cristina è chiara e si basa sull'amore: lei non sapeva, si fidava ciecamente del marito e firmava tutto quello che c'era da firmare senza leggere, perché glielo chiedeva lui, l'amatissimo Iñaki. I media mostrano indignazione, sostenendo che questa strategia denigra la donna. E sarà anche vero, ma quante donne, onestamente, non fanno la stessa cosa per evitarsi la fatica di approfondire, per disinteresse verso gli argomenti economici "perché tanto se ne occupa lui", per fiducia verso il compagno, più esperto e più attento? Che Cristina abbia fatto la stessa cosa è del tutto plausibile e persino comprensibile, proprio perché si tratta di un atteggiamento diffuso tra molte donne di tutte le generazioni. Non è affatto accettabile né giustificabile che lo abbia fatto un'Infanta di Spagna, settima nella linea di successione al trono.
Come membro della Famiglia Reale spagnola, Cristina avrebbe dovuto vegliare che ogni suo atto, ogni sua firma, sotto qualunque documento, fosse inattaccabile e irreprensibile da un punto di vista etico, morale e legale. Il fatto che abbia delegato ogni decisione dell'economia familiare al marito, così come lascia percepire la sua strategia di difesa, dimostra che non è all'altezza del suo ruolo di membro della Famiglia Reale in linea di successione del trono. Ergo, sarebbe bene che Cristina iniziasse a pensare seriamente alla rinuncia dei suoi diritti dinastici.
In questi mesi si è molto discusso della necessità di separare l'Infanta dalla Famiglia Reale, in modo da salvare la Monarchia e dimostrare che sa farsi carico delle sue mele marce e sa presentarsi davanti all'opinione pubblica come un'istituzione davvero esemplare. Dalla Zarzuela hanno fatto sapere ripetutamente di non aver mai esercitato pressioni su Cristina né per il divorzio da Urdangarin né per la sua rinuncia ai diritti dinastici. E la Duchessa sta dimostrando la sua mediocrità, il suo egoismo e, sostanzialmente, la sua inadeguatezza, al non presentare spontaneamente e di propria volontà la sua rinuncia. 
Ma la cosa che non è davvero andata giù all'opinione pubblica, è il sorriso con cui Cristina si è presentata all'interrogatorio. E' scesa verso la porta del Tribunale in auto, evitandosi la discesa sotto i flash e le telecamere di tutto il mondo, ha percorso undici passi, ha sorriso e dato il buongiorno ai presenti, ha stretto la mano a uno dei suoi avvocati, che l'aspettavano sulla soglia, ed è entrata. Indossava un sobrio tailleur pantalone ed era struccata, così come è tendenzialmente il suo gusto personale. Cinque ore dopo, è uscita con lo stesso sorriso, dicono un po' più sollevato, ha stretto le mani alle guardie di sicurezza, ha ripercorso i suoi undici passi fino all'auto e si è allontanata.
Se non avessimo saputo che il suo era un appuntamento con un giudice che la indaga, avremmo pensato che l'Infanta stava inaugurando qualche orfanotrofio, così come ha fatto fino a pochi anni fa, quando lo scandalo l'ha allontanata dagli atti ufficiali della Famiglia Reale, commenta El Mundo. Era il caso di sorridere? Cosa aveva da sorridere, Cristina, primo membro della Casa Reale spagnola a essere indagato e a essere interrogato dai giudici? Si chiedono oggi un po' tutti.
E' chiaro che l'Infanta voleva dimostrare sicurezza e tranquillità e trasmettere un messaggio di fiducia e di innocenza. Ma il sorriso è risultato essere qualcosa di troppo, di fastidioso, ancora una volta di inadeguato alle circostanze.
Dalla Zarzuela, nessun commento sulla deposizione di Cristina, sulle foto 'rubate' del suo interrogatorio, registrato solo per audio e non per video, e pubblicate oggi su El Mundo (ma Castro ha già avviato un'indagine per sapere chi sia l'autore del video da cui è stato tratto il fotogramma pubblicato da El Mundo), sulla presenza della stampa internazionale a Palma di Maiorca. L'Infanta è stata abbandonata al suo destino, almeno all'apparenza. E sarebbe meglio che la Casa Reale iniziasse a esigerle la rinuncia ai titoli e ai diritti di successione, così da placare l'opinione pubblica e da dimostrare che sì, la Monarchia può essere un'altra cosa e può essere esemplare anche in questo momento storico, in cui la Spagna deve liberarsi delle sue mele marce, della sua dirigenza corrotta, per aprire un nuovo capitolo.


sabato 8 febbraio 2014

L'Infanta Cristina davanti ai magistrati del caso Noos: il D-Day della Monarchia spagnola

Cristina o Letizia, chi ha fatto più danno alla Monarchia spagnola in questi anni? Lo chiedi alle amicizie spagnole e loro non hanno dubbi. Per quanto nessuna di loro faccia i salti di gioia al vedere un giorno Letizia Ortiz sul trono di Spagna, come regina consorte, tutti assicurano che nessuna come l'Infanta Cristina. Letizia avrà plebeizzato la Monarchia, l'avrà anche volgarizzata, come dice il più insistente dei suoi critici, il giornalista Jaime Peñafiel, l'avrà uguagliata al popolo verso il basso, ma è stata Cristina a far cadere la benda da davanti agli occhi di chi credeva che la Famiglia Reale fosse quella raccontata da Hola. "Sono successe contemporaneamente troppe cose, la crisi economica, il re che va a caccia di elefanti, Iñaki che rubava il denaro pubblico e Cristina che lo spendeva" si diceva qualche giorno fa in una conversazione. Letizia, in fondo cosa ha fatto di male? "Ha sbagliato qualche vestito, ma siamo onesti, è la più pulita della famiglia, anche se, con quello che sta succedendo non metterei la mano sul fuoco per nessuno di loro. Sono una famiglia corrotta, il paradigma della Spagna di cui ci dobbiamo liberare, se vogliamo tornare a credere in noi come Paese" diceva qualcun altro nella stessa conversazione. 
Ci vorrebbe una catarsi nazionale, con una nuova Monarchia, magari rifondata da Felipe (con o senza Letizia? questo è un altro punto interrogativo), che si liberi degli errori del passato. E il più mediatico di tutti è il caso Noos. Oggi Cristina sarà finalmente davanti al giudice José Castro, che sta indagando sull'Instituto Noos e sulle società satelliti, ipotizzando tutta una serie di reati che vanno dalla malversazione all'evasione fiscale. Cristina è indagata per riciclaggio di denaro e frode fiscale. E' il primo membro della Famiglia Reale spagnola che dovrà dichiarare davanti a un giudice. Per mesi la Zarzuela non ha saputo come gestire la situazione, niente affatto aiutata da Cristina, che avrebbe liberato il padre del pesante fardello se avesse divorziato dal marito o se avesse rinunciato ai diritti dinastici. 
Non che adesso la Casa Reale abbia imparato a gestire gli eventi. E' anzi sopraffatta dal susseguirsi degli avvenimenti, tutti negativi per la Monarchia: la salute malferma di re Juan Carlos, su cui cui tenta continuamente di rassicurare, il matrimonio dei Principi delle Asturie, dato in netta difficoltà, nonostante un portavoce della Casa abbia detto che si tratta di alti e bassi normali (e giù nuovo gossip sulla frase), l'impopolarità crescente dell'istituzione. Su tutto il Caso Noos, che ha ridato fiato a vecchi sospetti di corruzione della Famiglia Reale, a cominciare dalla fortuna del Re, dalle origini poco chiare, per continuare con le commissioni che gli amici sceicchi arabi compiacenti gli avrebbero sempre fatto avere per il petrolio e per i contratti firmati con le industrie spagnole. "Se Cristina ha fatto quello che ha fatto è perché lo ha visto in casa" Quante volte avrò ascoltato questa frase in questi anni, pronunciata da persone diverse, in conversazioni diverse, con convinzione sempre maggiore, mano a mano che si avvicinava l'avvio delle indagini sull'Infanta?
E adesso Cristina, che non ha saputo scegliere tra l'istituzione che rappresenta e il marito di cui è innamorata, è stata abbandonata un po' al suo destino. Ha passato buona parte della settimana a Barcellona, dove non è stata raggiunta da nessun familiare, per preparare la sua difesa; a Palma di Maiorca, non dormirà a Marivent; sarà accompagnata solo dai suoi legali e da nessun membro della Casa. 
Per El Mundo si tratta del D-Day dell'Infanta e della Monarchia. Tutto è stato negoziato e deciso con cura, in un delicato equilibrio tra i diritti dell'Infanta, le attese dell'opinione pubblica, le esigenze della Giustizia. Per esempio, per arrivare alla porta del Tribunale, c'è una breve discesa, che può essere percorsa a piedi o in auto; è stata negoziata anche quella: il Tribunale non si oppone se Cristina deciderà di scendere in auto; l'opinione pubblica si aspetta che lo faccia a piedi, perché non deve avere alcun privilegio, anche se la sensazione netta è che voglia la pubblica umiliazione dell'Infanta. Perché, siamo seri: davvero se percorre quel pezzo di strada in auto gode di un privilegio?! ma quanti indagati scendono quel pezzo di strada avendo intorno a sé decine di giornalisti provenienti da ogni parte del mondo, attenti a ogni espressione e a ogni sguardo, come in un giardino zoologico? Davvero, in questo caso, Cristina non sarebbe un po' meno uguale degli altri? E' solo un esempio dei tanti possibili su come la difesa ossessiva della presunta uguaglianza dei cittadini sia in realtà una sorta di rivalsa. 
Si sta assistendo a uno spettacolo da panem et circenses, con la folla che vuole umiliare Cristina, per aver rotto l'incantesimo di una Famiglia Reale bella e perfetta, per essere, in fondo, il simbolo della Spagna ricca, ammirata e invidiata, che per ingordigia è finita nel fango. Oggi c'è lo spettacolo della secondogenita di un sovrano interrogata da un uomo di Giustizia per una vile e volgare questione di denaro, indegna di una Famiglia Reale e, comunque, di un familiare del Capo dello Stato. Poi, finito l'isterismo collettivo per la deposizione, si spera si possa andare avanti, si possano analizzare con più lucidità le funzioni dell'istituzione e si possa parlare con più serenità dell'eventuale abdicazione di Juan Carlos. Matrimonio di Felipe permettendo, perché, chiaro, non c'è solo Cristina a togliere il sonno ai pompieri della Zarzuela.


martedì 7 gennaio 2014

L'Infanta Cristina di Spagna indagata per frode fiscale e riciclaggio di capitale. Interrogata l'8 marzo

Ieri i più maliziosi si chiedevano se il vero regalo dei Re Magi alla Famiglia Reale sarebbe arrivato oggi, riferendosi alla possibile iscrizione dell'Infanta Cristina nel registro degli indagati da parte del giudice José Castro, nell'ambito delle indagini sul caso Noos (lo scandalo, che coinvolge i Duchi di Palma, accusati di utilizzare l'Instituto Noos, un ente no profit, per captare denaro pubblico e trasferirlo all'estero, per evadere le tasse, è seguito da Rotta a Sud ovest sin dal suo esordio, nella sezione Scandali). E puntuale, stamattina, è arrivata l'iscrizione, da tempo attesa.
Il giudice Castro indaga la secondogenita di Re Juan Carlos nel caso Noos, per il quale il marito è stato imputato un paio di anni fa, per frode fiscale e riciclaggio di capitale. Cristina è stata citata al Tribunale di Palma di Maiorca l'8 marzo 2014 alle 10, per essere interrogata.
Il magistrato inquirente aveva già provato a indagare l'Infanta ad aprile 2013, suscitando la 'sorpresa' della Zarzuela, ma la Fiscalía Anticorrupción lo aveva bloccato, ricorrendo l'imputazione. E' stata la prima volta che una Procura ha presentato ricorso contro le indagini di un suo giudice. E' stato un gesto che è costato alla Monarchia più della stessa imputazione dell'Infanta: il rapido ricorso ha lasciato agli spagnoli la sensazione che la Giustizia non sia uguale per tutti ed è costato a re Juan Carlos buona parte della popolarità perduta. "Si sta comportando come un padre, non come il Re" dicono in tanti, non necessariamente sui giornali o sulle reti sociali.
Castro non si è arreso e ha continuato a indagare, per verificare se Cristina poteva essere responsabile di reati fiscali e di riciclaggio di capitale in Aizoon, la società che controlla al 50% con il marito Iñaki Urdangarin e attraverso la quale sono passati buona parte dei milioni di euro ottenuti dall'Insitituto Noos dalle istituzioni pubbliche e trasferiti all'estero, per non pagare le tasse spagnole. Nel corso delle indagini, si è scoperto che Cristina si è servita delle carte di credito di Aizoon per le sue spese private, dalla ristrutturazione della casa, ai viaggi, all'abbigliamento, inserendo queste spese nella contabilità della società. Grazie alle filtrazioni sulla stampa, l'opinione pubblica spagnola ha potuto farsi un'idea dello scarso senso etico con cui i Duchi di Palma si sono mossi negli anni scorsi, quando la Spagna era un Paese ricco, "da mungere", come mi è stato detto recentemente, e si pensava che tutto fosse possibile e che l'impunità fosse garantita dalla posizione sociale. Così non è stato, almeno per i Duchi di Palma.
Pochi giorni fa la Zarzuela aveva chiesto al giudice Castro di chiudere al più presto le indagini del caso Noos, ritenendo che dovesse avere ormai gli elementi sufficienti per conclusioni e rinvii a giudizio. La richiesta partiva da un dato di fatto: lo scandalo che coinvolge Iñaki e Cristina è un 'martirio' per la Monarchia.  La prima reazione della Zarzuela all'imputazione di Cristina è stata di 'rispetto per la decisione del giudice'. Adesso gli occhi di tutti sono puntati sull'8 marzo, quando per la prima volta nella storia, un'Infanta di Spagna varcherà la soglia di un Tribunale come imputata. 


domenica 5 gennaio 2014

Sondaggio di El Mundo: cade la popolarità di re Juan Carlos (e di Letizia). La maggioranza chiede l'abdicazione

Re Juan Carlos compie oggi 76 anni ed El Mundo gli offre, come regalo di compleanno, un sondaggio devastante, in cui si sostiene che la monarchia si salva solo con l'abdicazione. 
Per la prima volta meno della metà degli spagnoli sostiene la monarchia come forma dello Stato: rispetto all'anno scorso il sostegno è sceso di cinque punti, fino al 49,9%. E anche la simpatia per re Juan Carlos è in caduta libera: adesso è al 41,3%, 9 punti in meno rispetto a un anno fa. E' aumentato in modo clamoroso il sostegno alla sua abdicazione, arrivando al 62% degli intervistati, ben 17 punti in più rispetto all'anno scorso. 
El Mundo sottolinea che questo sondaggio è stato effettuato tra il 28 e il 31 dicembre 2013, cioè subito dopo il discorso di Natale di Juan Carlos, il meno visto degli ultimi 15 anni, e dimostra, pertanto, come le sue promesse su esemplarità e trasparenza non abbiano convinto gli spagnoli. 
Il sostegno al Re è precipitato negli ultimi anni ed El Mundo individua una data, che ha segnato la svolta: il 14 aprile 2012, quando Juan Carlos è caduto nel Botswana e gli spagnoli hanno scoperto come il loro Capo di Stato si dava al lusso e al divertimento, accompagnato da una signora che non era la regina, mentre buona parte di loro viveva le angustie della crisi e della disoccupazione. "Nei primi tre mesi del 2012 c'era un legame chiarissimo con l'istituzione: il 76% aveva una visione positiva del Re, il 70% del Principe e il 60% della Monarchia. Meglio impossibile. Gli spagnoli vedevano in don Juan Carlos un simbolo di stabilità" scrive il quotidiano. Poi è arrivata la desilusión del viaggio in Africa, sono aumentati i sospetti sulla partecipazione dell'Infanta Cristina agli affari del marito Iñaki, definiti poco etici dalla stessa Zarzuela e la situazione è precipitata. Per Juan Carlos la brutta notizia è che il 69,4% degli spagnoli ritiene che non sarà in grado di ridare prestigio all'istituzione e una delle cause è lo scandalo che coinvolge i Duchi di Palma. Proprio ieri la Zarzuela ha chiesto al giudice José Castro di fare in fretta e di arrivare ai rinvii a giudizio, perché questi anni di indagini sono stati "un martirio". La popolarità di Cristina e Iñaki è in caduta libera: lui è inviso al 93% dei compatrioti, lei al 66%. "L'immensa maggioranza pensa che ci siano motivi per imputare Cristina, ma che la Giustizia le stia dando un trattamento di favore. Ben il 90% degli intervistati crede questo. Bisogna ricordare che la Casa del Re mostrò 'sorpresa' per la decisione del giudice Castro di imputare l'Infanta, lo scorso aprile ed espresse la sua 'assoluta conformità' alle tesi della Procura, contraria all'imputazione. Lo scontento degli spagnoli per questa reazione della Zarzuela spiega in buona misura che la maggioranza, il 69,4%, creda che il Re non potrà recuperare il prestigio della Monarchia e il 62% sia favorevole alla sua abdicazione".
Insomma, l'era di re Juan Carlos è finita ed è ora di voltare pagina: la maggior parte degli spagnoli è favorevole all'abdicazione (la percentuale sale al 78,5% tra i giovani di 18-29 anni, i meno legati all'istituzione) e il 56,2% ha una visione cattiva, pessima o mediocre del suo regno (il che è ingeneroso, possiamo dirlo).
A salvare la Monarchia ci dovrà pensare il Principe Felipe, che con sua madre, la regina Sofia, tiene alta l'immagine dell'istituzione. La loro popolarità è addirittura aumentata di cinque punti rispetto all'anno scorso: la regina Sofia, il membro più popolare della Casa Reale, si trova al 67%, l'erede al trono è arrivato al 66,4%, praticamente allo stesso livello. Su Felipe si concentrano le speranze: il 56,6% degli spagnoli ritiene che potrà restaurare il prestigio dell'istituzione e il 73,3% vede favorevolmente il suo sempre maggiore protagonismo, dovuto anche ai problemi di salute del padre. Felipe, del resto, risulta sempre impeccabile: disinvolto e sorridente, non ha la simpatia istantanea del padre, viene fuori alla distanza, ma in questi lunghi anni di apprendistato ha saputo creare una rete di rapporti, sia a livello nazionale che internazionale, con cui si è guadagnato rispetto e stima. 
Il suo anello debole continua a essere la moglie: Letizia Ortiz Rocasolano piace solo al 50,1% degli spagnoli, un punto in meno rispetto all'anno scorso; il 43,6% non la apprezza. Perché? si chiede El Mundo, che sottolinea come non abbia "fatto niente di apertamente scandaloso né realizzato azioni che siano andate a danneggiare l'istituzione". Il quotidiano ritiene che l'antipatia che genera sia causata dal suo aspetto fisico, dalle operazioni estetiche che hanno cambiato il suo volto, facendo percepire "un atteggiamento più distante e freddo". Non l'hanno "aiutata le indiscrezioni sui suoi problemi con il Principe e sulle sue uscite con le amiche di sempre, così come le accuse familiari in pubblicazioni 'pirata'. Né contribuiscono la sua estrema magrezza e la sua ansia di perfezionismo, che aumentano la ieraticità che sembra circondarla".


sabato 28 dicembre 2013

Valencia denuncia Santiago Calatrava: chiuso il Palazzo delle Arti per caduta della facciata

Ci sarà qualche opera di Santiago Calatrava che non crea polemica e, soprattutto, non finisce in Tribunale? Dopo il ponte Zubizuri di Bilbao, il Palazzo dei Congressi di Oviedo e il ponte di Venezia, ecco che arrivano i guai con l'opera più emblematica e famosa dell'architetto valenciano. Il Palazzo delle Arti del complesso della Città delle Arti e della Scienza, costruita nella sua Valencia, ha chiuso i battenti a tempo indeterminato a causa della caduta di parte della sua facciata. Il forte vento spirato a Valencia nei giorni scorsi, con raffiche che hanno superato i 100 km/h, ha provocato la caduta del mosaico-rivestimento della facciata, 20mila metri quadrati di piccoli pezzi di ceramica, il cosiddetto trencadís, causando la chiusura dell'edificio al pubblico.
Il Palau de les Arts è stato inaugurato nel 2005, ha sempre creato problemi per l'acustica interna, ma è diventato in pochi anni una delle opere simbolo della nuova Valencia. Una Valencia corrotta e sprecona, che ha versato fiumi di denaro pubblico in eventi mediatici come il Gran Premio di Formula 1, la Coppa America o la visita del Papa e in costruzioni mirabolanti, come, per esempio, lo stesso complesso della Città delle Arti e della Scienza. Finito il denaro pubblico e scoperta la corruzione dei vertici della Generalitat e del PP, Valencia si trova a fare i conti con il nulla rimasto: la chiusura della tv pubblica, per anni foraggiata dal clientelismo del PP, e, adesso, la chiusura più simbolica, quella del Palau de les Arts, venuto giù per il vento, emblema casomai ci fosse bisogno di un ulteriore emblema, del declino di Santiago Calatrava. La costruzione del Palau è costata alle arche pubbliche circa 478 milioni di euro, quattro volte di più di quanto stabilito (c'è un'opera di Calatrava realizzata nei tempi e nei costi previsti nella progettazione?).
Adesso il Palau è chiuso al pubblico per questioni di sicurezza e tutte le attività culturali in programma sono state sospese (sembra però che riprenderanno per il 2014, dato che il 2 gennaio inizieranno le prove della Manon Lescaut, con Plácido Domingo, in programma dal 2 febbraio 2014). La struttura era già transennata da marzo, a causa delle rughe apparse nella copertura della facciata e attribuite dal Governo regionale a difetti costruttivi, per cui aveva chiesto a tutti i soggetti che avevano partecipato alla costruzione di riparare i problemi. 
Adesso la Comunitat Valenciana ha deciso di passare alle maniere forti e ha denunciato Santiago Calatrava e le imprese che hanno costruito il Palau e chiederà loro responsabilità legali per la caduta della facciata e i problemi con il trencadís, che si registrano dall'inizio dell'anno. La decisione formale verrà presa l'8 gennaio, alla prima riunione del Governo regionale. L'opposizione si è intanto scatenata, facendo presenti tutti i problemi della Città delle Arti e della Scienza, a cominciare dalle perdite d'acqua, che si registrano da anni, e accusando il PP di paralisi, dato che non ha risolto in tempo i problemi della facciata registrati dall'inizio dell'anno (né lo studio di Calatrava né le imprese costruttrici volevano pagare le riparazioni). 
"E' intollerabile che tutto cada a pezzi, con il budget quadruplicato che si è assicurato. Non è ragionevole e ci sono responsabilità politiche che non sono di Calatrava" ha commentato il segretario generale dei socialisti valenciani Ximo Puig. Per Calatrava, un'altra croce nel declino della sua reputazione internazionale e nel fascino che esercitavano le sue architetture avveniristiche nell'immaginario dello scorso decennio.



giovedì 21 novembre 2013

Vanity Fair España: come Iñaki Urdangarin e l'Infanta Cristina facevano affari in famiglia. Le emails inedite

"Iñaki Urdangarin e Cristina de Borbón erano molto di più di un matrimonio unito nella salute e nella malattia. Erano un'impresa" scrive l'edizione spagnola di Vanity Fair sul suo sito web, anticipando l'articolo che sarà in edicola da domani, nel numero di dicembre.
Mentre sui media spagnoli impazza la polemica sul reale coinvolgimento dell'Infanta Cristina negli affari del marito e mentre si assiste a un'inedita lotta tra il magistrato che sta indagando sulle trame dell'Instituto Noos e la Procura, che cerca di frenare ogni tentativo d'imputazione di Cristina, Vanity Fair pubblica in esclusiva alcune emails finora inedite, scambiate tra alcuni membri della Famiglia Reale spagnola. Sono comunicazioni tra Iñaki, il Re e la Regina che dimostrano che i sovrani non solo sapevano, ma aiutavano il genero a concludere i suoi affari, quando potevano.
Per esempio. Il 12 ottobre 2007, dopo aver assistito agli atti del Dia de la Hispanidad, insieme al resto della Famiglia Reale, Urdangarin scrive al suo socio Diego Torres, chiedendogli di vedersi in mattinata, anche se è finesettimana perché "SM (Sua Maestà) mi ha parlato di un possibile patrocinatore importante e, all'andare via domenica, voglio lasciarlo ben sistemato nelle tue mani. So che è sabato, ma sarà un minuto".
Vanity Fair spiega che, dalla documentazione a cui ha avuto accesso, risulta che Juan Carlos era riuscito ad avere 110 milioni di euro, probabilmente dal re saudita Abdallah, "grande amico di don Juan Carlos, che il Monarca spagnolo aveva visto quell'estate a Marbella"; il denaro serviva per finanziare un chiodo fisso del Duca di Palma: la creazione di Ayre, una nuova squadra spagnola con cui partecipare alla Coppa America di vela, in quegli anni ospitata da Valencia.
"Per Urdangarin ottenere tutti gli sponsor di Ayre poteva dare a Noos, un percentuale di guadagno pari al 10%, secondo gli standard del mercato. Circa 11 milioni di euro" scrive Vanity Fair. In un'altra email Iñaki chiede prudenza a un amico che ha già annunciato, "in determinati circoli",  l'interesse della Famiglia Reale nel progetto, anche se gli conferma che "SM è tornato a dirmi della voglia che ha che l'iniziativa vada avanti".
Ma non era solo Juan Carlos ad aiutare il Duca di Palma; ci sono emails che sembrano provare che anche il Re ricorreva ai contatti del genero, pero poter concludere le cose che lo interessavano. In una risposta a Juan Carlos, Iñaki gli annuncia di aver parlato al signor Woodhead di Sotheby's e che gli racconterà i dettagli a Madrid. Probabilmente il Re stava cercando contatti con Sotheby's per vendere alcuni gioielli di famiglia, "anche se Sotheby's non ha voluto confermare il dato, quando, alla fine del 2012, ha messo in vendita un braccialetto di perle e diamanti appartenuto alla regina Vivtoria Eugenia, annunciando però che apparteneva alla Famiglia Reale".
C'è anche un'email con cui la Regina Sofia si congratula con Iñaki per l'inizio delle attività di Noos. Cosa sapeva la Famiglia Reale e cosa sapeva l'Infanta? Si chiede Vanity Fair. E si risponde con una nuova rivelazione: la sede di Noos è stata scelta da lei ed è stata sempre lei a utilizzare i propri contatti per aiutare il marito.
Il Duca di Palma non si fermava davanti a niente e sembrava una macchina ossessionata dai soldi e dalle commissioni, capace di utilizzare i propri contatti per qualunque occasione in cui ci fossero denaro e vantaggi. Ha cercato di aiutare Gwyneth Paltrow, un tempo, si dice, fiamma del principe Felipe, per girare il suo programma gastronomico on the road a Valencia; ha presentato a ESADE, una scuola per imprenditori, un programma per aprire una sede negli Emirati Arabi con lui come rappresentante ufficiale e con la richiesta di "avere una commissione per ogni alunno matricolato".
Vanity Fair mette fine alle speculazioni sull'addio al celibato di Felipe. I Principi delle Asturie si sono sposati il 22 maggio 2004, solo due mesi dopo gli attentati di Atocha, avvenuti l'11 marzo: molti festeggiamenti annunciati furono cancellati per rispetto al dolore delle vittime e dei familiari; tra questi festeggiamenti cancellati ci furono anche gli addii al celibato e al nubilato di Felipe e Letizia.
Da anni circolano voci che i Principi, in realtà, non abbiano rinunciato alla festa e che l'abbiano celebrata di nascosto ai Caraibi, scoperti poi da un antipatico incidente all'aeroporto di Miami, con l'apertura delle valigie che mandò Letizia su tutte le furie. Vanity Fair sostiene che l'addio al celibato di Felipe fu organizzato da Iñaki e da Pedro López de Quesada. "Pubblichiamo la lista degli invitati" scrive nel suo sito web, per incuriosire ancora di più e lasciar chiaro che sa di cosa parla.


sabato 9 novembre 2013

Canal+ France trasmetterà un duro reportage sugli errori di re Juan Carlos e la crisi della Monarchia

Il 18 novembre Canal+ France manderà in onda un reportage su re Juan Carlos e sulla crisi della monarchia spagnola. E a giudicare dalle anticipazioni che riporta oggi El Mundo, in un articolo firmato dal corrispondente da Parigi Juan Manuel Bellver, è un reportage demoledor. Si intitola Juan Carlos, il tramonto di un re, dura 52 minuti e spiega come negli ultimi anni la monarchia spagnola sia stata indebolita dai numerosi scandali che hanno coinvolto alcuni dei suoi membri, a cominciare dal Re. Il ritratto della Famiglia spiega le ragioni dell'indebolimento della sua immagine: "Un Re capace di attraversare il mondo per andare a uccidere elefanti in safari carissimi, una regina umiliata da anni dalle infedeltà del marito, un genero che avrebbe captato milioni di euro e rischia adesso 10 anni di carcere…". Caroline du Saint e Ibar Aïbar, i due autori del reportage, promettono di raccontare "la caduta di una famiglia che si credeva invulnerabile". 
Re Juan Carlos è il successore di un dittatore di destra ed è salito al trono perché "i baroni del franchismo accettarono il cambio di regime a causa della pressione internazionale e della strada". Sistemata la Transizione, il documentario guarda al ruolo di re Juan Carlos nel tentato colpo di Stato del 23 febbraio 1981, chiedendosi se fu così eroico come hanno raccontato i media, dato che, "la Corona fece un patto con la stampa, per costruire l'immagine del Re come salvatore della patria e fare di lui un uomo quasi perfetto". Un'immagine ideale del Re che agli spagnoli viene inculcata si dalle scuole dell'obbligo, con attività come Cos'è un Re per te, un concorso "basato nel culto della personalità e sostenuto da 38 anni dal Ministero dell'Istruzione". In realtà, spiega il documentario, secondo le anticipazioni di El Mundo, "sovrano modesto, famiglia unita, Re salvatore del suo Paese sono propaganda di Stato presente nel menù delle scuole. Una storia ufficiale digerita da varie generazioni e che nessuno finora aveva messo in dubbio, fino al safari del Botswana". E qui mi permetto di dissentire: a scatenare i dubbi sulla Famiglia Reale e sulla Monarchia non è stato il safari nel Botswana, che è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma il matrimonio del Principe Felipe con Letizia Ortiz Rocasolano, giudicata inadeguata per il suo passato e per la sua personalità poco affine alla monarchia. E' stato questo matrimonio a suscitare il desencanto, dimostrando che i figli dei sovrani avevano fatto tutti matrimoni inadeguati. Quando poi, con il safari in Africa, è stato chiaro che anche il Re, persino il Re, non era interessato alle drammatiche condizioni di vita degli spagnoli, allora si è scatenata la rabbia.
Canal+ sostiene che è stato l'incidente nel Botswana a rompere il patto del silenzio tra Monarchia e Media (ma non è vero, il patto del silenzio si è rotto prima, con il matrimonio di Felipe e Letizia, con il divorzio di Elena e Jaime, con i problemi giudiziari di Iñaki Urdangarin, nelle decine di trasmissioni televisive e radiofoniche che hanno espresso commenti anche sarcastici e nei numerosissimi siti web che da anni attaccano la Monarchia). "La stampa ha iniziato a rivelare segreti come quello di Corinna zu Sayn Wittgenstein, la misteriosa amica del re che è forse una delle sue amanti: una principessa tedesca che lavora nella comunicazione e non è mai troppo lontana dal Re in feste e viaggi ufficiali". Corinna ha vissuto "in una villa del Monte del Pardo, a spese dello Stato". Il documentario parla anche dei possibili figli illegittimi di Re Juan Carlos e intervista Alberto Sola, il primo dei due presunti figli illegittimi, che racconta come la sua richiesta di riconoscimento si sia scontrata contro l'inviolabilità garantita al sovrano dalla Costituzione.
Sotto esame anche i conti non troppo trasparenti della Casa Reale: l'appannaggio del Re, e da lui distribuito ai suoi familiari secondo il suo criterio, è di 8,26 milioni di euro, contro i 39 milioni della Casa Reale Britannica; di qui il reportage francese dubita della possibilità della Zarzuela di sopravvivere con una cifra così bassa e riporta la teoria del deputato della Sinistra Repubblicana Catalana Joan Tardà, secondo la quale la Monarchia costa in realtà intorno ai 100 milioni di euro.
Dopo aver spiegato gli scandali in cui è coinvolto Iñaki Urdangarin e aver ipotizzato una possibile complicità con Corinna zu Sayn Wittgenstein, viste le email che si sono scambiati, il reportage francese conclude che "in strada sono sempre di più quelli che manifestano contro la Monarchia. La Spagna ha scoperto la bandiera repubblicana e sono i giovani, la generazione della crisi, quelli che promuovono il cambio". "Per loro Juan Carlos non è più il padre della nazione, ma il padrino di una Monarchia mafiosa. Oggi, oltre la metà degli spagnoli reclama una nuova Costituzione senza Re".
L'ultimo dato suona del tutto nuovo e bisognerà aspettare il 18 novembre per scoprire la fonte utilizzata. I partiti repubblicani non hanno mai ottenuto voti tali da poter entrare in Parlamento, l'unico che lo ha fatto è, per ragioni nazionalistiche, è ERC (Sinistra Repubblicana Catalana); nelle manifestazioni repubblicane non si superano mai le poche migliaia di partecipanti. E' questa una delle contraddizioni della Spagna, che non ama la Monarchia, ma neanche fa niente per diventare repubblicana.
Aggiornamento del 9 dicembre 2013: il documentario è stato pubblicato su youtube, eccolo.

martedì 29 ottobre 2013

L'Infanta Cristina sull'orlo dell'imputazione: ecco la prova che è coinvolta nello scandalo Noos

Stavolta sarà proprio difficile evitare l'imputazione dell'Infanta Cristina nella brutta storia di malversazione di denaro pubblico ed evasione fiscale che coinvolge suo marito Iñaki Urdangarin, attraverso l'Instituto Noos. Rotta a Sud Ovest ha raccontato questa vicenda sin dai suoi esordi (i post sono nella sezione Scandali): il Duca di Palma è accusato di aver captato vari milioni di euro dalle istituzioni pubbliche, offrendo progetti sportivi e culturali e gonfiando le fatture per spiegare i contributi ricevuti; il denaro sarebbe poi stato in parte inviato, attraverso una trama di società, a vari paradisi fiscali, per evadere il fisco spagnolo, e in parte sarebbe stato utilizzato da Iñaki e Cristina per le loro spese familiari. 
In questi mesi si è sempre riusciti a evitare il coinvolgimento della secondogenita del Re, dando tutte le colpe a Iñaki e assegnando alla moglie il ruolo di giovane signora che non si è mai chiesta da dove provenisse tutto il benessere familiare di cui godeva. 
Ma adesso, grazie al primo scoop di El Mundo de la tarde, il quotidiano pomeridiano che El Mundo ha lanciato solo per tablet e Orbyt, la sua piattaforma a pagamento, non è più così. Il quotidiano pubblica infatti un contratto fittizio, firmato dall'Infanta, in cui risulta che la palazzina di Pedralbes, in cui gli Urdangarin hanno vissuto fino al trasloco a Ginevra, è stato affittato ad Aizoon, la società che i coniugi posseggono al 50% e che è stata utilizzata per svuotare le casse di Noos e per pagare le spese familiari. "L'agenzia Tributaria ha consegnato al Tribunale di Palma che sta indagando, il contratto originale con cui i Duchi di Palma hanno fatto credere al fisco che la loro residenza barcellonese era affittata alla loro impresa patrimoniale" scrive elmundo.es. 
Nel contratto c'è la doppia firma di Cristina, come locatrice e come locataria. Difficile, a questo punto, far credere ancora che l'Infanta non sapesse e non partecipasse alla trama messa in piedi dal marito e dall'ex socio Diego Torres per captare denaro e non dichiararlo al fisco. 
"Il contratto fraudolento d'affitto è stato utilizzato dalla coppia Urdangarin-Borbón per generare spese fittizie e pagare meno tasse, dato che né la loro residenza di calle Elisenda de Pinós ha mai ospitato alcuno spazio professionale, né l'entità di cui sono entrambi proprietari ha avuto un'attività reale dalla sua creazione, nel 2003. Inoltre è servita loro per deviare fondi, in particolare 12mila euro all'anno provenienti da Aizoon e a loro volta arrivati lì dall'Instituto Nóos" scrive il quotidiano.
"Il documento è datato 20 dicembre 2005 e dimostra, in modo definitivo, la partecipazione diretta e consapevole di Cristina di Borbone nella frode fiscale indagata" commenta El Mundo in chiusura del suo scoop. Per Cristina la vicenda si complica, per la Famiglia Reale una nuova tegola.


venerdì 6 settembre 2013

Le foto della villa dell'Infanta Cristina e Iñaki Urdangarin, in vendita per 9,8 milioni di euro

Non essendoci riusciti con gli spagnoli, l'Infanta Cristina e Iñaki Urdangarin ci provano con i russi. La lussuosa palazzina di Pedralbes, la loro residenza sulle colline di Barcellona, è adesso in vendita sul sito barcelonarent.info, destinato ai milionari russi interessati agli investimenti immobiliari nella città catalana. 
A illustrare la villa, varie fotografie, che mostrano anche gli interni e, dunque, uno spaccato di vita dei Duchi di Palma e dei loro quattro figli. La residenza conta su sette stanze, dieci bagni, vari saloni, cucina collegata alla sala da pranzo con una scala interna, cantina, piscina, balcone di 50 mq, un'area per i servizi, un'altra per il servizio di sicurezza, per un totale di 1000 mq costruiti, distribuiti su tre piani; tutt'intorno un giardini privato di 2mila mq, che, come spiega il sito web, "permette la massima privacy" (oltre a offrire bellissime viste su Barcellona e sul Mediterraneo). Lo stile della casa è moderno e, aggiunge il sito web, le rifiniture sono in linea con il livello e il prezzo richiesto.
E il prezzo da cui iniziare le trattative non è uno scherzo: i Duchi di Palma chiedono 9,8 milioni di euro. La casa di Pedralbes è stata acquistata da Iñaki e Cristina una decina di anni fa per 6 milioni di euro e già allora aveva suscitato critiche e dubbi, per il prezzo pagato, troppo alto rispetto alle entrate della coppia, e per essere troppo pretenzioso per lo stile di vita sobrio, almeno in apparenza, che la Famiglia Reale tentava di vendere. Lo scandalo Noos, con il denaro captato dalle amministrazioni pubbliche e inviato all'estero per non dichiararlo al fisco spagnolo, doveva ancora scoppiare, e Iñaki viveva i suoi giorni migliori di genero ideale di re Juan Carlos e di uomo d'affari che univa la passione per lo sport, l'appartenenza alla Casa Reale con i valori della solidarietà e della giustizia. Pochi giorni fa si è saputo che nel 2004 i Duchi hanno chiesto un prestito alle proprie famiglie per poter acquistare la palazzina di Pedralbes e che re Juan Carlos ha prestato alla figlia 1,2 milioni di euro, con un documento firmato davanti al notaio. Ci sono state parecchie critiche per la cifra, perché ormai la Famiglia Reale si critica per qualunque ragione ed è difficile realizzare che no, non sono uguali al resto dei cittadini ed evidentemente si muovono su altri livelli, sia per il costo del loro stile di vita, che per le loro esigenze. Pretendere che la Famiglia Reale sia composta da mileuristas è quantomeno ridicolo (altra cosa è pretendere che non si facciano coinvolgere in scandali di corruzione e che abbiano uno stile di vita irreprensibile da un punto di vista etico e legale). 
Adesso Cristina e Iñaki sono a Ginevra, dove lei ha iniziato a lavorare per i progetti sociali della Fondazione La Caixa e della Fondazione dell'Aga Khan, e dove lui si è trasferito in attesa di occasioni di lavoro (dovendo sempre tornare in Spagna per le vicende giudiziarie che lo riguardano); la vendita della palazzina di Pedralbes non solo chiude un periodo dimenticabile della loro vita, ma dovrebbe servire anche a pagare la cauzione richiesta dalla Procura spagnola per lasciare Iñaki in libertà. La vendita della residenza è cruciale perché, come nota il sito web vanitatis.com, ai Duchi i conti non tornano: "Attualmente devono far fronte al mutuo di 100mila euro all'anno per l'acquisto della villa, ma a partire dal 2018 saranno 200mila euro. Inoltre devono apgarsi la nuova residenza a Ginevra, le cui spese sarebbero 16mila euro al mese (190mila all'anno), e pagare la scuola dei figli, che costa oltre 100mila euro solo per il corso scolastico".
La galleria fotografica completa è su barcelonarent.info, ripresa da molti media spagnoli, come eldiario.es, elperiodico.com o vanitatis.com.




domenica 4 agosto 2013

PSOE ed El Mundo: Mariano Rajoy come Richard Nixon

Il primo è stato il PSOE, che subito dopo il dibattito in Parlamento, in cui Mariano Rajoy è stato obbligato a spiegare il caso Bárcenas, pena una mozione di sfiducia, ha diffuso un video in cui sottolinea le sorprendenti somiglianze tra il Watergate e il caso Bárcenas. Lo scandalo statunitense ha costretto Richard Nixon a dimettersi dalla presidenza degli Stati Uniti, quello spagnolo sta creando seri danni alla credibilità del Governo e del suo presidente Mariano Rajoy, che, però, ha rifiutato le dimissioni (il video del PSOE mostra come all'inizio dello scandalo anche Nixon rifiutasse di dimettersi). Luis Bárcenas è l'ex tesoriere del PP, che è stato scoperto con 39 milioni di euro in Svizzera e che, arrestato, ha ammesso la contabilità in nero del PP, con cui sono stati pagati per anni stipendi occulti ai principali dirigenti, compreso Rajoy.
Nel dibattito in Parlamento Mariano Rajoy si è rifiutato di assumere la responsabilità politica di questo finanziamento, che ha negato, e ha affermato che il suo unico errore è stato fidarsi di un delinquente come il suo ex tesoriere, "ma io sono una persona onesta e onorata" e "non sono entrato in politica per arricchirmi". Bisogna fidarsi della sua parola, perché non ha spiegato altro e si è rifiutato di rispondere alle domande puntuali dell'opposizione, leggendo discorsi generici per cui è stato anche preso in giro dalle reti sociali. A un certo punto ha anche letto "fine delle citazione", diventato immediatamente TT su Twitter, perché non si capiva se voleva far capire che la citazione era terminata e riprendevano i suoi commenti o se è stato così imbranato da non aver controllato prima il discorso e aver letto pedissequamente tutto quanto gli avevano preparato. 
Il video del PSOE mostra come la difesa di Rajoy e quella di Nixon siano sorprendentemente simili; i socialisti terminano con le dimissioni di Nixon e lasciano in sospeso il destino del Premier spagnolo. 
Il paragone con il Watergate è stato ripreso oggi da El Mundo, che va a por todas, ci sta provando con tutti i mezzi. Una ventina di anni fa ha fatto fuori Felipe González, rivelando gli scandali di corruzione del PSOE, giorno dopo giorno, senza tregua, perché la destra aveva deciso di liberarsi in qualunque modo del presidente socialista, troppo carismatico per essere battuto nelle urne, ma ormai al capolinea per storia politica. Adesso ha deciso di far fuori Mariano Rajoy, che non sa trovare una soluzione per uscire dalla crisi politica e obbedisce pedissequamente a Berlino e a Bruxelles. I followers su Twitter definiscono entusiasticamente Pedro J. Ramirez, il direttore di El Mundo, un grande giornalista che non sta né con la destra né con la sinistra, ma con il giornalismo; lui sta al gioco e denuncia in tv (non ai magistrati) che il governo lo spia; c'è il sospetto che la sua destra di riferimento abbia deciso di liberarsi di Mariano Rajoy e della sua generazione, troppo corrotta e troppo esposta per essere ancora utile, visti gli aumenti delle tasse e l'incapacità di dare risposta alla crisi.
Sia come sia, oggi El Mundo pubblica un articolo di Barry Sussman, caporedattore del Washington Post ai tempi del Watergate. "A un nordamericano gli attuali avvenimenti politici in Spagna ricordano lo scandalo Watergate, in particolare per le grandi quantità di denaro che si muovevano e per i tentativi di intimidire la stampa" scrive il giornalista statunitense come incipit. Così ricostruisce i concitati avvenimenti, dall'ascesa di Nixon alla Casa Bianca fino alla sua caduta. Il denaro sporco che inizia ad arrivare anche in contanti, le indagini che scoprono 22 milioni di dollari di finanziamenti illegali, il giornalismo investigativo del Washington Post, che contribuisce a svelare il clima di ricatti, truffe ed estorsioni intorno al presidente Nixon. 
Ricostruito lo scandalo, con le conseguenti dimissioni di Nixon, Sussman ritorna al presente. "Che alcuni giornalisti spagnoli siano in questo momento oggetto di intimidazione e vigilanza non mi sorprende affatto. Ci sono stati tentativi di intimidazione anche allora" scrive, ricordando come gli uomini di Nixon abbiano cercato di spostare l'attenzione dal Watergate allo stesso Washington Post, accusandolo di essere alleato del democratico George McGovern, e come abbiano attaccato l'editrice Kay Graham e il direttore Ben Bradlee. "La campagna contro il Post fu brutale, ma non ebbe il minimo effetto sullo sforzo informativo del quotidiano. Ma Nixon, probabilmente credendo che sarebbe sopravvissuto al Watergate, aveva in mente un piano a lungo termine per castigare il Post" assicura Sussman, rivelando che in alcune conversazioni private il presidente prometteva di giocare la partita contro il Post "con estrema durezza". Però le licenze che furono ritirate al quotidiano, non ebbero alcun effetto sulle sue denunce e sulla sua libertà, conclude Sussman. 
E il buon Pedro J soddisfa il proprio narcisismo sia ospitando una grande firma statunitense sul suo quotidiano, sia paragonando la propria parabola a quella del Washington Post. Rimane Mariano Rajoy, paragonato per due volte in meno di una settimana a Richard Nixon. E poche cose vedremo più stupefacenti in Spagna: il PSOE ed El Mundo che arrivano alle stesse conclusioni e offrono simili chiavi di lettura. Il Presidente del Governo, in vacanza, magari starà facendo gli scongiuri.
Il video del PSOE che paragona Nixon e Rajoy, da youtube.

lunedì 15 luglio 2013

El Mundo: le promesse di Rajoy all'ex tesoriere, in cambio del silenzio. Imputazione per il premier per gli SMS?

El Mundo è sceso in campo contro Mariano Rajoy con tutta la sua forza mediatica e sta usando la stessa tecnica, già usata contro Felipe González, per finire il Presidente del Governo: la rivelazione quotidiana di scandali e atteggiamenti compromettenti. Intendiamoci, niente di male, i cittadini devono conoscere gli errori e i comportamenti, corretti o scorretti, dei propri governanti; semplicemente, la discesa in campo di El Mundo, in questi termini, contro Mariano Rajoy, è il segno che la destra intende liberarsi sì o sì del leader del PP e, probabilmente, dell'intera generazione che attualmente guida il partito.
Stamattina il quotidiano diretto da Pedro J. Ramirez, apre con l'ennesima rivelazione: Luis Bárcenas, l'ex tesoriere del PP in carcere per vari conti segreti in Svizzera, per un totale di oltre 40 milioni di euro, ha ricevuto le visite di due avvocati, emissari del PP, che gli hanno promesso aiuto in cambio del suo silenzio. "Se parli, tua moglie andrà in carcere. Se taci Alberto Ruiz-Gallardón (l'attuale Ministro della Giustizia) sarà destituito nell'ultimo Consiglio dei Ministri prima delle vacanze e la tua causa sarà archiviata a settembre come nulla" gli avrebbe detto Javier Iglesias Redondo, l'avvocato che difende Álvaro Lapuerta, il precedente tesoriere del PP, e che, assicura El Mundo è "persona della più assoluta confidenza dell'apparato del PP"; a nome del partito, l'avvocato avrebbe presentato la sua proposta a Bárcenas. 
A nome di Mariano Rajoy, invece, si sarebbe presentato l'avvocato Miguel Durán, che, spiega sempre El Mundo, è "avvocato di Pablo Crespo, ex Segretario dell'Organizzazione del PP, galiziano e numero 2 di Francisco Correa, l'imprenditore della cosiddetta rete Gürtel". Anche Durán avrebbe fatto promesse a Bárcenas: "Un buon trattamento penale, la nullità della causa, la sostituzione di Gallardón alla Giustizia per poter controllare la Procura (in Spagna la Procura dipende dal Ministero della Giustizia ed è, dunque, controllata dal Governo), l'esonero della moglie Rosario Iglesias dalle accuse". Durán avrebbe proposto a Bárcenas di chiedere un rinvio della sua comparizione davanti al giudice Pablo Ruz, che conduce le indagini, prevista per oggi, in modo da guadagnare tempo e poter poi smentire tutto quanto affermato fino a oggi. 
Ma l'incontro non deve aver convinto l'ex tesoriere del PP. Non solo non ha chiesto un rinvio del suo interrogatorio, ma, assicura ancora El Mundo, "questo lunedì consegnerà al giudice dell'Audiencia Nacional, centinaia di documenti originali e una pen-drive contenente tutta la contabilidad B, la contabilità in nero, del partito, dal 1990 al 2008. Bárcenas ha autorizzato il suo avvocato Javier Gómez de Liaño a portare tutti gli originali accumulati negli anni in cui è stato gestore e quindi tesoriere del PP". 
Lo scandalo che si prepara per il PP è di dimensioni enormi e coinvolge anche gli anni in cui il Partito era guidato da José Maria Aznar: sarà ancora possibile, per l'ex premier, dire che non ne sapeva niente? E saranno coinvolti, evidentemente, anche i banchieri e gli imprenditori che hanno versato al PP enormi somme di denaro, nascoste al fisco, per avere in cambio commesse, favori e assegnazioni di incarichi. La Spagna corrotta e sporca degli anni 90, gli anni del boom economico e dell'ammirazione dell'Europa, la spiegazione del perché il miracolo economico sia stato così fragile e abbia portato così pochi benefici reali al Paese. 
Stamattina Pedro J. Ramirez ha scritto su Twitter: "Se Bárcenas racconta oggi a Ruz quello che ha raccontato a me e gli consegna i documenti corrispettivi, la rigenerazione del PP sarà ineludibile". E' quello che lui e il suo quotidiano stanno disperatamente cercando di ottenere. E' quello che dovrebbe succedere anche nel PSOE, per consentire, finalmente, la rigenerazione della classe politica spagnola. E se poi anche re Juan Carlos decidesse di farsi da parte e permettere al figlio Felipe di ripulire anche la Zarzuela, per la Spagna sarebbe la gloria. Ma non bisogna sperare tanto. 
Per ora è sufficiente chiedersi se Luis Bárcenas riuscirà a resistere alle promesse del suo partito e andrà avanti con la sua vendetta di moglie indispettita, come la chiamano in Spagna. Vistosi abbandonato dai dirigenti del PP, l'ex tesoriere ha deciso di non essere il malo de la pelicula, il cattivo della storia, e di dimostrare che il finanziamento illegale del PP non è stata una sua invenzione, era un modus vivendi, a cui si è adeguato una volta arrivato all'incarico. 
Gli SMS che ha scambiato con Mariano Rajoy e rivelati ieri da El Mundo, intanto, potrebbero creare anche qualche grattacapo penale al premier. Secondo eldiario.es, infatti, la loro esistenza e pubblicazione, non è solo "un incubo politico", ma anche possibile prova dei reati di copertura e ostruzione alla giustizia, che sono puniti, rispettivamente, fino a 3 e a 4 anni di carcere. Le fonti consultate dal quotidiano digitale sostengono che al momento una possibile imputazione di Rajoy è improbabile, a meno che l'ex tesoriere utilizzi il "materiale sufficiente perché questa imputazione si sostenga in futuro". Secondo il Codice Penale spagnolo si copre un reato quando, "senza essere intervenuti nella sua esecuzione come autori o complici, si interviene posteriormente, aiutando i presunti responsabili a eludere le indagini dell'autorità o dei suoi agenti". Gli SMS pubblicati da El Mundo potrebbero essere un elemento sufficientemente probatorio della copertura di un reato da parte del Presidente del Governo, ma perché il reato si concretizzi, dovrebbe essere provato che Rajoy ha chiesto a Bárcenas di negare di essere l'autore degli elenchi che provano l'esistenza della contabilità segreta del PP. Insomma, Rajoy è nelle mani di Bárcenas. E, al momento, vista l'ostinazione del Presidente del Governo a non dimettersi, lo è anche la Spagna.

domenica 14 luglio 2013

Scacco a Mariano Rajoy: El Mundo pubblica gli SMS all'ex tesoriere corrotto. Il PSOE esige dimissioni immediate

La leggenda vuole che per abbattere Felipe González, vincitore nelle urne del 1994, pure in mezzo a gravi scandali di corruzione e a un'impressionante crisi economica, l'establishment conservatore si mise d'accordo con i principali quotidiani di riferimento, El Mundo e l'ABC in testa, per organizzare una sorta di assedio mediatico permanente al presidente socialista. Un paio di anni dopo, data la continua denuncia di scandali e malefatte del PSOE, Felipe fu costretto a indire nuove elezioni, perse per soli 200mila voti, in favore di José Maria Aznar, leader rampante del PP. 
Sta succedendo più o meno la stessa cosa in questi giorni. Mariano Rajoy si è rivelato un Presidente del Governo mediocre, senza carisma e senza spirito di iniziativa, incapace di mettersi almeno in coda a Parigi e Roma per esigere politiche economiche europee più flessibili e più sociali, invece di voler apparire a tutti i costi come il discepolo fedele e obbediente dei diktat di Berlino. L'ultima ondata di aumenti delle tasse è stata la goccia che ha fatto traboccare la pazienza dell'establishment conservartore: su Twitter Pedro J. Ramirez, il direttore di El Mundo, ha iniziato a criticare il presidente e a ritwittare i tweets che criticano una politica che uccide i consumi e non favorisce la ripresa economica. E' stato il primo campanello d'allarme: El Mundo si muove. E non in una direzione favorevole a questo PP.
E' già da tempo che i quotidiani della destra hanno smesso di difendere il Governo di Mariano Rajoy. Del resto, non ha prodotto alcun vantaggio al Paese e lo ha gettato nella crisi economica più profonda, impoverendo migliaia di famiglie, senza mostrare alcuna misericordia né solidarietà al loro destino. 
Ma adesso sembra evidente che lo scopo della destra è liberarsi al più presto di questo Governo e del suo Presidente. Approfittando degli scandali che da qualche anno sconvolgono il PP e che, indagine dopo indagine, stanno arrivando alla sua cupola, trascinando direttamente anche Mariano Rajoy.
A fine giugno Luis Bárcenas, l'ex tesoriere del PP, scoperto con oltre 20 milioni di euro in Svizzera, la cui origine non sa spiegare, è stato arrestato per una serie piuttosto lunga di reati, tra cui la frode fiscale e il falso in documenti. Poche ore prima dell'arresto Bárcenas ha avuto un colloquio di quattro ore con Pedro J. Ramirez e gli ha consegnato i documenti autografi della contabilità segreta del PP, che ha distribuito per anni fiumi di denaro in nero ai massimi dirigenti del Partito, grazie alle donazioni, illegali, di multinazionali, imprenditori e banchieri, che hanno ottenuto in cambio lauti favori. La reazione del PP alla pubblicazione dei documenti su El Mundo è stata scomposta: un duro comunicato ha negato ancora una volta l'evidenza, sostenendo che non c'è traccia di questi soldi nella contabilità del partito (ovvio, se sono soldi in nero, come fanno a risultare nella contabilità ufficiale?!) e che tutto il finanziamento del partito si è sempre attenuto rigorosamente alla legge. Come suo solito, il presidente del governo non ha avuto alcuna reazione, limitandosi al solito silenzio e facendo sì che, grazie alla maggioranza assoluta del PP, fosse rifiutata la richiesta di una sua comparizione in Parlamento per spiegare lo scandalo. Per Mariano Rajoy era ancora valido quanto detto a febbraio, quando El Pais ha pubblicato le fotocopie dei documenti autografi consegnati da Bárcenas a Ramirez: "E' tutto falso, non ho mai ricevuto soldi, non ricordo da quando non ho più contatti con Bárcenas".
Come un giocatore di scacchi, più che come un giornalista, Pedro J. Ramirez ha aspettato la reazione del PP per pubblicare oggi la vera bomba informativa, che toglie ogni credibilità a Mariano Rajoy: gli SMS che il presidente del Governo e il suo ex tesoriere si sono scambiati fino a pochi mesi fa. Dunque, non è vero che Rajoy non aveva più contatti con Bárcenas e, anzi, negli SMS gli manifesta amicizia e lo invita a stare calmo, a essere paziente e a essere forte. I messaggi pubblicati non riportano niente di compromettente, ma sono la prova dell'inaffidabilità di Rajoy, che assicura di non aver contatti con l'uomo che poi in privato consola. Quanto è credibile un presidente del Governo che nega ciò che fa in privato? Che è arrivato al potere giurando che avrebbe abbassato le tasse e avrebbe risolto la crisi economica e che ha alzato tutte le tasse (in agosto ci sarà l'aumento del 2% della bolletta elettrica) e che ha gettato la Spagna nella peggior crisi che si ricordi? Se Mariano Rajoy era un toro disorientato e stanco nell'arena, El Mundo gli ha dato oggi la stoccata finale. 
Alfredo Pérez Rubalcaba ha appena chiesto le dimissioni immediate del Presidente del Governo, a causa delle sue bugie: "Il signor Rajoy non può continuare un minuto di più alla guida del Governo della Spagna. La sua permanenza costituisce un danno incalcolabile per il Paese. La gravità della situazione ci mette in una punto di non ritorno" ha detto il Segretario Generale del PSOE, che però non ha chiesto le elezioni anticipate, come invece ha fatto IU, e ha chiesto che un'altra personalità del PP si faccia carico del Governo. Rubalcaba ha anche annunciato la rottura di ogni rapporto con il PP e un giro di colloqui con le altre forze politiche presenti in Parlamento per decidere insieme il da farsi. 
Un'idea del danno che l'attuale stato della situazione e i silenzi del Governo sugli scandali di corruzione che coinvolgono i massimi dirigenti del PP (oltre alla contabilità segreta c'è anche la trama Gürtel), la dà un articolo di elconfidencial.com, che manifesta preoccupazione per l'assegnazione delle Olimpiadi a Madrid: la candidatura della capitale spagnola è la più credibile e il presidente del COI Jacques Rogge ha detto apertamente che la città è pronta per ospitare i Giochi, ma, sostiene elconfidencial.com, molti membri del COI sono perplessi davanti alla corruzione e alla mancanza di misure del Governo. Per Madrid 2020 potrebbe essere difficile raccogliere i voti, in vista dell'assegnazione dell'organizzazione, che verrà fatta a settembre a Buenos Aires. E' solo un esempio dei danni che un Governo incapace di dare risposte chiare sugli scandali, perché molti suoi membri sono coinvolti, sta facendo alla Spagna. 
Ma chi potrebbe sostituire Mariano Rajoy? La risposta, in assenza di elezioni anticipate, che non è il caso di affrontare adesso, vista la situazione complicata dei due principali partiti spagnoli e vista la crisi economica senza soluzioni a breve termine, non è difficile. Lo scandalo Bárcenas sta spazzando via un'intera generazione di politici, quella che è stata al potere con José Maria Aznar; la fiaccola passa a una nuova generazione, 40enne, rampante e più intransigente verso la corruzione (per ora): tra loro emerge Soraya Sáenz de Santamaria, l'energica vicepresidente di Mariano Rajoy, forgiatasi in mille battaglie, dotata di una dialettica aggressiva e coerente e di un carisma che la rende capace di dare risposte in Parlamento e ai giornalisti. Potrebbe essere la prima donna alla guida di un Governo in Spagna e potrebbe essere un buon inizio, per voltare finalmente pagina.

giovedì 11 luglio 2013

Scacco a Mariano Rajoy: El Mundo rivela i finanziamenti illegali ricevuti dal PP

Se un Presidente del Governo viene accusato, da una serie di carte autografe del tesoriere del suo partito, di aver ricevuto uno stipendio in nero per una ventina d'anni, oltre a quello ufficiale di Ministro, Deputato e Dirigente di Partito, deve dimettersi? In un Paese serio, civile e settentrionale, senza ombra di dubbio. In un Paese come la Spagna (o l'Italia), non ci pensa neanche. 
Mariano Rajoy è tra i dirigenti che avrebbero ricevuto versamenti in nero, intorno ai 40mila euro annuali, e che figurano nella lista della contabilidad B del Partido Popular, tenuta da Luis Bárcenas fino a quando, nel 2009, è stato travolto dal caso Gürtel. Le indagini sulle attività di Bárcenas si sono intensificate all'inizio dell'anno, quando sono stati scoperti tre conti in Svizzera a suo nome, per un valore di oltre 22 milioni di euro. Poco dopo il ritrovamento di questi conti, El Pais ha pubblicato le fotocopie della contabilità segreta , e manoscritta, con cui Bárcenas finanziava il PP e i suoi dirigenti, attraverso donazioni, illegali, di multinazionali, banchieri e amici vari; nella lista dei dirigenti pagati figurano, oltre a Rajoy, anche, tra gli altri, l'ex vicepresidente di José Maria Aznar, ex direttore del FMI ed ex presidente di Bankia Rodrigo Rato, l'ex Ministro, e attuale vicesgretario del PP Javier Arenas, l'ex Ministro e attuale presidente di Foro Asturias Francisco Alvarez Casco; insomma, la cupola del PP sarebbe stata finanziata illegalmente per anni con versamenti che si aggiungevano agli stipendi ufficiali. 
Il PP ha reagito denunciando El Pais e sostenendo che i documenti pubblicati erano semplici fotocopie; lo stesso Bárcenas ha negato che la grafia degli appunti fosse sua. Poi.
Il 27 giugno l'ex tesoriere del PP è stato arrestato, per pericolo di fuga, accusato di frode fiscale, riciclaggio di denaro, falso in documenti e amenità del genere; l'arresto è arrivato dopo un interrogatorio, durante il quale non ha saputo dimostrare la provenienza dei 48 milioni di euro trovati in Svizzera e collegabili a lui (uno dei suoi avvocati ha parlato di "risparmi di tutta una vita"). L'arresto di Bárcenas ha segnato un prima e un dopo in questo scandalo. 
Da una parte l'ex tesoriere del PP ha conquistato gli altri carcerati mostrandosi educatissimo e gentile ("E' venuto e si è presentato, ha chiacchierato con noi e a uno ha anche regalato un paio di pantaloni" hanno raccontato in tv, affascinati, alcuni carcerati in uscita), dall'altra ha deciso di morire, portandosi tutti i Filistei, a cominciare da Maria Dolores de Cospedal, numero 2 del PP e braccio destro di Mariano Rajoy nel partito, e lo stesso Pesidente del Governo, colpevoli di averlo lasciato solo davanti alla Giustizia e di non averlo protetto, pur sapendo e avendo goduto per anni dei vantaggi del finanziamento illegale al partito. 
Così, qualche ora prima dell'arresto, ha confidato a Pedro J. Ramirez, il direttore di El Mundo, che sì, effettivamente il PP ha avuto una contabilità segreta per almeno vent'anni, ottenuta grazie alle donazioni di imprese che avrebbero avuto in cambio appalti e commesse. E ha anche ammesso che la documentazione pubblicata da El Pais era autentica. La prova? Ha consegnato a Pedro J., che l'ha pubblicato sul suo quotidiano, l'originale di quelle fotocopie, finito subito agli atti delle indagini, su richiesta della Procura.
La prova pubblicata da El Mundo è stata un vero e proprio choc per il mondo politico spagnolo. Il PP ha cercato di ricorrere ai ripari con un comunicato, che è una fotocopia di quello già diffuso ai tempi di El Pais: è falso che il partito si sia finanziato illegalmente, tutta la sua contabilità è trasparente ed è stata tenuta rispettando scrupolosamente la legge. Scaricato Bárcenas da tempo, c'è da difendere l'intera cupola del Partito, coinvolta nell'accusa di finanziamento illegale. 
E' in atto un vero e proprio scacco al Re: Mariano Rajoy è accusato di aver ricevuto denaro proveniente da fondi illegali, d'accordo, ma ci sono accuse ancora più gravi. I versamenti sono iniziati quando lui era Ministro di José Maria Aznar, in particolare quando ha guidato, in tempi successivi, il Ministero dell'Amministrazione Pubblica e quello dell'Istruzione; per la Legge dell'Incompatibilità delle cariche, non poteva, in quanto Ministro, ricevere altro emolumento che quello derivante dalla sua carica. Ma il Presidente, come sua abitudine, non risponde alle accuse. Ieri ha addirittura detto che ci sono cose più importanti di cui occuparsi in Spagna. Più importante di un Presidente del Governo corrotto? Che guarda corrucciato e fosco le spese dello Stato Sociale e poi per vent'anni ha ricevuto uno stipendio extra non denunciato? Per difendersi dalle accuse di El Pais e per dimostrare la trasparenza dei suoi conti, alcuni mesi fa ha pubblicato la sua dichiarazione dei redditi: ma avete mai visto, voi, qualcuno che riceve denaro in nero e lo denuncia?! E' la stessa difesa adottata dal PP: non ha mai ricevuto finanziamenti illegali o in nero, lo dimostra la sua contabilità... Ma chi inserisce nella sua contabilità ufficiale i suoi ingressi in nero?! 
Il PSOE si è portato avanti con il lavoro e ha chiesto le dimissioni di Mariano Rajoy.

lunedì 17 giugno 2013

Scandalo Noos: l'inchiesta assedia l'Infanta Cristina. Che smentisce anche il fisco

Diventa difficile avere informazioni credibili, capire chi sta manipolando chi, in questa fase dell'inchiesta sull'Instituto Noos, che ha travolto il genero di re Juan Carlos, Iñaki Urdangarín, e che da tempo assedia anche l'Infanta Cristina. E' in atto una guerra senza quartiere tra i poteri forti del Paese, che ha come scopo finale la forma dello Stato e la stessa sopravvivenza della Monarchia.
C'è la Casa Reale, che sta disperatamente cercando di salvare l'Infanta Cristina e che ha formalmente abbandonato Iñaki Urdangarín, anche se poi gli ha trovato un lavoro a Londra, in una delle imprese del milionario padre di Marie Chantal Miller, nuora di Costantino di Grecia, a sua volta fratello della regina Sofia. C'è la magistratura, che sta cercando di far luce sulle trame di captazione di denaro pubblico ed evasione fiscale messe in piedi dal vispo Iñaki, probabilmente con la complicità di Cristina, ma chissà se, con altri nomi in ballo, avrebbe permesso tutte le filtrazioni alla stampa che ha permesso in questo caso, distruggendo, ancora prima del processo, reputazione, dignità e credibilità dei Duchi di Palma di Maiorca. C'è la stampa, che nel nome della libertà di stampa, ha processato e linciato un uomo, Iñaki Urdangarín, non ancora processato e ha ridicolizzato una donna, la figlia di re Juan Carlos, che "non poteva non sapere" dei maneggi del marito, i cui frutti godeva. Ci sono, dietro la stampa e la magistratura, i poteri occulti di Spagna, quelli che hanno voluto sul trono re Juan Carlos, per garantirsi i privilegi conquistati con il franchismo, e che in questo inquieto inizio del XXI secolo, con la Spagna travolta dalla crisi economica, sociale e politica, si chiedono se possano essere ancora il vecchio re e il suo erede i garanti dei loro privilegi.
Alla fine, si ha l'impressione che Iñaki e Cristina siano pedine e vittime di un gioco più grande di loro, l'anello fragile su cui giocare e insistere, per delegittimare la monarchia e la sua stabilità.
Qualche settimana fa il giudice José Castro ha chiesto al Ministero delle Finanze le dichiarazioni dei redditi dell'Infanta Cristina, dal 2002 al 2012, da quando, cioè, è stato fondato l'Instituto Noos a oggi; lei ha tentato di opporsi, affermando che era una richiesta che violava la sua privacy. Perché, questo bisogna aggiungerlo, se possono dare una mano a distruggere la loro reputazione, i Borbone-Urdangarín la danno volentieri: oltre alla presunta violazione della privacy denunciata da Cristina per una richiesta di controllo della sua dichiarazione dei redditi, c'è l'invito della Casa Reale a non pubblicare immagini dei piccoli Urdangarín, se non con il volto pixelato, pena una denuncia penale; ergo, i figli dell'Infanta Cristina saranno probabilmente gli unici nipoti minorenni di un sovrano che non potranno apparire sui giornali.
Nei giorni scorsi i media ci hanno informato come nel giro di pochi anni l'Infanta abbia triplicato i propri redditi e nel finesettimana l'Infanta ha smentito un rapporto consegnato dal Ministero delle Finanze al giudice Castro, secondo il quale tra il 2005 e il 2006 avrebbe venduto ben tredici proprietà immobiliari, per un totale di 1,43 milioni di euro di ingressi. "E' un'informazione totalmente falsa e senza alcuna base" ha detto un portavoce della secondogenita del re.
Sono operazioni immobiliari piuttosto strane. La più importante, per un valore di 450mila euro, ha avuto al centro una casa di 315 mq a Calella, in provincia di Barcellona; quella economicamente meno importante, è avvenuta a Valenzuela de Calatrava, in provincia di Ciudad Real, nella Castiglia La Mancia, per un valore di 843 euro.
Perché sono strane queste operazioni? Lo spiega un lungo articolo di elpais.com.
A Valenzuela de Calatrava, nessuno sapeva che l'Infanta avesse una proprietà da quelle parti. E risulta piuttosto strano che un membro della Famiglia Reale abbia diverse proprietà nei dintorni di un paesino e nessuno ne sia al corrente. Pare che Cristina fosse proprietaria di una casa e di ben quattro terreni agricoli e che uno di questi sia stato comprato da una donna scesa dalle nuvole perché, secondo quanto da lei affermato, lo avrebbe ereditato dalla madre di un'amica con cui ha passato l'infanzia. "Come è possibile che ci sia il mio nome in questi documenti del caso Urdangarin?!" chiede a elpais.com.
Stessa cosa per l'operazione riguardante un'altra proprietà agricola dell'Infanta, nello stesso paesino. "Nel rapporto inviato dall'Agencia Tributaria al giudice Castro c'è anche un altro dato corretto: che questa casa e questi quattro terreni di Valenzuela de Calatrava hanno cambiato padrone il 16 novembre 2005. "Quella è la data in cui mia sorella ed io siamo andate da un notaio di Almagro con nostra madre, perché lei voleva mettere queste cose a nostro nome" chiarisce la donna, che vuole mantenere l'anonimato. Ma in nessun modo, insiste è stato perché hanno comprato queste proprietà alla figlia più piccola del Re".
Cosa sta succedendo? Sono gli Urdangarin che hanno giocato sporco, credendosi inviolabili e irraggiungibili dalla Giustizia, nei momenti di grande popolarità della Monarchia? C'è qualcuno che sta giocando sporco usando il loro nome, per affondare la Monarchia? La realtà è che, senza dubitare degli errori e dei reati commessi da Iñaki Urdangarín, è davvero difficile, in questo sporco gioco di tutti contro tutti, capirci qualcosa e poter dire di avere un'informazione realistica delle indagini in corso.


martedì 21 maggio 2013

Schiave di Zara e dei marchi occidentali, nei laboratori clandestini di Buenos Aires

Non c'è solo l'Asia per le produzioni a basso costo dell'abbigliamento low-cost occidentale. Tempo fa Zara era stata denunciata in Argentina per la produzione dei suoi capi in laboratori clandestini, con personale tenuto in semi-schiavitù; il marchio spagnolo aveva cercato di giustificarsi assicurando di assegnare le commesse a fabbriche che rispettano i diritti dei lavoratori e garantiscono stipendi dignitosi; succede poi che queste imprese locali subappaltano le commesse a laboratori illegali e cosa ne può Zara, o qualunque altro marchio europeo che va a produrre nel Terzo Mondo, pur di non dover rispettare gli alti indici di sicurezza richiesti dalla UE e i diritti dei lavoratori, conquistati in secoli di lotte per i diritti umani. In un video su youtube, pubblicato dalla Fondazione Alameda, che denuncia le cattive pratiche di Zara, si legge che il marchio è stato denunciato in Argentina, Brasile, Cina, Spagna, Marocco e altri sette Paesi per riduzione in schiavitù, lavoro infantile e sfruttamenti di emigranti. Amancio Ortega, il patron di Zara, è l'uomo più ricco di Spagna e uno degli uomini più ricchi del mondo; il marchio, nel solo 2012, ha guadagnato 2,3 miliardi di euro (impossibile guadagnarne magari la metà e garantire una vita dignitosa agli operai che se la sono guadagnata con il loro lavoro?). 
eldiario.es pubblica oggi un articolo da Buenos Aires, in cui racconta la storia di un gruppo di donne boliviane, impiegate come schiave in un laboratorio clandestino che produceva capi di abbigliamento per Zara. Adesso sono rinate a nuova vita, grazie alla Fondazione La Alameda, che denuncia la schiavitù imposta dai marchi occidentali e che ha creato la cooperativa 20 de diciembre, in cui le ex schiave lavorano ancora come operaie di sartoria, ma con diritti e stipendi dignitosi. "Oggi producono, insieme ad altre cooperative formate da ex schiave e sfruttati della Thailandia e di altri posti, i marchi internazionali No chains e Dignity Returns, né conosciute né con campagne di marketing" scrive la giornalista Mariana Vilnitzky "I capi sono più cari del solito, ma in realtà valgono il loro prezzo. Con esso si pagano salari e una vita dignitosa per chi lavora. E' il minimo che dobbiamo pagare".
La storia di queste donne sfruttate nei laboratori clandestini di Buenos Aires, assomiglia molto a quella delle giovani costrette a prostitursi nei bordelli di qualunque città europea. Sono arrivate a Buenos Aires dagli altopiani andini con la promessa di un futuro migliore, di un lavoro sicuro e pagato dignitosamente, con il quale poter mettere da parte i risparmi necessari a comprare una casa e ad avviare un'attività nel villaggio d'origine. Per molte donne, quasi tutte di origine campesina, il viaggio a Buenos Aires è stato il primo della propria vita; in Argentina vengono loro ritirati i documenti e inizia la vita di schiavitù: "Lavoravamo tutto il giorno, dalla mattina alla notte, e dormivamo vicino alla macchina da cucire. Ci davano da mangiare rapidamente, in pochi minuti, e poi di nuovo a lavorare" racconta a Vilnitzky una delle ex schiave. Questa sorta di catena di montaggio in Argentina ha il nome di cama caliente, letto caldo, perché mentre una schiava dorme, un'altra usa la macchina da cucire e continua il lavoro. 
Vilnitzky paragona il sistema delle schiave-sarte a quello delle schiave-prostitute: "Le stesse pratiche di sequestro usate per produrre il nostro abbigliamento si usano per le reti di prostituzione in Europa, Asia e America LAtina. Sogni rubati di vivere in posti migliori. La prostituzione è vista peggio, ma la pratica dell'abuso è la stessa. Di fatto le mafie che trasportano le donne sarte hanno, secondo la Fondazione La Alameda, punti in comune con la mafia dei postriboli". Anche le schiave-sarte vivono in meccanismi del debito da cui non usciranno mai: una delle donne intervistate nell'articolo non ha mai ricevuto denaro per il suo lavoro, perché le venivano scontati il debito contratto per il viaggio, il vitto e alloggio nel laboratorio clandestino e la presenza dei suoi due bambini piccoli. Vivono anche nel terrore: sono donne mai uscite dai loro villaggi, con una scarsa formazione, facili da spaventare grazie alla loro ignoranza. "Mi dicevano che se fossi uscita da lì mi avrebbe preso la polizia, che gli argentini erano cattivi e mi avrebbero fatto del male. Non sapevo niente, non ero mai uscita dal mio villaggio, pensavo fosse vero" commenta una ex schiava. 
Mariana Vilnitzky racconta di essere tornata 'stordita' da una giornata nella cooperativa La Alameda, allo scoprire la schiavitù e l'illegalità che ci sono dietro i marchi più popolari d'Europa. E lo è stata ancora di più il giorno dopo, quando nel Bangladesh sono morti oltre 1000 operai di altri laboratori tessili di marchi europei, tra cui H&M, Zara, El Corte Inglés. Dopo la tragedia del Bangladesh, molti gruppi europei, tra cui H&M, Inditex, Benetton ed El Corte Inglés, hanno firmato un accordo con i sindacati locali, per permettere e finanziare i controlli indipendenti nei laboratori, i sindacati stanno lottando per avere migliori condizioni di lavoro e per aumenti salariali, a Dacca ci sono state varie manifestazioni operaie in questo senso. "Ma la cruda realtà è che al di là delle buone intenzioni, dopo il disastro, nessuno delle grandi imprese per cui producevano nei laboratori crollati è andato in carcere. Non ci sono responsabili legali. E siccome l'accordo e la pressione riguardano solo il Bangladesh, alcune imprese iniziano a vedere altre opportunità di sfruttamento meno visibile in Paesi come la Cambogia (dove, dopo il crollo del Bangladesh, sono morte due persone, in un altro crollo e senza uscire sui grandi media)" scrive nell'articolo. 
"E' importante che non diamo le spalle, che non ci accontentiamo del "si produce così dappertutto". Non sono solo le imprese che dovrebbero firmare gli accordi. Sono i Paesi. Esiste un'Organizzazione Mondiale del Commercio, ma nessuna organizzazione che vegli sui Diritti U,ani di chi produce per questo commercio. L'Unione Europea mette ostacoli a prodotti che suppone insalubri per i suoi cittadini, ma lascia passare senza problemi i lavori degli schiavi. Dobbiamo esigere un cambio profondo alla politica, insieme a ONG e sindacati. Questo abbigliamento, come qualunque altro prodotto realizzato in condizioni indegne, dovrebbe avere la vendita come minimo proibita nell'Unione Europea".
Il video da youtube, in cui si mostrano le condizioni di vita subumane degli operai utilizzati da Zara a Buenos Aires e le proteste di La Alameda.