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domenica 27 luglio 2014

Le spagnole, le donne più desiderate d'Europa (e gli italiani sbancano tra gli uomini)

Le donne più desiderate d'Europa? Le spagnole! E, tranquilli, questa volta non se lo dicono gli spagnoli da soli. elmundo.es riporta i risultati di un sondaggio effettuato da Loovy, piattaforma online di appuntamenti, in tutta Europa, per scoprire qual è la nazionalità preferita dagli europei che devono scegliere un partner di un altro Paese. Pare che le spagnole abbiano sbancato, battendo italiane e tedesche; le spagnole rappresentano un appuntamento ideale per il 45% degli italiani, il 34% dei francesi, il 33% dei portoghesi, il 31% dei tedeschi e via dicendo. Al successo delle spagnole non corrisponde però il successo degli spagnoli, rimasti al secondo posto e sonoramente battuti dagli italiani; soprattutto britanniche, portoghesi e spagnole preferirebbero avere un appuntamento con un italiano.

E gli spagnoli cosa pensano del resto d'Europa? Per un appuntamento cercherebbero un partner di quale Paese? Nonostante tutto il tempo che si passano a insultare e a criticare il Belpaese, i cugini e le cugine sceglierebbero indubbiamente un compagno italiano. L'Italia vince a man bassa tra gli uomini (il 35% vorrebbero un appuntamento con un'italiana, al secondo posto le francesi, al 19%) e tra le donne (il 47% delle spagnole preferirebbe un appuntamento con un italiano, lasciando gli inglesi al 19% e i francesi al 14%).

Al leggere i risultati di questo sondaggio, qualunque latino di buonsenso si chiede in quali Paesi sia stato fatto e se le risposte prevedevano già una lista di nazionalità o c'era libertà di scelta. Dov'è finito il mito delle tedesche o delle svedesi, per dire? Davvero un italiano sceglierebbe una spagnola e non una svedese? Davvero uno spagnolo sceglierebbe un'italiana e non una tedesca? Siamo seri: nessuno ci crede. Non ci credono neanche gli spagnoli, al leggere i divertenti commenti lasciati sotto l'articolo di elmundo.es. Gli uomini sembrano essere un po' gelosi del successo riscosso dalle compatriote, che non corrisponde al loro, e commentano che le spagnole sono famose perché, dicendolo alla francese, la danno senza troppi problemi, e questo spiega il loro successo (ammetto che a Siviglia vari italiani mi hanno detto di preferire le spagnole alle italiane, perché le italiane fanno le preziose e si credono tutte Gisele Budchen, le spagnole se hanno voglia e piaci ci stanno e basta). "Hanno sostituito le nordiche nell'immaginario di quelle più facili" è l'acido commento di un utente che "viaggia molto". "Le cercano solo per il sesso, nient'altro" commenta un altro. L'immagine che gli indispettiti spagnoli danno delle compatriote non è delle più simpatiche, meno male che loro, le chicas, accolgono il successo con prudenza e ironia. Zittisce tutti Valeria78, che dice chiaramente che le spagnole non sono migliori né peggiori, sono più socievoli, grazie al carattere mediterraneo, ma, colpo agli uomini spagnoli, mai vorrebbe un marito spagnolo perché "sono solitamente machistas, ci saranno furbi da tutte le parti, però mio marito è polacco e nella mia vita c'è un prima e dopo grazie a lui, padre e compagno meraviglioso e faccende di casa fifty fifty, genial".

Mentre un po' tutti si chiedono se davvero, mettendo a un tavolo una tedesca, una spagnola e un'italiana, un uomo spagnolo parlerebbe con le due latine o cercherebbe l'appuntamento con la bionda nordica (io non avrei molti dubbi a proposito). Visto il successo riscosso dai polacchi nei commenti, viste le scandinave ignorate nelle risposte, ma in quali Paesi avranno fatto il sondaggio?


giovedì 15 maggio 2014

Leonardo da Vinci era catalano. Come Cervantes, Cristoforo Colombo e Santa Teresa

Sì, come dice il titolo: secondo alcuni ricercatori catalani, gli italiani Leonardo da Vinci e Cristoforo Colombo e i castigliani Miguel de Cervantes e Santa Teresa erano in realtà nati in Catalogna.
Quando pensate che non si possa aggiungere più niente alla megalomania iberica, ecco che arriva la sorpresa: si può. A segnalare gli articoli che parlano delle origini catalane degli illustri personaggi, una divertente conversazione su Facebook, grazie a Giusi, un'amica italiana residente a Barcellona.
Adesso oltre a Cristoforo Colombo, pure Leonardo da Vinci, il genio del Rinascimento italiano, è in realtà prodotto iberico. A sostenere la teoria, il sito racocatala.cat, secondo il quale Leonardo era un figlio illegittimo catalano di nobili origini.
La prima prova è lo scudo dei Da Vinci (da Vinci non è il cognome di Leonardo, indica la sua località natale): tre barre rosse su fondo giallo, cioè i colori catalani. Poi c'è la lingua: pure Leonardo, come già Cristoforo Colombo, non scriveva bene l'italiano e faceva troppi errori di concordanza: "Non dominava la sua lingua o Leonardo stava scrivendo in una lingua che non era la sua?" si chiede il sito. "Come poteva essere che, senza studi universitari, dominasse alla perfezione le professioni di pittore, scultore, disegnatore, poeta, inventore, ingegnere, architetto, musicista, filosofo, anatomista, botanico e urbanista e che un personaggio di famiglia modesta, come il Leonardo che ci hanno documentato, sia finito ad avere contatti con personaggi illustri dell'alta nobiltà, della monarchia e del Vaticano? Chi ci può credere?".
Ed ecco la nuova versione: il Codex Magliabechiano del 1565 rivela che Leonardo era figlio illegittimo, nato di buon sangue da parte materna. Il cognome Da Vinci non ha origini in Italia (se non è un cognome...), però sì in Catalogna, con Vinçà, anticamente Vinciano, nella zona di Conflent; per oltre 40 anni, inoltre, a Barcellona sarebbe stato presente un Giovanni Da Vinci (Giovanni è un nome catalano?!); alcuni degli eredi del legato leonardesco sono legati alla Catalogna e alla regione di Valencia. E non solo. In molti dei suoi quadri, il paesaggio non è toscano, ma catalano, in particolare di Montserrat, alle spalle di Barcellona. Poi si arriva alla follia: "La nobile famiglia italiana dei Casanova, anch'essa originaria della Catalogna, Casanova il libertino in italiano sarebbe CasaNuova, (sì, chicos, ma in latino sarebbe Casa Nova, e il Dolce Stil Novo è italianisssimo, o volete prendervi pure quello?!), aveva il medesimo emblema dei Da Vinci (e dagli, Da Vinci non è un cognome!): tre barre vermiglio su fondo giallo. Leonardo e Colombo erano amici di Amerigo Vespucci. Amerigo Vespucci, in realtà Aimerich Despuig, sebbene in Spagna si firmasse come Despuchi, apparteneva a una famiglia nobile catalana. (…)".
Lasciamo Leonardo, che è ora, e spostiamoci su Jordi Bilbeny, 53enne ricercatore catalano intervistato da 20 Minutos qualche tempo fa. Secondo lui Don Chisciotte è opera di Miguel Servent, originario di Xixona, nella provincia di Alicante (la Comunitat Valenciana è zona d'influenza catalana), e fu scritto in catalano. "Gli autori del XVI e XVII secolo furono obbligati a tradurre il loro lavoro in castigliano. Sappiamo da molte fonti che c'erano traduzioni sistematiche stabilite dallo stato. Casualmente le originarie edizioni catalane sono sparite. Cervantes lo dice chiaramente: 'Ci hanno proibito la lingua, ma non la piuma'. A che lingua si riferisce? È chiaro!" Le prove delle origini catalane del buon Cervantes: "Come dice lui in famiglia c'erano tre fratelli, che furono alle guerre di Fiandre, d'Italia e del Nord Africa. Dalla conquista di Valencia furono parte della Cancelleria Reale. Un'altra coincidenza: Cervantes occupò l'incarico di tesoriere delle province delle Indie e i Servent furono tesorieri dal XIII e XIV secolo. Cervantes doveva essere di origini nobili, data la sua conoscenza e l'uso del linguaggio ebbe contatti con il mondo notariale e la famiglia Servant ebbe notai". Inoltre nel Chisciotte ci sono molti toponimi della zona di Xixona, regolarmente tradotti in castigliano, cita opere letterarie catalane e lo stesso Cervantes dice che il suo idolo politico è il bandolero catalano Perot Rocaguinarda, "il maggior terrorista della monarchia ispanica". La traduzione del Chisciotte fu opera dei censori: "Cervantes dice 'me l'hanno tradotto', 'io invece di essere padre sono patrigno' Lo dice varie volte, si lamenta di censorie traduttori".
La traduzione del Chisciotte e la cancellazione delle origini catalane di Cervantes è per Bilbeny un disegno politico, una chiara volontà che ha privato la Catalogna di alcuni dei suoi gioielli. Non solo Cervantes. Nelle sue ricerche Bilbeny ha scoperto che anche Santa Teresa d'Ávila era catalana: il suo nome era Teresa Enríquez de Cardona e fu badessa del monastero di Pedralbes, a Barcellona. "In Catalogna ci sono stati grandi artisti e scrittori, ma si è adulterata la Storia con leggi su misura. Si riconosce Tirant e dopo... non c'è stato più niente? Non ci sono stati altri scrittori? Non può essere. La stessa cosa succede con la scoperta dell'America: giusto quando si scopre l'America la potenza navale catalana sparisce? E la Castiglia la crea dal niente? Da un giorno all'altro? Non ha senso. Con i quadri del Rinascimento succede la stessa cosa: si può nascondere l'autore, ma non il paesaggio che rappresenta e adesso si sta dimostrando che si tratta di autori nati in Catalogna e non nell'Italia che faceva parte della Corona d'Aragona". Una campagna orchestrata contro la Catalogna? "E' uno storicidio, un genocidio culturale" assicura Bilbeny, con qualche dimenticanza (voluta?) storica. 


domenica 11 maggio 2014

Il sesso ai tempi della Feria de Abril di Siviglia

Non solo casetas, pescaido, cavalli, musica e balli. La Feria de Abril è anche occasione di relazioni spensierate e occasionali. Il sesso è favorito, del resto, dalle alte temperature, dal clima di festa, dal consumo di alcol, dalla femminilità degli abiti da flamenca, dalla seduzione delle sevillanas. Tutto esalta la sensualità ed è un invito a lasciar andare i sensi.
Questo, almeno, sostiene una mini inchiesta di El Mundo, tra le farmacie dei dintorni del Recinto Real, in cui si svolge la Feria de Abril. Secondo Alberto de León, responsabile di una farmacia nell'avenida de República Argentina, a qualche centinaio di metri dal Real, la vendita dei preservativi aumenta del 30-40% nei giorni di Feria. Vanno a ruba le confezioni da sei e da dodici: "L'anno scorso la scatola di Durex da dodici ha venduto il 50% in più rispetto al resto dell'anno" racconta. Non tralasciando che nei giorni di Feria si vende di tutto, dalle creme ai lubrificanti fino ai prodotti per l'impotenza. E non sono solo le farmacie intorno alla Feria: l'anno scorso in tutta la città l'aumento delle vendite dei preservativi è stato del 9%.
L'inchiesta di El Mundo si allarga anche agli hotel cittadini. L'hotel Noches de Triana, specializzato nell'affitto di camere a ore, tranne nei giorni di Feria, quando affittare le stanze ai turisti è più redditizio, riserva una ventina di stanze anche in queste giornate all'affitto a ore. E sono stanze che vengono affittate a notte inoltrata, quasi all'alba, da coppie che la maggior parte delle volte si è appena conosciuta alla Feria: "Lo dico per come se ne vanno. In genere non escono insieme come la maggior parte dei turisti alloggiati nell'albergo, non si prendono neanche per mano. Non so come arrivano, perché non faccio il turno di notte, ma ad andarsene, se ne vanno ognuno per proprio conto, quasi senza guardarsi" dice Simeón, dipendente dell'albergo al quotidiano di Madrid.
E oltre al sesso occasionale la Feria de Abril offre anche quello a pagamento. A Siviglia arrivano molte professioniste del settore, che lavorano sia nei club sia per le agenzie. Anche in questo caso, il movimento è intorno alle prime ore dell'alba, quando gli uomini escono dalla Feria, avendo bevuto più del necessario e cercano compagnia. Nei giorni di Feria le prostitute guardagnano bene? Nessuno ama parlare di numeri, ma si parla anche di 1000-2000 euro durante l'intera settimana.
E ci sono poi storie alla Pretty Woman. Una prostituta 30enne rintracciata dal quotidiano usa mettere un annuncio su Internet, per offrire la propria disponibilità alla Feria de Abril. "Mi chiamano uomini di fuori Siviglia che non vogliono rimanere da soli" spiega. Questa volta si è messa d'accordo con un uomo che le ha chiesto disponibilità per l'intera settimana: "Mi paga 800 euro e devo stare con lui solo di notte. Per cui penso che rimarrò in una stanza dell'hotel, uno molto importante del centro della città, quasi tutto il giorno da sola". Un altro modo di vivere la Feria de Abril.
La foto, dalla galleria fotografica di elcorreoweb.es, dedicata alla giornata di ieri in Feria.




domenica 27 aprile 2014

Tio Pepe torna alla Puerta del Sol di Madrid

Dopo tre anni Tio Pepe è tornato alla Puerta del Sol di Madrid. La capitale spagnola ha vietato da anni le insegne pubblicitarie luminose, con due sole eccezioni, per il valore culturale e affettivo che rappresentano: Schweppes nella plaza del Callao e Tio Pepe alla Puerta del Sol.
Negli ultimi anni, a causa dei restauri dell'edificio in cui era esposta, nell'angolo formato dalle calle de Alcala e della Carretera di San Jeronimo, l'insegna era scomparsa. E si sentiva un po' la sua mancanza, perché Tio Pepe è davvero parte dell'immaginario dell'ombelico di Madrid.
Questa settimana Tio Pepe è tornato a pubblicizzarsi alla Puerta del Sol, non più nel palazzo originario, adesso proprietà di Apple, che vorrebbe trasformarlo in un mega store, ma davanti alla Real Casa de Correo, l'attuale palazzo della regione, il cui orologio viene utilizzato l'ultima notte dell'anno per celebrare la mezzanotte.
E' stato solo un trasferimento: per regole madrilene, le insegne pubblicitarie luminose a cui è stato permesso sopravvivere, devono essere originali.



venerdì 18 aprile 2014

Gli aneddoti dei tassisti di Buenos Aires ispirano una pagina di Facebook: 140mila fans in un mese

Sui tassisti girano numerose leggende: le loro conversazioni appassionate, i loro incontri improbabili, le loro avventure sorprendenti, le loro giornate colorate. Una delle più belle canzoni del pop latinoamericano, Historia de un taxi di Ricardo Arjona, è dedicata a un tassista che zigzagueaba en Reforma, a Città del Messico, e carica una bionda fatale. Poi ci sono i tassisti di Buenos Aires.
Mi è capitato di leggere mirabolanti articoli su di loro e sulle loro eclettiche conversazioni, maitre a penser, guru ed esperti tuttologi, dal peronismo all'amore, dal Boca e il River ai reality televisivi, da Cristina (Kirchner, la presidenta) a Evita. Adesso c'è una pagina di Facebook, segnalata da Clarin e prontamente visitata, che rende omaggio ai tassisti porteños. Si chiama Me lo contó un tachero (Me lo ha raccontato un tassista) ed è nata da un'idea di Manuel Burgio, che ha deciso di raccogliere gli aneddoti raccontati dai tassisti e che è stato aiutato da Mathias Schusterman a svilupparla tecnicamente. I due sono stati travolti da un successo inaspettato. Se prima erano loro due a pubblicare gli aneddoti ascoltati in taxi, adesso ricevono centinaia di segnalazioni al giorno. In un solo mese i Mi piace raccolti dalla pagina sono oltre 140mila. E gli aneddoti riportati sono divertenti, incredibili e spesso mirabolanti, piuttosto hot ed espliciti se si tratta di sesso, piuttosto cospironoici se si tratta di vedere richiami alla NASA o agli extraterrestri nelle nuove architetture di Buenos Aires, piuttosto salaci nel commentare la vita dei famosi della tv. Filosofia di vita spicciola, saggezza popolare, il colore di una città.
- Una volta ho portato Bergoglio, era agitato e all'improvviso lo chiamano per avvertirlo che sarebbe potuto diventare Papa. Mi ha chiesto se potevo sostituirlo, nel caso gli fosse successo qualcosa, e gli ho detto di no, perché sono ateo.
- Se vuoi fare uno sciopero generale sul serio in questo Paese, non devi bloccare i trasporti, devi bloccare Internet.
- Io oltre a essere tassista, sono detective privato. Lì si guadagna bene, soprattutto con i tipi che per non passare per cornuti dicono di venire da parte di un amico
- Trovare parcheggio a Palermo (celebre quartiere di Buenos Aires) è più difficile che pulirsi il sedere con carta piccante
- A noi uomini fanno paura le donne intelligenti, se ti piace uno, fa' la stupida
- In Cina le cose sono complicate. Quelli in gamba li mettono a suonare al chitarra su youtube. Quelli che non lo sono li mandano qui ad aprire supermercati
- Le ragazze di adesso sono fighe perché le madri le hanno alimentate con milanesas di soia, diventate di moda negli anni 90. Tu hai le gambe grosse perché sei di una generazione precedente
- Sai perché i motociclisti portano il casco al gomito? Ti sei mai dato un colpo al gomito? E' la cosa peggiore che possa capitare
- Ho vinto un viaggio al Mondiale tutto pagato da Marlboro, ma ho dovuto venderlo perché avevo detto alla mia signora che avevo smesso di fumare
- Il taxi è di mia madre. Io in realtà sono importatore, importo 4 containers di Levi's all'anno
- Rial (Jorge, uno dei giornalisti argentini più noti) è un idiota, io alla Loly (Antoniale, giovanissima compagna a singhiozzo di Rial) glielo infilavo dentro e chi riusciva a tirarlo fuori dovevano incoronarlo Re Arturo
- Poco tempo fa ho portato Hitler. E' vecchissimo, mi ha chiesto di caricare la sua sedia a rotelle e lì mi sono reso conto... Mi ha guardato fisso, ha detto 'So che sai' e mi ha dato 500 pesos


domenica 6 aprile 2014

The Telegraph: l'Andalusia, il miglior posto in cui vivere (e Parma è il 4°)

L'Andalusia è il miglior posto in cui vivere. Lo ha stabilito il quotidiano britannico The Telegraph, che ha selezionato i miglior venti posti del mondo, in una lunga galleria fotografica.
Perché l'Andalusia? The Telegraph spiega: "L'architettura moresca, compresa l'Alhambra, si trova accanto a centinaia di chiese e fincas graziose. La gente balla e mangia tapas al ritmo del flamenco. Lontano dalle trappole turistiche, ques'incantevole regione della Spagna meridionale offre una vita ricca di storia, cultura e cucina come nessun altro posto in Europa". E, nel caso i lettori volessero comprare la casa della loro vita in Andalusia, il quotidiano britannico dà un suggerimento: il mercato immobiliare andaluso ha avuto problemi, ma ci sono i primi segnali di miglioramento e l'area con il maggior potenziale è la parte settentrionale della provincia di Almería, in particolare intorno a Vera e a Mojácar.
Il successo dell'Andalusia ha soddisfatto i media spagnoli, che però lamentano come in questa classifica la Spagna compaia solo una volta, con l'Andalusia vincitrice, mentre la Francia, per esempio, compare ben quattro volte, con Parigi, Courcheval, la Guascogna e la Bretagna.
Ma stiano tranquilli i cugini spagnoli: la classifica è quantomeno surreale, dato che mescola città e interi Paesi: per dire, sarebbe bellissimo vivere nelle già citate località francesi e anche in Marocco. Che viene da dire, allora perché quattro località francesi e non la Francia, tout court? Perché la Svezia intera e Oporto?
Per l'Italia sono in classifica Parma, al 4° posto, e la Toscana, al 14°: anche in questo caso, una città e una regione? I criteri di selezione non sono chiari, ma il successo dell'Andalusia è perfettamente condivisibile.
Classifica e fotografie dei 20 migliori posti del mondo in cui vivere sono su telegraph.co.uk.



venerdì 4 aprile 2014

Lo spot primavera-estate 2014 delle scarpe Marypaz, nella Muraglia Rossa di Ricardo Bofill

Probabilmente, se siete stati in Spagna, lo avrete notato: nelle città spagnole ci sono tantissimi negozi di scarpe. E, almeno a Siviglia e a Madrid, mie città di riferimento, offrono una tale varietà che personalmente preferisco comprare le scarpe in Spagna più che in Italia. Uno dei marchi più popolari è l'andaluso Marypaz, che offre scarpe di tendenza, a prezzi ragionevoli e giocando su colori e modelli, che danno molta libertà. Lo si trova nelle principali città spagnole, a Siviglia si potrebbe dire quasi che è ad ogni angolo e, quando arrivano i cambi di stagione, a marzo e a ottobre, è un punto di riferimento inevitabile per avere idea delle scarpe che saranno.
Marypaz ha presentato in questi giorni la sua nuova collezione primavera-estate 2014, con uno spot allegro ed estivo, non particolarmente esaltante, se non fosse che mostra alcuni dei suoi modelli e che usa una location cara a Rotta a Sud Ovest, la Muralla Roja di Ricardo Bofill, costruita a Calpe, nella Comunitat Valenciana, uno degli edifici più originali dell'architettura contemporanea spagnola, liberamente ispirato alle casbah arabe, con i suoi patios nascosti, le sue strade strette e le sue scale di collegamento.

venerdì 28 marzo 2014

Arturo Pérez Reverte e i moros: non la parola, ma il suo uso è offensivo

Ma in spagnolo, dire moro a una persona di origine musulmana, possibilmente maghrebina, è offensivo o no? La contrapposizione tra Mori e Cristiani, che ha caratterizzato tanta storia spagnola, sembra esistere ancora nel linguaggio parlato, lo si nota in El Principe, la bella serie di TeleCinco che si svolge nell'omonimo quartiere di Ceuta e che consiglio vivamente a chi parla spagnolo, in cui si parla ancora di Moros y Cristianos, per parlare di Arabi e Spagnoli. A Siviglia non mi è mai capitato di sentire persone che parlano dei maghrebini come dei moros, né i media si riferiscono con questa parola ai nordafricani. Ma in certi soggiorni sulla Costa del Sol, dove i maghrebini sono davvero tanti, mi è capitato di sentirli chiamare moros, come si chiamano gli italiani o i russi, senza alcun tono dispregiativo. Così si torna alla questione iniziale: si può dire moro a un nordafricano o a una persona di religione musulmana? O si rischia di offenderla, visto il turbolento passato tra Mori e Cristiani?
Alla domanda risponde Arturo Pérez Reverte, scrittore e membro della Reale Accademia di Lingua Spagnola, con un articolo su finanzas.com, perché un avvocato di origine marocchina, residente in Spagna, ha chiesto all'Accademia di inserire moro nel Dizionario come parola 'razzista, discriminante e xenofoba'. "La chiara intenzione dell'avvocato di origine marocchina, moro secondo il Dizionario della Real Academia, è che il solo uso della parola, anche diretto, come ho appena fatto, possa essere già reato" scrive Pérez Reverte. Ottenuto il sostegno "del coro abituale di opportunisti", l'avvocato è arrivato a chiedere il sostegno diplomatico degli ambasciatori dei Paesi del Maghreb. Però.
"Il Dizionario non si può costruire a misura delle persone, ma in base all'uso reale di una lingua, un tema molto complesso, che si forma durante secoli, società e Storia. Le lingue sono fatte da chi le usa, sono strumenti potenti che servono per definire e per comunicare, e non c'è avvocato al mondo, né giudice, né governo, né accademia che possano cambiare questo"scrive Pérez Reverte. Moro in sé non è parola che reca insulto, la sua eventuale carica offensiva dipende da chi la usa, "ma l'uso malintenzionato di una parola, non deve pregiudicare mai chi la usa in modo corretto e ne ha bisogno per esprimersi con efficacia".
Poi lo scrittore di Cartagena si scatena contro gli aficionados della demogagia barata, di bassa lega, che invita "a leggere un po'" (e quanto è importante la cultura e la lettura Pérez Reverte non si stanca di ripeterlo!): "Moro lo usiamo nella nostra lingua scritta da nove secoli e mezzo, e in quella parlata, non ne parliamo. Ma è che ancora prima c'era nel latino, che qui parlavano i romani; e dopo nelle lingue romanze: Mauro invenire potueritis, scriveva l'abate Albelda nientemeno che nel 928. E da lì fino a oggi, passando per i patti firmati da Alfonso el Batallador cum illos bonos moros de Tudela, e per il Poema del Cid, los moros yazen muertos, de bivos pocos veo / los moros e las moras vender non los podremos, e per i Claros varones de Castilla o le cronache di Fernando del Pulgar sulla guerra di Granada, e per lo sbarco a Orano, il Barranco del Lobo, Annual, Monte Arruit, Alhucemas, don Ramón Menéndez Pidal, la Guerra Civile, Ceuta, Melilla, Ifni, il Sahara, le zattere".
Bella difesa delle parole e della responsabilità di ognuno di noi a usarle correttamente.

Un falso incidente aereo alle Canarie allarma la Spagna

Alcuni bagnanti vedono un rimorchiatore che trasporta una gru al largo della costa di Telde, nell'isola di Gran Canaria. Da lontano la forma sembra quella di un aereo che galleggia in acqua, qualcuno lo fotografa e pubblica l'immagine su Twitter, parlando di un incidente aereo. L'immagine viene immediatamente ripresa dalla Rete e acquista una certa credibilità quando è lo stesso servizio di emergenza delle Canarie a parlare della "caduta di un aereo a due miglia dalla costa di Gran Canaria, all'altezza di Jinámar. Sconosciuto il numero dei passeggeri". Immediatamente media digitali locali e agenzie rilanciano la notizia in tutta la Spagna e la ricerca di conferme si fa frenetica.
Il Governo delle Canarie e l'Aeroporto di Gran Canaria parlano di un Boeing 737 caduto in mare, mentre le unità di soccorso si recano nella zona del presunto disastro aereo e il Ministro delle Infrastrutture Ana Pastor pensa di cambiare la sua agenda per correre nell'arcipelago. Siamo in piena psicosi, ancora sconvolti dalla caduta in mare dell'aereo malese sulla rotta Kuala Lumpur-Pechino, con la tragedia aerea di Spanair, del 2008, ancora in mente.
Poi arrivano i primi dubbi. Al largo di Telde non c'è alcun aereo né alcun segno di una tragedia appena avvenuta. Dalla torre di controllo di Gran Canaria non ci sono dati di aerei perduti.
Il servizio d'emergenza di Gran Canaria smentisce così l'incidente aereo e assicura che l'oggetto visto nell'immagine pubblicata nelle reti sociali non è un aereo, ma un rimorchiatore che portava una gru. Pochi minuti ancora e smentisce anche AENA, l'ente che gestisce gli aeroporti spagnoli: "E' una barca che dalla costa è stata confusa con un aereo, non manca alcun aereo nel radar del controllo aereo delle Canarie". I servizi di soccorso rientrano, mentre, nel frattempo, si sono formate lunghe code di curiosi sulle strade che portano a Telde.
I siti web dei quotidiani nazionali smentiscono la notizia dell'incidente aereo, mentre Canarias7.es, uno dei primi media digitali a divulgare la notizia, pubblica un articolo del suo direttore, che spiega cosa è successo, iniziando il pezzo con "Adesso ridiamo, domani ci sarà chi ne farà una barzelletta... ma oggi a mezzogiorno, ci si è stretto il cuore al ricevere la notizia che diceva che 'un aereo' era caduto lungo il litorale di Telde". E, dopo aver spiegato come la redazione abbia cercato conferme ufficiali alla notizia e l'abbia pubblicata solo dopo averle avute, offre le scuse ai lettori con una frase che è la sintesi di tutta la follia: "Abbiamo detto che c'era un aereo caduto e dopo che era un Boeing 737 e lo abbiamo fatto perché questa era l'informazione che ci hanno confermato ufficialmente". L'errore, dunque, non è stato dei media, che hanno cercato conferme ufficiali alla notizia, è stato delle fonti ufficiali, che non si capisce come abbiano potuto perdere il controllo dei fatti fino a questo punto.
Ieri, in serata, quando già si pensava ad altro, la smentita ufficiale del Governo canario. Nel suo comunicato, la successione dei fatti che ha portato al clamoroso errore: "L'Unidad de Comunicación del 1-1-2 Canarias ha informato oggi su Twitter che un aereo era caduto vicino alla costa di Gran Canaria, dopo l'informazione ricevuta dal Centro di Controllo dell'Aeroporto da un terminal tetra, della Rete d'Emergenza delle Canarie, designata per le comunicazioni d'emergenza. In questa chiamata si diceva che un Boeing 737 stava galleggiando nel mare, davanti alle Terrazas de Jinámar, e chiedeva di 'mobilitare tutte le risorse'. In una seconda chiamata dalla Torre di Controllo di Gran Canaria si diceva che l'ultimo aereo decollato aveva visto l'aereo in acqua. Nella terza telefonata si stimava che l'aereo potesse avere 190 persone a bordo, essendo un 737. Davanti a queste informazioni, e con la conferma del Centro di Controllo, l'Unidad de Comunicación dell'1-1-2 pubblica un tweet, dando informazion sull'accaduto. Qualche minuto dopo il Centro di Controllo chiama la Sala del CECOES e chiarisce che è stato un falso allarme".
Una delle foto del rimorchiatore con la gru, dal web spagnolo.




sabato 15 marzo 2014

Il Perù contro la nuova tendenza dei turisti nudi a Machu Picchu. Arresti e avvertimenti

Il Perù è passato alle maniere forti e agli arresti. Quattro turisti statunitensi, di età compresa tra i 22 e i 54 anni, sono stati arrestati per essersi spogliati davanti alle rovine di Machu Picchu ed essersi fotografati. La moda è stata diffusa da Paul Marshall, che ha un blog in cui mostra le sue immagini nudo davanti ad alcuni dei monumenti più noti de mondo (il blog si chiama, per l'appunto, Naked at monuments); la sua idea è che in questo modo si “rompono le barriere davanti al corpo”. E la sua visione del rapporto corpo-monumenti, ha guadagnato numerosi adepti. Per lo meno a Machu Picchu, dove le autorità, dopo aver tentato di scoraggiare gli strip-tease, hanno deciso di iniziare ad arrestare gli aspiranti nudisti.
Il quotidiano peruviano la República segnala da varie settimane di vari turisti che si sono spogliati e fotografati nel sito archeologico più famoso del Cono Sur. Il 24 novembre 2013, i primi arresti: la 18enne Sydney Rudevies Liam Timothy e il 30enne Topp Mathew Jared sono stati fermati dalle autorità e costretti a cancellare le foto dalla loro macchina fotografica digitale. Ma inutilmente: un paio di immagini circolavano già sulle reti sociali. Il rafforzamento della vigilanza nel Parco Archeologico non ha impedito altri casi. Il più eclatante, il 27 febbraio, quando i poliziotti in servizio a Machu Picchu hanno inseguito una coppia nuda, che fuggiva con gli indumenti in mano, attraverso la via centrale della cittadella incaica, mentre alcuni turisti riprendevano la scena divertiti e applaudivano. Inutile dire che i video sono finiti, anche in questo caso, sulle reti sociali.
Il nuovo arresto, ieri, nella mattinata peruviana, quando dalla macchina fotografica dei quattro turisti sono spuntate le loro immagini nudi nel sito archeologico. Gli strumenti in mano al Perù, per cercare di arginare il fenomeno, non sono tantissimi: si fanno indagini sulle condotte poco rispettose nei confronti di un monumento Patrimonio Culturale dell'Umanità e si informano le ambasciate. Per ora è tutto quello che il Paese puà fare.
La piattaforma di blogger non consente immagini esplicite in blog pubblici (e non voglio neanche far arrabbiare Google Adsense, che tempo fa si era offeso per una copertina di Interviú con Elsa Pataky poco vestita), per cui se volete vedere le prodezze dei turisti nudi, ecco un paio di link, da la republica.pe:www.larepublica.pe e www.larepublica.pe


domenica 9 marzo 2014

E la regina d'Olanda incontra Juan Valdez, l'icona simbolo dei cafeteros colombiani

La prima regina sudamericana d'Europa incontra il simbolo dei cafeteros e di uno dei prodotti di cui il Cono Sur può essere più fiero, il caffè colombiano. Nei giorni scorsi, Máxima dei Paesi Bassi ha compiuto una visita ufficiale tra Colombia e Perù, per conoscere da vicino vari progetti sociali d'inclusione sostenuti con il microcredito, la forma di finanziamento di cui è ambasciatrice.
Tra gli incontri in programma in Colombia, c'è stato quello con Juan Valdez, l'uomo simbolo dei cafeteros colombiani, l'ambasciatore della qualità del caffè colombiano nel mondo. Juan Valdez è un personaggio inventato negli anni 50, per rappresentare il lavoro e la passione dei cafeteros: da tempo è uno dei simboli pubblicitari più riconoscibili del mondo (nel 2005 è stato scelto come l'icona della pubblicità più importante degli Stati Uniti). A rappresentare Juan Valdez c'è oggi il 45enne Carlos Castañeda Ceballos, scelto nel 2007 dopo un casting durato quasi due anni. Ed è stato lui a incontrare la bionda regina sudamericana, durante la sua visita alla Federación Nacional de Cafeteros de Colombia, a Bogotà; dalle sue mani Máxima ha ricevuto una Cédula Cafetera Inteligente, un documento d'identità dei cafeteros che dà diritto di accesso a diversi programmi e servizi finanziari studiati proprio per chi lavora nelle campagne colombiane.
La regina che si presta a promuovere un'iniziativa in fondo privata, hanno commentato i media colombiani con soddisfazione, al sottolineare come sia inusuale che un membro delle Case Reali europee presti la propria immagine per iniziative di lucro straniere.
Quello che rimane, al di là della visita di Máxima e della sua più o meno eistente simpatia per le iniziative finanziarie in favore dei cafeteros colombiani, è l'immagine di Juan Valdez accanto alla regina. La storia di questo simbolo della cultura dei cafeteros, del loro sforzo per migliorare la qualità e l'immagine del caffè colombiao nel mondo, della forte identità che Juan Valdez garantisce nella pubblicità merita di essere conosciuta: su Rotta a Sud Ovest se n'era parlato tempo fa, in questo post.



domenica 2 marzo 2014

Il piatto di jamón ibérico più grande del mondo è di Benarrabá (Málaga)

Un piatto di vero jamón ibérico di 47 metri quadrati, per realizzare il quale è stato necessario il contributo di ben 161 professionisti.
Sono numeri da Guinnes dei Primati e infatti a Benarrabá, località in provincia di Málaga e nei pressi di Ronda, oggi celebrano il record appena stabilito: il loro gigantesco piatto, è il piatto di jamón ibérico più grande del mondo. Tanto che per trovargli sistemazione hanno dovuto occupare la piazza del Comune.
A realizzare il record hanno collaborato numerose imprese della zona, che hanno donato i prosciutti. Ma non si tratta solo di golosità o goliardia: il record ha un fine benefico. Le razioni di prosciutto verranno vendute a 3 euro e l'incasso verrà destinato alla Caritas.
La foto, da diariosur.es, che ha dato la notizia di questo nuovo, curioso record.



venerdì 21 febbraio 2014

La Duchessa d'Alba potrebbe essere regina della Scozia indipendente? Ipotesi dalla Gran Bretagna

D'accordo la questione economica e le relazioni con l'Unione Europa e il resto del Regno Unito, ma la Scozia che si avvia verso il referendum per l'indipendenza, previsto pe il 2015, pensa anche, giustamente, alla forma dello Stato. Sembra che non ci siano molte discussioni su Monarchia o Repubblica, e c'è anche chi propone che la stessa Regina Elisabetta continui a essere Capo dello Stato (che si separano a fare, allora?!). The Queen sarebbe anche disponibile, ma non dipende da lei: l'ultima parola spetta al Primo Ministro David Cameron, che, sostiene l'opinionista del Telegraph Peter Oborne, non è detto che lascerebbe alla Scozia la regina inglese: "Cameron ha già negato la sterlina e può negare alla Scozia anche la Casa di Windsor, anche perché gli scozzesi avevano il loro monarca, prima di Giacomo VI, che nel 1603 ha unificato le corone di Inghilterra e di Scozia".
Dunque, cosa fare, dato che, tra l'altro, non tutti gli scozzesi vedrebbero di buon occhio una Scozia indipendente con Capo di Stato comune per l'isola? Oborne propone di guardare ai discendenti degli Stuart, la storica dinastia degli scozzesi, prima dell'unificazione delle due Corone britanniche. Il discendente più vicino alla linea di successione è l'81enne duca Franz di Baviera, che proviene dal ramo di una figlia minore di Carlo I d'Inghilterra e di Scozia, Henrietta. Ma il Duca non ha mai voluto saperne di reclamare i troni britannici; duramente provato dal nazismo, ha sempre preferito rimanere in disparte. Visto il disinteresse per il trono del duca bavarese, Oborne guarda allora all'altra discendente in vita, l'87enne doña María del Rosario Cayetana Fitz-James Stuart y Silva, la Duchessa d'Alba, insomma.
"La duchessa d'Alba è l'aristocratica con il maggior numero di titoli al mondo, oltre 40, secondo il Guinness dei Primati. A capo della Casa d'Alba, che ha 539 anni di storia, è sette volte Duchessa e gode del privilegio di non dover inginocchiarsi davanti al papa. Nel 2011 si è sposata per la terza volta, con un funzionario più giovane di lei di 24 anni" scrive il Daily Express, che, come molti media britannici, ha ripreso l'articolo di Oborne. E poi elenca le sue ricchezze: "E' una delle persone più famose e più ricche di Spagna, con un patrimonio stimato intorno ai 2,9 miliardi di sterline. Il suo patrimonio comprende migliaia di acri di terra e centinaia di dipinti e manufatti storici. Tra questi anche la prima mappa dell'America di Cristoforo Colombo e una prima edizione del Don Chisciotte".
Peter Oborne, che ha iniziato tutto il dibattito sulla forma dello Stato scozzese, ipotizzando il ritorno degli Stuart, conclude l'articolo del suo blog con queste parole: "Recentemente la Duchessa si è sposata con un tale Alfonso Diez Carabantes, un funzionario di 24 anni più giovane che ha rinunciato a ogni reclamo sulla sua fortuna. Questo significa che se diventasse regina di Scozia, sarebbe in grado di aiutare finanziariamente il Governo scozzese. Il che, per come stanno andando le cose, sarebbe più che utile. E potrebbe anche essere essenziale".
Cayetana che si gioca il suoi beni per il Regno di Scozia?! Davvero la Duchessa d'Alba potrebbe diventare un giorno Regina di Scozia, nel caso gli indipendentisti vincessero il referendum?
"Assolutamente no!" assicura divertito Cayetano Martínez de Irujo, l'ultimogenito maschio della Duchessa. E la ragione è quella sottolineata anche negli appassionati commenti all'articolo di Oborne (poi dicono che gli anglosassoni non hanno fuoco nel sangue!): "Discendiamo da un ramo bastardo degli Stuart, per questo nel cognome di mia madre c'è Fitz-James, che era come si chiamavano gli Stuart nati fuori dal matrimonio". Non ci sarebbe la legittimità dinastica per aspirare al trono, insomma.
Ma questo non impedisce che Cayetana e la Scozia abbiano un legame speciale. E' ancora Cayetano, che, divertito, racconta a vanitatis.com: "L'ultima volta che mia madre è andata in Scozia mi ha chiesto cosa volevo che mi portasse e io le ho chiesto un kilt. Mi ha chiesto di quale colore e le ho detto rosso. A Edimburgo, si è recata nella sartoria che fa i kilt alla Famiglia Reale e ha detto che ne voleva uno rosso. Allora il sarto le ha detto che non poteva farglielo perché il colore era riservato alla Casa Reale. Mia madre ha tirato fuori la sua carta d'identità e gli ha detto che era Cayetana Fitz-James Stuart. E il sarto si è immediatamente messo ai suoi ordini e le ha detto: "Ma certo, signora, lei è la nostra regina!"".


giovedì 20 febbraio 2014

Alla ricerca della tomba perduta di Miguel de Cervantes: si userà anche un georadar

Potete crederci? La Spagna ha perso le tracce dei suoi uomini più famosi dl Siglo de Oro. Nessuno sa dove siano i resti di Diego Velázquez, Miguel de Cervantes, Lope de Vega e Calderón de la Barca, spariti nel corso de secoli a causa di frequenti spostamenti, guerre, ripicche e crolli o distruzioni di conventi.
Ma si è iniziato a rimediare.
Dopo quattro anni di preparazione, nei prossimi mesi inizierà la ricerca dei resti di Miguel de Cervantes, l'autore delle avventure di El ingenioso hidalgo don Quijote de La Mancha e del suo fedele Sancho Panza. "E' lo spagnolo più illustre della storia" assicura lo storico Fernando de Prado, anima del progetto.
Miguel de Cervantes fu sepolto a Madrid, nel convento delle Trinitarias Descalzas, in cui era monaca sua figlia Isabel. I vari lavori di restauro e ristrutturazione, fecero sì che, nel corso dei secoli, si sia persa la memoria dl luogo esatto della tomba. Secondo Fernando de Prado, i resti di Cervantes non hanno mai abbandonato il convento, ed è qui che si concentreranno le ricerche. E' possibile che, durante i vari lavori realizzati, i resti di Cervantes non siano andati perduti, ma si siano mescolati a quelli delle altre persone sepolte in loco. Come riconoscere allora l'autore del Chisciotte?
In soccorso arrivano le nuove tecnologie. Per le ricerche si utilizzerà infatti un georadar, con cui si potranno individuare sepolture individuali, collettive e cripte varie; una volta stabilita una mappa di questi ritrovamenti, sarà possibile cercare le ossa di Cervantes, avendo a disposizione anche alcuni dati incontrovertibili: l'autore del Don Chisciotte morì il 22 aprile 1616 a 69 anni, un'età molto avanzata, rispetto alla media dell'epoca; il suo braccio sinistro era rimasto praticamente paralizzato a causa delle ferite sofferte nella battaglia di Lepanto, contro i Turchi. Sono tutti dati che dovrebbero aver lasciato un segno nel suo scheletro e, dunque, che aiuterebbero a un suo ritrovamento (il DNA dei discendenti di un suo fratello, non dovrebbe essere suffficiente). Se i resti di Cervantes venissero ritrovati, non solo si darebbe una tomba e un punto di riferimento a tutti gli amanti del Chisciotte e della letteratura, ma si potrebbe anche ricostruire l'immagine dello scrittore. A oggi, infatti, non esiste un suo ritratto.
Tra due anni la Spagna celebrerà i 400 anni dalla morte di Cerantes: riuscirà a farlo dando una nuova, degna sepoltura ai suoi resti? Il Comune di Madrid e la la Real Academia Española, che sostengono il progetto di ricerca, sperano di sì.
Cercando informazioni per scrivere questo post mi sono imbattuta in altro materiale interessante (è la cosa bella che regala la scrittura: si fanno ricerche e si imparano tante cose più di quelle che si stavano cercando).
Il grande rivale di Miguel de Cervantes fu Lope de Vega. Erano contemporanei, erano due geni dalle personalità contrapposte, erano rivali e, incredibilmente, vivevano a poca distanza l'uno dall'altro, in un incrocio continuo di vite e di coincidenze che dimostra come il destino si prenda volentieri gioco delle emozioni degli uomini. Entrambi avevano una figlia monaca nel Conventro delle Trinitarie Scalze (il corteo funebre di Lope de Vega si fermò davanti al convento affinché sua figlia Marcela potesse salutarlo); entrambi ebbero il funerale nella chiesa di San Sebastián e nesuno dei due ha una tomba sui portare un saluto. La cosa più curiosa di tutte è che Miguel de Cervantes visse nella strada intitolata oggi a Lope de Vega e quest'ultimo, ovviamente, visse nella strada intitolata oggi a Cervantes; e nella piccola srada che unisce queste due calles visse Quevedo. Com'era piccola, la Madrid degli ultimi Asburgo. Se volete salutarla, in un viaggio nella capitale spagnola, si trova alle spalle della plaza de Santa Ana, nel Madrid de las Letras.

lunedì 17 febbraio 2014

Siviglia, la città più narcisista di Spagna, senza belvedere per ammirarsi. Ma adesso arriva la Torre Pelli

"E' che Siviglia non ha un posto da cui si possa ammirare. C'è solo la Giralda" mi fa notare, quasi come giustificazione, un sivigliano doc, in una conversazione sulla Torre Pelli. Mi dà così la chiave di lettura più sivigliana possibile del perché in tanti, in città, apprezzino il grattacielo quasi terminato. E m fa pensare.
Siviglia sorge su una pianura piuttosto ampia, non ha dunque rilievi naturali da cui guardarsi, come potrebbero essere il Monte dei Cappuccini a Torino, Montmartre a Parigi o il Montjuïc a Barcellona. E come può la città più narcisista e orgogliosa di se stessa di Spagna accettare di non ammirarsi? Suscita un sorriso questa nemesi della natura, che rifiuta di dare un belvedere a una città che si guarda anche troppo.
Intorno a Siviglia, a occidente, sorgono le colline dell'Aljarafe, da cui si intravedono, secondo come ci si muove, il tirante obliquo del Puente del Alamillo, disegnato da Santiago Calatrava per l'Expo 1992, o il campanile mudéjar della Cattedrale, l'edificio più alto di Siviglia fino alla costruzione della Torre Pelli. Sono decisamente troppo lontane, però, e non consentono neanche di avere un panorama completo della città: un conto è salire ai Cappuccini o al Montjuïc e godersi la vista, magari al tramonto, su Torino o su Barcellona, un conto è dover prendere la macchina, immettersi nel traffico delle superstrade e delle tangenziali e cercare un posto da cui vedere, nella lontananza foschiosa, lo skyline sivigliano.
Insomma, la storia dell'architettura sivigliana potrebbe essere sintetizzata come un tentativo di costruire il belvedere più adatto per godersi dall'alto la magnifica città. Me lo dice ridendo una sivigliana dagli occhi lucenti, sempre felice di parlare della sua città con una straniera innamorata, e alla fine avrà ragione lei. Da Córdoba all'Oceano Atlantico, mi fa notare Mónica, questo il suo nome, la valle del Guadalquivir è una lunga pianura, con pochi punti alti (Carmona, ad esempio), trasformati sin dall'antichità in strategici posti di osservazione e difesa del territorio. Anche le torri e i campanili sono stati costruiti con questo scopo.
Il più importante di tutti è ovviamente la Giralda, il minareto mudéjar della Moschea, diventato poi campanile della Cattedrale: con i suoi 104 metri d'altezza è stata una meraviglia dell'Andalusia per secoli. Ed è stata il primo mirador della città, ancora oggi frequentatissimo da turisti e sivigliani per poter ammirare Siviglia dall'alto e riconoscere i quartieri e i monumenti. Poco più a sud della Giralda sorge la Plaza de España, un grande emiciclo costruito per l'Exxpo Iberoamericana del 1929 e concluso sugli estremi da due alte guglie; furono queste due torri, che arrivano a 74 metri, a suscitare la gelosia dei sivigliani doc, quelli che non volevano vedere superato il primato della Giralda. Si dice che lo stesso re Alfonso XIII, in visita alla città, poco prima dell'Expo, chiese che lo skyline cittadino non fosse ulteriormente cambiato affinché non si perdesse el carácter de Sevilla.
La lotta contro le costruzioni che rischiano di mettere in ombra la Giralda, come vedete, è cosa antica. E, dopo l'Expo del 1929, è ripresa negli anni 60, quando nell'Avenida de la República Argentina, sull'altro lato del Guadalquivir è stato costruito un grattacielo, la Torre de los Remedios, che deturpa (i gusti sono gusti) lo skyline di Triana e che è stato l'edificio civile più alto di Siviglia, fino all'avvento della Torre Pelli. Ma il grattacielo trianero non ha risolto l'ambizione sivigliana, quella di avere un belvedere da cui ammirarsi e vedere, magari, anche l'amatissima Giralda.
Bisogna dunque arrivare a un'altra Expo, quella del 1992, per riaffrontare il problema con i finanziamenti adeguati. E lo si affronta, curiosamente, con un ponte, quello dell'Alamillo, disegnato da Santiago Calatrava come ultimo ponte settentrionale sul Guadalquivir, quasi all'estremo finale della Isla de la Cartuja, sui cui sono stati costruiti i padiglioni dell'Expo. Era stato previsto anche un ascensore, per arrivare fino ai 140 metri di altezza raggiunti dal tirante inclinato, la costruzione più alta di Siviglia, non a caso la prima che si vede arrivando con l'AVE da Madrid o dall'antica via della Plata e dall'Aljarafe, a nord-ovest di Siviglia. Però del progetto iniziale non se n'è fatto niente: il mirador è lì, possibile, aspettato, ma non considerato.
Arriviamo, infine agli ultimi anni, per avere finalmente un belvedere sui tetti di Siviglia. Non è alto come la Giralda, ma è probabilmente molto più suggestivo, nonostante si trovi sulla costruzione contemporanea più polemica del centro storico, il Metropol Parador. Al di sopra della copertura lignea di questo complesso della plaza de la Encarnación, c'è una lunga passerella, che segue i movimenti sinuosi della costruzione e che permette di ammirare Siviglia dai suoi tetti: l'altezza non è di quelle auspicabili (sono solo una ventina di metri), per avere un'idea totale della città, ma ammirare la Giralda, poco lontano, riconoscere le torri della Plaza de España, cercare le cupole barocche di San Luis e della Magdalena, ritrovare il tirante del Puente del Alamillo e, soprattutto, godersi un tiepido tramonto sivigliano, con le sue atmosfere rarefatte e i suoi colori caldi, vale davvero un viaggio a Siviglia.
L'altezza è il principale difetto di questo mirador del centro, soprattutto per chi vuole vedere Siviglia in maniera completa, come se fosse sulla collina mancante e sempre desiderata. Ed ecco che arriva la Torre Pelli a farne le veci.
Con i suoi 180 metri, il grattacielo è alto, come nessun altro edificio non solo a Siviglia, ma nell'intera Andalusia (è il settimo grattacielo più alto di Spagna, superato solo dalle torri di Madrid e Benidorm, ma non di Barcellona). E' anche posto in una posizione perfetta per offrire un panorama a 360° sulla città: si trova sulla riva del Guadalquivir, ai margini di Triana, a poca distanza dal centro storico. Ha dunque tutti gli elementi per offrire una vista mozzafiato su Siviglia. E infatti è stato promesso che all'ultimo piano ci sarà il sospirato belvedere su cui tutti, bisogna ammetterlo, sivigliani e stranieri, vogliamo prima o poi salire, per vedere la città.
"E ha anche il vantaggio che da lassù ti godi Siviglia, senza vederlo!" dico a Mónica, che risponde con una risata sivigliana e divertita.
Quando il grattacielo ha raggiunto l'altezza stabilita, i media si sono scatenati, al proporre istantanee e video  dall'ultimo piano. La vista è mozzafiato e se volete averne una conferma, cliccate sulla fotografia, che vi rimanderà a una magnifica foto navigabile a 360°, su elcorreoweb.com.


lunedì 10 febbraio 2014

A Medellín, persone di ogni età in biancheria intima, per celebrare la Giornata senza Pantaloni

Erano quasi un migliaio, ieri, per le strade di Medellín, in Colombia, a camminare senza pantaloni, per rivendicare la libertà d'espressione e chiarire a tutti che "non importa come ci vestiamo, ma chi siamo", secondo le parole di Sebastián García, uno degli organizzatori del Día sin pantalones, la Giornata senza pantaloni. Una Giornata chiaramente ispirata al No pants subway ride (In metropolitana senza pantaloni), che a gennaio coinvolge gli utenti delle metropolitane di varie capitali del mondo, e che a Medellín è stata vietata dai responsabili del trasporto pubblico, che l'hanno giudicata immorale.
Così i partecipanti hanno scelto il 9 febbraio per sfilare nelle strade cittadine senza pantaloni. Molti giovanotti erano anche a torso nudo, con i soli boxer o con le sole mutande addosso. Ma la maggior parte dei partecipanti ha preferito il consueto abbigliamento 'sopra' e la sola biancheria intima 'giù'. A rivendicare la libertà di poter essere come ci pare, paisas di ogni generazione, ma, soprattutto molti giovani, di entrambi i sessi.
Su elespectador.com una foto-galleria racconta come è andata. 



mercoledì 29 gennaio 2014

A Madrid c'è un negozio dedicato solo a Tintin, La Estrella Prohibida

Poi dite che non è la passione, quella che muove il mondo. A Madrid, due fratelli, Javier e Alicia Romero Drapier, hanno aperto un negozio dedicato esclusivamente a Tintin e ai prodotti ufficiali che lo riguardano. E' l'unico negozio madrileno dedicato solo al più famoso giornalista belga nel mondo (qualcuno sa dire un giornalista belga più famoso di Tintin?).
Si chiama La Estrella Misteriosa, dal nome dell'unica storia in cui appare un personaggio spagnolo, il professor Porfirio Bolero y Calamares dell'Università di Salamanca ("non sappiamo altro di lui" commenta Alicia), e si trova nella calle Jorge Juan 87, poco più a nord-est del Parque del Retiro.
A scoprire questo negozio è stata l'edizione madrilena di ABC, che dedica un articolo e un video ai due fratelli Romero Drapier.
Nel negozio si trova di tutto, dai fumetti agli album, dalle figurine alle statuine, dalle tazze ai poster, non manca davvero niente. Un appassionato di Tintin può spendere da 1,5 euro di una spilla a 600 euro di una figura di resina; ci sono prodotti di tutti i generi, dipende da quanto si è disposti a spendere. Nel video Alicia rivela che nel primo mese di apertura il prodotto più venduto sono stati i mitici razzi per raggiungere la luna. Curiosamente, il negozio vende Le avventure di Tintin in tre lingue, inglese, francese e spagnolo: "E' un prodotto che si è venduto benissimo. E in tutte e tre le lingue" commenta ancora la proprietaria del negozio.
Non amo particolarmente Tintin, anzi mi era vagamente insopportabile, ma secondo ABC il giornalista di Hergé è amatissimo perché "ha fatto viaggiare migliaia di bambini in un mondo in cui le frontiere erano molto più definite di oggi, quando un semplice clic può portare un ragazzino agli antipodi". E magari è vero.
Se siete amanti di Tintin e non siete di passaggio a Madrid, La Estrella Misteriosa ha anche un sito web, con tutte le informazioni di contatto.


domenica 26 gennaio 2014

In attesa della sentenza de L'Aja: il Cile si sta 'peruvianizzando'? Le influenze culturali tra vicini

Mancano poche ore al verdetto con cui il Tribunale de L'Aja risolverà il contenzioso tra Cile e Perù sulle acque territoriali (è atteso per domani, 27 gennaio). Lo ricordiamo: il Cile vorrebbe che il confine marittimo tra i due Paesi continuasse a essere il parallelo che passa sul confine terrestre (in questo modo la frontiera sarebbe a ridosso delle coste peruviane), mentre il Perù vorrebbe che fosse alla stessa distanza tra le due coste; in gioco ci sono varie migliaia di kmq di acque molto pescose. Sia Lima che Santiago hanno promesso che rispetteranno la sentenza e giurano che, qualunque sia la decisione de l'Aja, i rapporti faticosamente stabiliti tra i due Paesi, non subiranno cambiamenti. Ma questo non evita che media e dirigenti dell'uno guardino con attenzione ogni piccola reazione dell'altro in queste ore. Si studiano, si analizzano e propongono articoli interessanti come questo, uscito qualche giorno fa su La Tercera, che parla di peruvianizzazione del Cile, cioè della grande influenza che l'immigrazione peruviana inizia ad avere nel Paese.
23 club sociali, 3 quotidiani, 1 supplemento sportivo in un quotidiano cileno, 264 ristoranti, 20 imprese in franchising, investimenti superiori ai 672 milioni di dollari dal 1974 a oggi "e adesso anche una squadra di calcio con pretesa di diventare professionista, l'Incas del Sur". Sono i numeri dei peruviani nel Cile. Sufficienti per parlare di un'influenza del Perù nella vita cilena? Secondo La Tercera, sì. Nel 1992 c'erano 7.469 peruviani registrati nel Paese, adesso sono 157.668. "E' la maggior emigrazione in termini di quantità, proporzione sulla popolazione nazionale e visibilità nella storia contemporanea cilena" commenta il demografo Jorge Martínez al quotidiano di Santiago.
Ed è un'influenza che sta cambiando piano piano lo stile di vita del Paese, perché si esprime in settori chiave come la gastronomia, la cultura, l'educazione. Sapevate che oggi le governanti e baby-sitter peruviane sono molto più richieste di quelle cilene, nelle famiglie benestanti del Paese? Secondo i dati forniti dal quotidiano, sono circa 60mila le donne peruviane che lavorano nelle case cilene, e il 25% di loro ha titoli ulteriori alla scuola superiore. La ragione del loro successo è semplice: le donne peruviane che arrivano nel Cile in cerca di un lavoro hanno quasi sempre una buona formazione, per loro la cura dei bambini e della casa è una discesa professionale, dovuta all'emigrazione, ma il fatto è che offrono capacità culturali maggiori rispetto alle nannies cilene; sono di formazione quasi sempre conservatrice, quindi rassicuranti circa i valori che trasmetteranno ai bambini che hanno in cura. 
Uno dei settori in cui è maggiore l'influenza dei peuviani è la gastronomia. "In nessuna altra parte del mondo ci sono tanti ristoranti peruviani come nel Cile" dice Juan Carlos Fisher, prsidente della Camera di Commercio Peruviano-Cilena. Sono ben 264. Un po' si deve al boom che la cucina peruviana sta conoscendo a livello internazionale, ma molto anche alla capacità di accoglienza dei cileni, disposti a mangiare cebiche e a farsi influenzare dai vicini del nord: "La gastronomia cilena era piuttosto povera, soprattutto nei ristoranti; c'erano il pastel de choclo, la palta reina ed era tutto; tutti i ristoranti avevano le stesse cose" dice uno degli imprenditori peruviani gastronomici intervistati da La Tercera. Con l'arrivo dei peruviani è iniziato l'arrivo di nuovi ingredienti e di nuovi ristoranti, che hanno ampliato l'offerta e hanno iniziato a sedurre i cileni. "Abbiamo creato l'abitudine di sperimentare diversi sapori; fino a una quindicina di anni fa i cileni erano restii a farlo" commentano a La Tercera. E se pensiamo che le governanti peruviane hanno in mano anche la cucina nelle case chic di Santiago, possiamo immaginarci la piccola rivoluzione in corso nel Cile, anche nei gusti culinari delle future generazioni.
Una rivoluzione che si vede anche nei quartieri a forte presenza peruviana. Non solo per i locali e le piccole attività commerciali, ma anche per lo stile di vita: i peruviani sono abituati a vivere all'aperto molto più dei cileni, dunque hanno rivitalizzato giardini, parchi, strade, coinvolgendo anche i loro vicini cileni; un esempio, sottolinea La Tercera, sono i quartieri di Yungay, la Chumba, Maruri, rivitalizzati dalla presenza peruviana. Ma lo sono anche le nuove date di festa, come la Processione del Signore dei Miracoli o la Festa nazionale peruviana del 28 luglio. "L'organizzatore di quest'ultimo evento è Jorge Gotelli, che racconta che si realizza da quattro anni nel Parque de Quinta Normal e che riunisce oltre 30mila persone, il 60% delle quali è cileno".
Tutto rose e fiori? Claro que no. Esistono anche episodi di discriminazione negli stessi quartieri, con fenomeni di segregazione spaziale: i peruviani non si distribuiscono in modo omogeneo a Santiago, per esempio e, secondo uno studio del 2013, al 12% dei cileni tra i 15 e i 29 anni non piacerebbe avere un vicino peruviano o boliviano. Ci sono vecchie idiosincrasie cilene, che tendono a rifiutare tutto ciò che non è 'bianco', dunque i peruviani del nord e i mapuches del sud. Ci sono lacune nelle politiche di immigrazione, per cui succede che "in una scuola ci sono il 5% di matricolati stranieri e in quella vicina il 70%, il che significa che qualcosa non funziona, che una scuola sta accettando studenti stranieri e l'altra no, e questo è illegale".
Carenze e influenze che tra poche ore dovranno confrontarsi con il verdetto del Tribunale de L'Aja. Ci saranno rappresaglie contro i peruviani, in qualunque caso? Da una parte sono mancate politiche educative sull'argomento, in questi mesi (sia nel Perù che nel Cile si guarda a L'Aja con atteggiamento piuttosto nazionalistico), ma dall'altra, sembra che i peruviani si sentano a proprio agio nel Cile. A marzo 2013 Lima ha promulgato una legge per il ritono degli emigrati all'estero. "Sono tornati in tantissimi da Spagna, Argentina e Stati Uniti" dice il console Riveros a La Tercera. Dal Cile sono tornati in 70.
Adesso bisogna aspettare la sentenza del Tribunale de L'Aja e vedere le reazioni in entrambi i Paesi.


martedì 21 gennaio 2014

Fabiana Leis, la segretaria sexy del presidente Mujica, è modella e attrice e seduce l'Uruguay

Era già uno dei presidenti più ammirati del mondo, per aver scelto la sobrietà come stile di vita, per non aver rinunciato alla sua vecchia chacra, la tenuta agricola alle porte di Montevideo in cui continua a vivere, per aver deciso di versare il suo stipendio di presidente a progetti solidali e trattenere per sé solo 1200 euro al mese. Adesso c'è un altro motivo, decisamente più leggero e divertente, per cui la personalità di José Mujica conquista e incuriosisce.
Da qualche giorno i media uruguayani parlano volentieri della bella Fabiana Leis, 33enne segretaria del presidente, che nel tempo libero si dedica alla moda e allo spettacolo, apparendo spesso in vesti succinte. Entrata nella segreteria della Presidenza della Repubblica una decina di anni fa, Fabiana, che non ha mai nascosto le sue ambizioni artistiche, è stata via via confermata dai presidenti che si sono succeduti, compreso Mujica, che la chiama affettuosamente la fea (la brutta).
Terminato l'orario di lavoro da segretaria, adesso alla Segreteria dei Servizi Generali, Fabiana si dedica alla sua grande passione e lavora come modella e come attrice. "Lo faccio da molti anni, senza avere alcun problema con il presidente e sono molto grata. Mujica rispetta il mio altro lavoro e non è una cosa facile" ha spiegato Leis ai media locali. 
Ha anche posato per un calendario sexy e non solo non ha avuto problemi negli uffici in cui si muove, ma ha ottenuto un'ottima accoglienza tra colleghi e capi. "Anche le loro mogli hanno apprezzato e alla fine ho dovuto portare in Presidenza 200 calendari firmati da me, è stato una follia. E' mancata solo una copia per il Presidente!" ha detto in tv. Oltre alle foto sexy e alle sfilate, nel curriculum di Fabiana ci sono anche alcuni spettacoli teatrali, come Más vale acompañado que solo, in cui canta, balla e ovviamente veste sexy, e, l'ultimo successo, Cuatro mujeres a juicio, una commedia appena lanciata sul palcoscenico di Montevideo.
Per la bella Fabiana non sospirano solo i Ministri di José Mujica e i colleghi della Presidenza, ma, adesso, anche i media di lingua spagnola stranieri. La sua fama è arrivata anche in Colombia e in Spagna e chissà se arriveranno offerte così tentatrici da spingerla a lasciare gli uffici della Presidenza della Repubblica uruguayana.
Le foto, dalla sensuale galleria fotografica che la colombiana Noticias Caracol dedica a Fabiana Leis.




sabato 18 gennaio 2014

I cavalli attraversano le fiamme nelle Luminarias. Un'altra violenza sugli animali in Spagna

Non c'è solo il toro nelle idiosincrasie spagnole, anche se all'orgoglioso bovino toccano i maltrattamenti più famose,a  cominciare dalla corrida. Non bisogna dimenticare i galgos, per esempio, i levrieri spagnoli utilizzati nella caccia e poi abbandonati, quando non rinchiusi nei canili e lasciati morire di fame.
Alla vigilia della festa di Sant'Antonio Abate, nella notte del 16 gennaio, a San Bartolomé de Pinares, in provincia di Ávila (Castilla y León), decine di cavalli e asini sono costretti ad attraversare le fiamme e a camminare sui carboni ardenti, guidati dai loro fantini. E' una tradizione che affonda le radici nel Medio Evo, quando si credeva che il fuoco purificasse gli animali e gli spiriti maligni, ma oggi è considerata intollerabile dagli animalisti. "La legge dice espressamente che gli animali non possono essere oggetto di trattamenti antinaturali. E costringere un cavallo ad attraversare le fiamme, quando per natura tende a fuggire dal fuoco, è totalmente contrario alla legge" denunciano dall'Osservatorio di Giustizia e Difesa Animale.
Lascia anche perplessi che questa festa celebri Sant'Antonio Abate, tradizionalmente considerato il protettore degli animali. A Madrid, per esempio, nella stessa data non è raro vedere decine di persone che visitano la chiesa di Sant'Antonio Abate per far benedire i loro animali domestici. Contraddizioni e tradizioni di un Paese che ha un rapporto non ancora risolto con molte specie animali.
Dalla galleria fotografica di elpais.com, una foto delle Luminarias.