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lunedì 16 giugno 2014

Juan Manuel Santos rieletto presidente della Colombia

La pace ha vinto in Colombia: Juan Manuel Santos è stato confermato alla presidenza del Paese e il dialogo con le FARC può continuare. La campagna elettorale è stata piuttosto combattuta, grazie al successo, al primo turno, di Óscar Iván Zuluaga, il candidato dell'ex presidente Álvaro Uribe Vélez, contrarissimo alla politica di dialogo di Santos.

Il presidente rieletto ha vinto al secondo turno con il 50,90% dei voti, contro il 45.04% del suo avversario. Cosa è successo per convincere i colombiani, in poche settimane, a lasciare Zuluaga e a continuare a fidarsi di Santos? Sono successe molte cose e tutte da leggere con lo sguardo rivolto al lungo conflitto armato che ha diviso il Paese per 50 anni e che ora potrebbe essere arrivato al capolinea, grazie al dialogo di pace con la guerriglia, voluto dal presidente.

La vittoria al primo turno di Zuluaga va analizzata tenendo conto dell'altissima astensione: ben il 60% dei colombiani non ha votato, una percentuale storica per il Paese sudamericano. Al secondo turno, la sinistra ha manifestato il proprio sostegno a Santos, co il volto visibile di Clara López, che al primo turno ha raccolto ben 2 milioni di voti. Con quest'alleanza Santos ha stravinto a Bogotà, tradizionalmente vicina al progressista Polo Democrático Alternativo,

Nell'intervallo tra il primo e il secondo turno, l'Ejército de Liberación Nacional (ELN) ha manifestato l'intenzione di partecipare al processo di pace in corso a L'Avana: per il presidente è stato un bel colpo di immagine. I progressi in corso a Cuba, dove si stanno raggiungendo gli accordi sui vari punti del programma di pace, hanno evidentemente convinto l'ELN che Santos è davvero impegnato nel pacificare la Colombia ed è bene non rimanere fuori dal processo. E, rimanendo ancora tra le guerriglie: le FARC hanno proclamato una tregua unilaterale che ha funzionato perfettamente durante le elezioni. Il che ha permesso ai colombiani di verificare cosa sarebbe il loro Paese se potesse sempre decidere in un clima di pace. Non per niente numerosi intellettuali, artisti e celebrities vari hanno appoggiato la campagna elettorale di Santos insistendo proprio sulla fine del conflitto.

Poi c'è chi aggiunge, con un sorriso e un po' di malizia, che la buona stella di Santos ha potuto contare anche su Mondiali in corso nel vicino Brasile: la Colombia ha debuttato con un promettente 3 a 0 conto la Grecia. Un esordio convincente, dopo 16 anni di assenza dai Mondiali. Una ragione di buonumore, che, sommata alle altre, ha spinto molti colombiani a votare indossando la maglietta della Nazionale.

Rieletto con una buona distanza dall'avversario, Juan Manuel Santos, appartenente a una delle famiglie più prestigiose della Colombia (fino a pochi anni fa era proprietaria di El Tiempo, il più importante quotidiano del Paese), può adesso continuare il dialogo con le guerriglie del Paese e può contare sull'appoggio sufficiente per raggiungere la pace anelata dai colombiani. Nei decenni di guerra, la Colombia ha visto morire oltre 220mila persone e, cosa altrettanto grave, ha visto ben 5 milioni di colombiani abbandonare le proprie terre e trovare rifugio precario in altre regioni del Paese e nei Paesi confinanti.

giovedì 20 marzo 2014

Il presidente Santos firma la destituzione del sindaco di Bogotà, Gustavo Petro

Sono state giornate convulse, in Colombia. E sono iniziate quando il Procuratore Generale della Repubblica Alejandro Ordóñez ha destituito il sindaco di Bogotà Gustavo Petro e lo ha interdetto per 15 anni dai pubblici uffici, mettendo fine, di fatto, alla sua carriera politica. Lo ricordate? La decisione di Ordóñez era stata causata dagli errori del sindaco nell'introduzione di un nuovo sistema di raccolta della spazzatura, che aveva gettato la capitale colombiana nel caos, per tre giorni. Molte erano state le polemiche, con i media e l'opinione pubblica vicini a Petro che si chiedevano eprché non si è mai ricorsi a pene così dure contro i sindaci corrotti.
Gustavo Petro ha utilizzato tutti i mezzi legali a sua disposizione, dalle decine di cortei dei simpatizzanti a Bogotà al Consiglio Superiore della Magistratura e al Consiglio di Stato, compreso il ricorso alla Commissione Interamericana dei Diritti Umani. E questo, forse, è stato il suo errore fatale. Un paio di giorni fa, gli organismi di garanzia colombiani hanno stabilito la destituzione del sindaco, ma nelle stesse ore la Commissione Interamericana dei Diritti Umani ha chiesto alla Colombia una sospensione temporanea, in attesa di maggiori chiarimenti, lasciando la decisione finale nelle mani del presidente Juan Manuel Santos, già in campagna elettorale per la rielezione, a maggio. E Santos ha messo solo 24 ore per firmare la destituzione definitiva del sindaco di Bogotà. Non sono state 24 ore facili, lo dimostra la discussione in corso sui media colombiani, divisi tra quelli che difendono la legalità della decisione di Santos e quelli che si interrogano sulla sua opportunità.
Uno degli argomenti utilizzati da Santos, per ignorare le indicazioni della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH dalle iniziali in spagnolo), è stato che Petro ha usato tutte le possibilità legali a disposizione in Colombia per difendersi. Il Presidente della Repubblica ha sempre chiesto il rispetto della Costituzione e delle leggi e anche dei diritti politici del sindaco di Bogotà, ha spiegato. Inoltrre le indicazioni della CIDH non sono vincolanti per la Colombia. Senza pensare, hanno fatto notare i collaboratori di Santos, alla valanga di ricorsi alla CIDH, da parte di chi è stato destituito, nel caso in cui si fosse sospesa la destituzione di Petro, mettendo così in dubbio l'efficacia della destituzione dei politici, una delle risorse previste dalla Costituzione colombiana per proteggere i cittadini dagli abusi dei loro dirigenti.
Alla fine è arrivata la destituzione, che permette a Petro solo un'ultima strada, suggeritagli anche dallo stesso Santos, un'azione di nullità, contro la sentenza della Procura. Lo farà Petro? Combattivo come ha dimostrato di essere durante tutta la sua carriera politica e in questi mesi in cui si è opposto alla sua destituzione, può essere che lo faccia.
Ma la decisione di Santos apre la porta ad altre domande.
Gustavo Petro è un esponente di spicco della sinistra radicale colombiana, quella che non arriva mai al potere, fermata sempre, in un modo o nell'altro, dall'oligarchia, che governa il Paese sin dall'indipendenza e che ha sempre impedito riforme agrarie, fiscali e politiche, lasciando una massa di diseredati, soprattutto nelle campagne, senza alcuna possibilità di ascesa sociale. Petro è stato guerrigliero, prima di scegliere poi la via politica; la sua controversa parabola alla guida di Bogotà, amato dai settori più poveri per gli aiuti e le sovvenzioni, detestato dai più ricchi per i limiti imposti e il caos causato da alcuni cambi radicali nei trasporti e nella scuola, è la dimostrazione di come sia difficile, per la sinistra radicale, affermarsi in Colombia per via legale. Come se la sinistra potesse solo utilizzare la violenza per poter parlare di uguaglianza e di giustizia sociale (da non confondere cpn il paternalismo della destra mdoerata, please). E' questo un timore che avevano già espresso i settori progressisti della società quando Alejandro Ordóñez ha destituito il sindaco.
La scelta di Santos, in fondo, fa il gioco delle FARC: adesso è facile per la guerriglia, impegnata nel dialogo di pace a L'Avana, utilizzare la destituzione di Petro per sostenere che non ci si può fidare del potere e che la rivoluzione è l'unica strada per cambiare davvero la Colombia. I primi segnali non mancano: nel primo commento alla decisione di Santos, le FARC hanno affermato che potrebbe mettere in pericolo il processo di pace.
Ai media colombiani non sfugge neanche il clima elettorale in cui è avvenuta la destituzione di Petro. Alle elezioni parlamentari del 9 marzo, la destra ha avuto a Bogotà il 21% dei voti, la coalizione di Santos il 25%, la sinistra il 7% e i verdi l'8,9%. Nei sondaggi elettorali, per le elezioni presidenziali di maggio, Santos è ancora in testa, ma le intenzioni di voto a suo favore sono scese di due punti, al 32,5%, mentre Óscar Iván Zuluaga, il candidato della destra, è al 15,6%. Se si mantiene la tendenza, il presidente difficilmente potrebbe ottenere la rielezione al primo turno, come sì sembrava possibile qualche settimana fa. Ergo, se non vuole avere problemi alle elezioni, deve cercare simpatie tra gli elettori di destra, non tra quelli di sinistra. Di qui la decisione di destituire Petro, conquistando i favori degli elettori conservatori. 


martedì 10 dicembre 2013

Destituito il sindaco di Bogotà: processo di pace in pericolo in Colombia?

La Procura Generale della Repubblica Colombiana ha destituito il sindaco di Bogotà Gustavo Petro e lo ha interdetto per 15 anni dai pubblici uffici. La decisione del Procuratore Generale Alejandro Ordóñez sta suscitando proteste nella capitale e varie perplessità sui media colombiani.
La colpa di Petro sono gli errori nell'implementazione del nuovo sistema di raccolta della spazzatura, costati a Bogotà tre giorni di caos e confusione, nel 2012. "La sua idea è stata tanto lodevole da un punto di vista teorico quanto caotica al momento di metterla in pratica" commenta oggi il quotidiano El Espectador "Predominarono l'improvvisazione, la mancanza di previsione, la testardaggine e il confronto invece del dialogo. Il risultato è stato quello che abbiamo visto, quello registrato dalle foto: tre giorni di spazzatura sparsa in città".
Secondo Ordóñez, ci sono stati tre errori fondamentali: il sindaco ha scelto "liberamente, consapevolmente e volontariamente" di "assegnare la prestazione dl servizio di pulizia a due entità, Acueducto de Bogotá e Aguas de Bogotá, senza alcuna esperienza, conoscenza e capacità"; ha vulnerato "i principi costituzionali della libera impresa e concorrenza all'imporre una serie di restrizioni e limiti affinché altre imprese, diverse da quelle del Distretto, non prestassero il servizio"; ha permesso l'uso di decine di camion che hanno violato l'obbligo di coprire la spazzatura inquinante e garantire la sicurezza degli operatori.
Il sindaco Petro ha già manifestato l'intenzione di presentare ricorso contro una sentenza che minaccia la fine della sua carriera politica, visti i 15 anni di interdizione. Ieri migliaia di persone si sono riunite nella centralissima Plaza de Bolívar di Bogotà per manifestargli solidarietà, la pagina web della Procura della Repubblica è stata hackeata con la scritto Petro no se va, che non ha bisogno di traduzioni. Nel duro discorso davanti ai suoi simpatizzanti, il sindaco ha fatto sapere che non se ne andrà facilmente, che presenterà ricorso anche in sede internazionale se necessario, ha chiesto l'intervento del Presidente Juan Manuel Santos, per impedire l'arbitrarietà, e ha lanciato un messaggio durissimo a Ordóñez, che "eliminando la Bogotà Umana, vuole mandare un messaggio di guerra a L'Avana, dove sono in corso i dialoghi di pace".
Ed è proprio questo il punto in discussione sui media colombiani, che si interrogano sui rapporti tra i vari poteri dello Stato e sul diritto di un organo di controllo amministrativo di eliminare dalla scena pubblica politici votati dagli elettori. La stessa difesa di Petro ha affermato che la Procura non è competente per destituire un funzionario eletto in elezioni democratiche. Sia El Tiempo che El Espectador, i principali quotidiani di Bogotà e della Colombia, guardano con una certa perplessità alla sentenza di Alejandro Ordóñez, che consegna un grande potere discrezionale alla Procura della Repubblica; perché è giusto sanzionare i politici che fanno un uso scorretto del loro potere, ma quali sono i limiti entro i quali si può muovere il Procuratore? Come controllare che la difesa del Diritto non abbia in realtà fini politici, come si sospetta in questo caso? Alejandro Ordóñez è notoriamente un conservatore: si è già dichiarato contro i matrimoni egualitari e contro l'adozione per le coppie omosessuali e non è un entusiasta del processo di pace, caparbiamente portato avanti dal Presidente Juan Manuel Santos e dalle FARC, a L'Avana. 
El Tiempo nota come questa sia la seconda volta in quattro anni che Bogotà perde il suo sindaco per una sanzione amministrativa: Samuel Moreno fu sospeso per quattro mesi dal suo incarico dalla Procura "per non aver compiuto il suo dovere di controllare l'esecuzione di progetti vitali per la città. Nonostante i gravissimi indizi penali contro l'ex sindaco, per i quali è in carcere sin da allora, non c'è stata ancora alcuna decisione disciplinare contro di lui per il saccheggio contro la capitale". Per questo la misura contro Petro appare sproporzionata, frutto di una certa discrezionalità di cui gode la Procura, non escludendo anche ulteriori scopi legati al processo di pace in corso a L'Avana.
E' El Espectador che va oltre e avverte sui possibili pericoli che rappresenta la discrezionalità del potere della Procura della Repubblica, se non viene ben definito (su eltiempo.com, c'è un interessante articolo sul dibattito in corso tra i giuristi su quest'argomento). Nell'editoriale già citato sottolinea come la decisione della Procura sia esagerata e arbitraria e come dia ad Alejandro Ordóñez un potere sproporzionato. Nel suo blog la giornalista Julia Londoño Bozzi parla direttamente delle simpatie e antipatie politiche di Ordóñez e si chiede quale messaggio la destra colombiana stia mandando alla sinistra con questa destituzione. Una destituzione che non conviene neanche ai conservatori, perché, appoggiandola, confermano "la convinzione che in questo Paese l'unico modo con cui la sinistra può avere una voce è attraverso le armi". La conclusione del suo articolo parla al processo di pace in corso: "Oggi è Petro, domani non sappiamo. Se si apre la porta alla possibilità che il Procuratore stenda un sindaco, non riconoscendo i suoi diritti politici, non vi meravigliate poi se la gente non rispetta né si fida delle istituzioni, se la gente non accetta né rispetta i processi 'democratici', se la gente cerca di farsi ascoltare con metodi non ortodossi. Aprire questa porta è tanto insensato quanto lo sarebbe incitare alla violenza perché non si è d'accordo con questa misura".


domenica 1 dicembre 2013

Il calcio per la pace in Colombia: le FARC accettano di giocare la partita proposta dal Pibe Valderrama

In una lettera aperta dai toni divertiti e persino ammirati, pubblicata nel loro sito ufficiale, le FARC hanno accettato di giocare la partita di calcio per la pace, con tanto di andata e ritorno, proposta loro dal Pibe Valderrama, uno dei giocatori più carismatici della Colombia (lo ricordate, con l'incredibile chioma bionda al vento, ai Mondiali degli anni 90?). In un'intervista al quotidiano di Bogotà El Tiempo, Valderrama e il collega Mauricio Chicho Serna, anche lui ex gloria del calcio colombiano, hanno raccontato come da circa un mese stiano percorrendo il Paese, per parlare con le vittime del conflitto e spiegare loro che tanto dolore si può superare. In questo viaggio nella Colombia dolente, hanno scoperto la crudeltà della morte, l'ingiustizia degli assassinii, il dolore dei sopravvissuti. "E' duro, perché siamo atleti e ascoltare le loro storie, fa male" hanno commentato. Ma l'idea di viaggiare attraverso il Paese è stata loro: "Abbiamo pensato che lo sport ci ha dato tanto e sentiamo che c'è un momento in cui è necessario aiutare" hanno spiegato. Per questo sono entrati nel programma Me la juego por las víctimas (Me la gioco per le vittime) dell'Unità di Attenzione e Riparazione per le Vittime e hanno iniziato a portare un messaggio di riconciliazione attraverso il calcio. 
Il 20 dicembre terminerà il tour del 2013 e Valderrama per questo ha scelto El Tiempo per lanciare il suo messaggio: "E' un'idea di perdono. Per questo diciamo alle FARC che preparino una squadra per giocare una partita per la pace. Se vogliono lì, a Cuba, o qui, ovunque, ma che si preparino bene, perché la nostra squadra è molto buona ed è andata a tre mondiali". 
Una sfida che le FARC hanno preso molto sul serio, rispondendo immediatamente, con una lunga lettera, in cui celebrano il lavoro di conciliazione degli ex calciatori, la passione per il calcio che unisce i colombiani, e l'idea di una partita per la pace. Da L'Avana, dove sono iniziati i negoziati di pace per il terzo punto dei sei in agenda, la droga e il narcotraffico, le FARC si proclamano "fedeli ammiratori delle prodezze di cui siete stati protagonisti nei campi del nostro e Paese del mondo". E si dichiarano molto felici dell'"impegno che manifestate verso le vittime e verso la pace in generale". Assicurano che nelle FARC i calciatori contano su moltissimi tifosi, che i guerriglieri e le guerrigliere indossano con passione le magliette dei loro clubs prediletti e che le discussioni sul campionato, sui tornei internazionali e sulla Colombia sono parte dei momenti di relax della vita della selva. "Rivendichiamo il calcio come patrimonio del nostro popolo. E' l'attività per eccellenza nel riposo degli operai, è il gioco domenicale dei villaggi indigenas e del popolo afrocolombiano, è il fattore di unità in tutte le periferie della patria. Difendiamo l'allegria del picado ben giocato e del codice di rispetto nelle partite di strada. Sappiamo anche della crescente adesione dei tifosi di tutto il Paese alle diverse cause sociali e popolari. Ci rende felici vedere sulle tribune bandiere di solidarietà con i contadini, il movimento indigena, con gli studenti o a favore della sanità gratuita. E anche le bandiere del che. Questo è sintomo di una cittadinanza critica che non se la beve tutta e che sta perdendo la paura di manifestare" scrivono nella loro lettera.
E passano poi all'organizzazione della partita per la pace, che accettano di giocare "con molto gusto", proponendo un'andata a L'Avana e un ritorno nel quartiere Pescadito di Santa Marta, "da dove sono arrivate molte glorie del calcio nazionale". Per la formazione le FARC propongono la presenza di "compatriote calciatrici impegnate con la pace, che sicuramente non mancheranno, dati i recenti trionfi delle nazionali femminili", perché nelle loro partitelle a L'Avana o nella selva, giodano sempre anche le donne. "Siamo disponibili a fare tutto il necessario per materializzare quanto prima queste due partite e rimaniamo in attesa della risposta. Nel frattempo ci prepariamo fisicamente e tatticamente per scendere in campo a giocarci il Picado por la Paz. Perciò peparatevi. Vi aspettiamo a L'Avana. Rafforzatevi con Higuita, Leonel, Valenciano, el Pipa, Rincón, El Chonto, El Tren e tutte le stelle del calcio colombiano dispoinibili a giocarsi questa partita per la pace". La lettera si chiude con un saluto "fraterno". 
Nel sito web la lettera è accompagnata da una fotografia di alcuni membri della delegazione delle FARC a L'Avana, donne comprese, che indossano orgogliosamente la maglietta della nazionale colombiana. Il calcio, ancora una volta, come simbolo di unione e di pace per un Paese in guerra. Che sia un buon segnale per la Colombia in cerca di pace.

venerdì 29 novembre 2013

A Toribio, in Colombia, dove centinaia di murales dicono no alla violenza delle FARC

El territorio no es como lo pintan, Il territorio non è come lo dipingono, ha un doppio significato ed è il titolo di una manifestazione che ha colorato Toribio, città colombiana del Cauca, una delle regioni più provate dal conflitto con le FARC. Dal 19 al 26 ottobre, 40 artisti arrivati da ogni parte del mondo, Cile, Messico, Italia, Germania e Colombia, hanno dipinto 130 murales sulle strade cittadine, per dire di no alla violenza del conflitto. Hanno colorato le pareti crivellate degli edifici di questa cittadina di 27mila abitanti, martoriata dalla guerriglia (si calcola che sia stata presa almeno un centinaio di volte); persino adesso, con il dialogo di pace in corso a L'Avana, mentre gli artisti terminavano il loro lavori, si sono ascoltati colpi di arma da fuoco sulle montagne (i negoziati cubani non prevedono una tregua tra le FARC e le Forze Armate Colombiane).
Toribio e dintorni contano su 400 murales, che sono una sorta di rifugio nell'arte dei civili al centro della contesa; per questi ultimi 130 murales, i cittadini non solo hanno messo a disposizione le pareti delle proprie case, ma hanno anche partecipato all'iniziativa, offrendo pranzi, regalando colori, assistendo al lavoro degli artisti. L'idea è trasformare Toribio in un grande museo a cielo aperto, per dire di no alla guerriglia, per spiegare alla Colombia e al mondo, che il suo territorio non è come lo dipingono (e come lo raccontano).
Su eltiempo.com, c'è una bella galleria fotografica, da cui sono state tratte queste immagini.




giovedì 21 novembre 2013

Juan Manuel Santos si ricandida: voglio continuare a guidare la Colombia verso la pace e la prosperità

In un discorso trasmesso da radio e tv, il presidente della Colombia Juan Manuel Santos ha annunciato ieri sera che si candiderà per un secondo mandato. "Voglio continuare a guidare le grandi trasformazioni che abbiamo avviato. Voglio guidare una Colombia che passi dalla paura alla speranza, dal ritardo alla modernità, dalle divisioni all'unità. Una Colombia che pensa a costruire il futuro, più che ad afferrarsi al passato. Non voglio un Paese diviso, voglio un Paese unito. Voglio una Colombia in pace e in prosperità per tutti" ha spiegato.
Nel ripasso dei suoi tre anni e mezzo di Governo, il presidente ha segnalato i risultati che gli stanno più a cuore: milioni di persone hanno lasciato la povertà, sono state consegnate case gratuite ai più bisognosi, acqua, elettricità e gas sono arrivati in molte case per la prima volta, l'educazione gratuita è stata estesa a tutti i bambini, sono stati aumentati i finanziamenti per le infrastrutture e per la diffusione di Internet nei posti più remoti del Paese.
In un dossier consegnato ai giornalisti in attesa, prima dell'annuncio di Santos, il Governo ha sottolineato i suoi meriti: La Legge delle Vittime e della Restituzione delle Terre, che è stata un po' la prima tappa per l'inizio del negoziati di pace con le FARC, a L'Avana, al riconoscere i diritti delle vittime del conflitto; la creazione dl Ministero dell'Ambiente e dello Sviluppo sostenibile, per rafforzare il rispetto la conservazione degli ecosistemi presenti in Colombia; gli investimenti stranieri, aumentati del 134% tra il 2010 e il 2012; l'eliminazione dei principali leaders delle FARC, Alfonso Cano e Mono Jojoy.
"In questo rapporto" osserva il quotidiano El Espectador "ha spazio solo il Paese giusto, moderno e sicuro che Santos dice di star costruendo. Come è ovvio, il documento non include le critiche dell'opposizione né gli scioperi sociali e le proteste per i temi agrari, la sanità e l'istruzione, che hanno scosso il Paese nei tre anni di Governo".
Nel suo discorso Santos ha riconosciuto di non aver realizzato tutto quello che ha promesso: "non sono perfetto né voglio esserlo" ha affermato. Ma si è dimostrato sicuro sui temi della pace. I colloqui in corso a L'Avana tra il Governo e le FARC procedono a rilento: un anno fa, quando sono iniziati, si sperava di concluderli entro la fine del 2013, ma le due delegazioni hanno finora raggiunto l'accordo solo sul primo argomento dei sei sul tavolo, la riforma dell'agricoltura, e stanno concludendo gli accordi sulla partecipazione alla vita politica. Santos viene duramente attaccato da Álvaro Uribe, il suo predecessore, contrario a ogni dialogo con le FARC, e dalla stessa guerriglia, che lo ha accusato più volte di essere interessato più alla rielezione che alla pace in Colombia, volendo utilizzare l'eventuale accordo per rimanere a Palacio Nariño. Ma un recente sondaggio sostiene che, nonostante le accuse di tradimento di Uribe e di manipolazione della guerriglia, il presidente verrebbe rieletto senza problemi, anche in un eventuale secondo turno. La costanza che sta dimostrando e la fiducia in un possibile accordo di pace, hanno fatto risalire la sua popolarità, messa in crisi dagli attacchi uribistas e dal conflitto con gli studenti e con i campesinos.
"Ci rimangono grandi sfide, ma sono convinto che il modo di affrontarle non sia solo a ferro e fuoco. Credo che noi colombiani possiamo metterci d'accordo sul tipo di Paese che vogliamo, per questo dialoghiamo" ha detto ieri "La pace, non bisogna dimenticarlo, è la miglior sicurezza, è la sicurezza definitiva. Sono convinto che siamo davanti a una grande opportunità: avere una Colombia in pace. Una Colombia che si lasci alle spalle queste catene di violenza, povertà, disoccupazione, ingiustizia, che ci hanno incatenato e frenato per tanto tempo".


domenica 13 ottobre 2013

Le donne delle FARC lanciano un sito, per discutere di problematiche e lotte della donna colombiana

A L'Avana, dove sono impegnate nel dialogo di pace con il governo colombiano, le FARC hanno annunciato il lancio della pagina web www.mujerfariana.co, in cui, ha spiegato la guerrigliera Victoria Sandino, leggendo un comunicato ai media, "si discuterà delle problematiche della donna colombiana e delle sue lotte popolari".
Nel comunicato le donne delle FARC spiegano di aver deciso di rendere visibile il loro impegno: "Vogliamo riflettere quello che siamo, pensiamo e viviamo. Aspiriamo a riscattare le piccole e grandi storie delle nostre compagne e dei nostri compagni di lotta, insieme a quelle di altre donne rivoluzionarie". E, per dimostrarlo, nel sito web è in evidenza un reportage che racconta la lotta delle donne curde del PKK.
Il saluto iniziale è di Timoleón Jiménez, il lider máximo delle FARC, che dà fede "della partecipazione permanente, abnegata, coraggiosa, orgogliosa, ferma ed eroica della donna colombiana nelle file guerrigliere. Le ho viste assumere tutti i tipi di ruoli di questa dura lotta, come guerriere indomabili in mezzo al combattimento, come quadri esemplari nell'organizzazione di massa, come talentose integranti di direzione a diversi livelli, come lavoratrici instancabili nei duri lavori quotidiani." Le guerrigliere delle FARC, continua Jiménez, sono la prova che "la donna non solo sa commuoversi intensamente davanti all'altrui sofferenza, ma sa anche lottare e impegnarsi fino alle ultime conseguenze, perché questa sofferenza senza senso scompaia per sempre. Intendo che questa sia la direzione tracciata da loro all'assumere la sfida di esprimersi nel web". E, sottolinea ancora il leader guerrigliero: "Dalla loro prospettiva di donne rivoluzionarie, possono contribuire ad ampliare la coscienza, a muovere più persone verso la lotta per un Paese e un mondo migliore, a rendere ancora più vicino il giorno del trionfo".
Le donne delle FARC assicurano che nella loro pagina web "diranno la loro sulle proposte delle FARC per la costruzione di una società più giusta ed equitativa, in cammino verso il socialismo". "In numerose e perfide invenzioni, noi guerrigliere siamo state presentate come vittime dei nostri compagni e dell'organizzazione rivoluzionaria. L'obiettivo è chiaro: demotivare il vincolo della donna colombiana con il combattimento rivoluzionario" dice il comunicato.
Nella pagina web ci sono già numerosi articoli e interviste, profili di donne che si sono impegnate per cambiare il mondo, a cominciare da Rosa Luxemburg, articoli sulla rivoluzione e sulla pace scritti da guerrigliere; nelle sezioni dedicate alla cultura e alla biblioteca, recensioni di libri, pagine di autori rivoluzionari, biografie di donne politiche.

lunedì 26 agosto 2013

Pace in Colombia in difficoltà: Santos vuole il referendum, le FARC fanno una pausa

Il negoziato del Governo e delle FARC, per raggiungere la pace in Colombia, sta vivendo le sue ore più drammatiche, con una settimana che sembra essere passata sulle montagne russe. Martedì 20 agosto hanno iniziato le FARC, ammettendo per la prima volta le proprie responsabilità nel dolore e nei lutti causati dal conflitto armato; in un comunicato letto a L'Avana, dove sono in corso i colloqui per la pace, sono andate anche più in là, proponendo una Commissione che indaghi i cinquant'anni di conflitto, stabilisca cause e responsabilità per arrivare, finalmente, alla catarsi e alla riconciliazione nazionale.
Un paio di giornni dopo il presidente Juan Manuel Santos, che ha fatto della pace la sua scommessa politica più importante, ha inviato in Parlamento un progetto di legge per permettere un referendum sul processo di pace, da realizzare il giorno delle elezioni parlamentari, il 9 marzo 2014, o il giorno delle elezioni presidenziali, il 25 maggio 2014. I referendum non possono essere fatti lo stesso giorno delle elezioni, per questo il presidente prepara una legge ad hoc. "Il processo di pace avanza, le conversazioni in corso a L'Avana avanzano, abbiamo la responsabilità e l'obbligo di prevedere qualunque possibilità necessaria se gli accordi arrivano a buon fine" si è giustificato Santos. Secondo il presidente i colombiani dovranno essere consultati sui risultati del processo di pace e dovranno dichiarare se li approvano o meno. 
Ma il suo progetto non è piaciuto alle FARC, che il giorno dopo, siamo a venerdì 23 agosto, hanno annunciato una pausa a tempo indeterminato nelle conversazioni per la pace a Cuba, per studiare la proposta del presidente. Il gruppo guerrigliero ha sempre insistito per un'Assemblea Costituente, da cui, con la pace, possa nascere una nuova Colombia, più attenta all'uguaglianza e alla giustizia sociale, ma il presidente Santos, che si sta giocando il posto nella Storia con questa scommessa ardita per la pace, ogni giorno attaccata dall'ex presidente Álvaro Uribe, ancora popolarissimo, e dai suoi seguaci, ha già detto che è una proposta inaccettabile. Il massimo che può concedere è il referendum che propone, ma le FARC sanno che se accettano il referendum e se i risultati saranno favorevoli, con una grande maggioranza, la loro Assemblea Costituente non avrà più ragione di essere.
La riflessione delle FARC sulla proposta di Santos è durata meno del weekend. Ieri, sul loro sito ufficiale, il loro líder máximo Timoleón Jiménez alias Timochenko ha pubblicato un duro attacco al presidente, in cui afferma il referendum è proposta che serve solo per la sua rielezione. Il meccanismo del referendum suscita il sospetto del capo guerrigliero: "Si è visto in qualche Paese che un governo proponga una legge, presupponendo qualcosa che non si sa se succederà, affermando che se non succederà non importa?"
Analizzando la proposta di Santos, Timochenko nota come il tema dell'approvazione popolare del risultato dei colloqui di pace sia in agenda a L'Avana, al punto 6 dell'agenda concordata un anno fa. Le proposte sono però divergenti, data l'insistenza delle FARC per l'Assemblea Costituente, e Timochenko teme che nei prossimi mesi la Colombia si vedrà distratta in un grande dibattito sulle questioni tecniche del referendum, così "quando il tema del meccanismo dell'approvazione popolare sarà affrontato al Tavolo della Pace, succederà che l'argomento centrale del Governo per imporre la via referendaria, sarà proprio che l'ingranaggio statale è già partito e che c'è un'aspettativa nazionale". A quel punto, "qualunque altra formula, anche la Costituente, sarà scartata immediatamente, con il solo argomento che implicherebbe maggiori tramiti e ritardi. La nazione intende mettere fine al conflitto subito, diranno". E questa non è la cosa più grave. 
Per Timochenko il peggio è che Santos utilizzi il processo di pace per assicurarsi la rielezione, cosa non rara "in un Paese in cui è provato che sono stati eletti presidenti con il denaro delle mafie e l'appoggio dei paramilitari, in cui è già abitudine utilizzare in qualche modo le FARC e il tema della pace per arrivare alla prima carica dello Stato". Il leader guerrigliero non apprezza che "il Governo faccia pressioni per arrivare a un accordo prima della fine dell'anno. Ma le sue posizioni al Tavolo della Pace continuano a essere inamovibili circa la possibilità di toccare un solo aspetto dell'ordine stabilito. Insistiamo nel sostenere che quello che pretende è la nostra semplice adesione alle sue politiche. Questo non sarebbe un accordo. Neanche la pace per cui hanno lottato e dato la propria vita tanti colombiani e tanti guerriglieri patrioti. Meno la pace per la quale il popolo di questo Paese sta gridando nelle strade e nelle piazze".
Sia Timochenko nel suo scritto, che il Governo attraverso Santos, hanno annunciato che non rinunciano al dialogo. Che riprende oggi a L'Avana.

martedì 20 agosto 2013

Pace in Colombia: le FARC ammettono per la prima volta le proprie responsabilità nel conflitto

Lentamente, passo a passo, il cammino per la pace in Colombia, ottiene risultati significativi. Qualche mese fa lo storico accordo sui temi agricoli oggi la storica ammissione delle FARC sulla loro parte di responsabilità per le vittime e il dolore causato in questi oltre cinquant'anni di conflitto armato. 
E' stato oggi a L'Avana: Jorge Torres Victoria, alias Pablo Catatumbo, leader del Bloque Occidental delle FARC, ha letto un comunicato, poco prima di entrare nel Centro de Convenciones, per continuare il negoziato di pace. E nel riconoscere le responsabilità della guerriglia, affermando che "ci sono stati dolore e crudezza provocati dalle nostre file", il dirigente ha aperto alla possibilità di una "riparazione con totale lealtà alla causa della pace e della riconciliazione". Le FARC sono anche disposte a chiedere scusa, nell'ambito di "un obbligo per le parti al perdono collettivo, affinché, una volta raggiunta la pace definitiva, se vi si arriva, ci obblighiamo tutti a un nunca más, mai più".
Nel comunicato il gruppo guerrigliero ha proposto anche la creazione di una commissione di esperti nazionali e internazionali, che studi le origini del conflitto armato, allo scopo di indagare "perché sono sorte le guerriglie e la causa che da allora genera il conflitto armato interno". Catatumbo ha anche aggiunto che "la commissione proposta potrebbe perfezionare i lavori anticipati fino ad ora, continuando le indagini, gli studi e le analisi di quanto avvenuto. E' così come si riesce a stabilire la verità e indicare responsabilità". A ispirare il lavoro di questa commissione, potrebbe esserci il recente rapporto del Centro Nacional de Memoria Histórica, che documenta i crimini commessi durante il conflitto armato, dal 1958 al 2012; i numeri danno i brividi: 220mila assassinii, 5.712.506 profughi, 25.007 desaparecidos, 27.023 sequestri; sono morti quattro civili per ogni combattente e ogni 10 colombiani morti dal 1958 a oggi, tre sono morti a causa della guerra. 
Le FARC hanno anche accettato un concetto a cui il presidente Juan Manuel Santos non è stato disposto a rinunciare: il risarcimento delle vittime. "Tutti dobbiamo riconoscere la necessità di avvicinarci al tema delle vittime, alla loro identificazione e al loro risarcimento, con totale lealtà alla causa della pace e della riconciliazione". 
Il passo delle FARC è stato accolto con favore e prudenza in Colombia. Da una parte si apprezza lo sforzo fatto e l'ammissione delle proprie responsabilità, in vista di una possibile pace futura, dall'altra si nota che le vittime non sono solo i morti, ma anche i sequestrati, che la guerriglia continua a mantenere nella selva, nonostante il dialogo in corso a L'Avana.

venerdì 5 luglio 2013

5 anni dopo l'Operazione Jaque: cosa è stato di Ingrid Betancourt e degli ostaggi liberati?

Il 2 luglio 2008 l'Esercito colombiano realizzava una delle operazioni militari più spettacolari che si possano immaginare, la Operación Jaque. Unendo intelligence e azione riuscì a liberare, senza colpo sparare, 15 ostaggi delle FARC, tra cui Ingrid Betancourt, i tre contrattisti americani e undici soldati e poliziotti colombiani, alcuni dei quali in mano della guerriglia da una decina d'anni. Fu solo sull'elicottero della ONG fittizia che doveva portarli, secondo un accordo con le FARC in un altro punto della giungla, che i 15 ostaggi seppero di essere, in realtà, nelle mani dell'Esercito colombiano e, pertanto, liberi. 
Cinque anni dopo il settimanale colombiano Semana racconta che la Operación Jaque segnò un prima e un dopo: il suo modello viene studiato negli Stati Uniti, in Francia, in Spagna e in vari Paesi sudamericani. Le FARC non si sono mai riprese dal colpo di credibilità che è stato per loro aver creduto agli infiltrati dell'Esercito e allo spostamento degli ostaggi nella giungla attraverso gli elicotteri di una ONG. 
Il settimanale ricostruisce anche la vita di alcuni dei sequestrati liberati, in questi ultimi cinque anni. Ognuno di loro ha dovuto fare i conti con i ricordi e gli incubi della selva, ha dovuto ricostruire i rapporti con i familiari e una nuova vita, in equilibrio tra l'esperienza vissuta in mano alle FARC e le aspirazioni precedenti. C'è chi ha divorziato, chi ha avuto figli, chi ha cambiato lavoro, chi cerca l'amore, chi ha studiato, chi prosegue i propri studi.
Ingrid Betancourt, a cui Semana dedica un'intervista a parte, vive adesso in Gran Bretagna, dove sta studiando Teologia, una scelta, dice, dovuta alle stesse ragioni per cui si è candidata alla presidenza della Colombia, prima del sequestro: "La linea di coerenza nella mia vita è come trasformiamo il mondo. C'è una permanente indignazione per quello che abbiamo fatto di questo mondo che ci hanno dato. E così come penso che in politica le azioni sono necessarie per dare risposte concrete, credo che la teologia permetta di riflettere su chi siamo per poter dare queste risposte. La lotta politica si giustifica perché abbiamo la responsabilità di fare di questo mondo, quello che Dio ha voluto". 
Da quando è stata liberata è tornata in Colombia solo una volta, ma nei suoi progetti c'è di tornare prima o poi nel suo Paese. La popolarità conquistata durante il sequestro è crollata quando ha chiesto allo Stato un indennizzo per i sei anni passati nella selva: "C'è stata un'incomprensione che mi ha ferito moltissimo. E' stato come uscire da una selva per entrare in un'altra. L'ho trovato molto ingiusto, mi ha ferito molto e questo ha prolungato il processo di cura delle ferite. Ma mi ha fatto capire che la relazione che devo stabilire con la Colombia dev'essere basata sulla verità e non sulle calunnie". Ingrid sostiene il processo di pace iniziato dal presidente Juan Manuel Santos, "un uomo sintonizzato con il Paese", e ritiene che i problemi che si stanno affrontando a L'Avana "arrivino dall'Indipendenza, il possesso delle terre, i profughi, penso che con i dialoghi di pace ci sia un cambio spirituale di cui non siamo coscienti, perché è ancora una novità". 
Il settimanale informa anche della nuova vita di altri ostaggi liberati cinque anni fa. 
Il sergente Amaón Flórez Pantoja ha realizzato il sogno più importante della sua vita: avere una famiglia; cinque mesi fa è nata la figlia Valeria, avuta dall'infermiera Jancely Betancort, con cui vive nel dipartimento del Cauca; continua a lavorare per l'Esercito: è impiegato nella parte amministrativa dell'unità degli idrocarburi della Terza Divisione. 
Il sergente di Polizia Julio César Buitrago è tornato a vivere a Miraflores, il luogo in cui è stato sequestrato e dove lavora nello staff tecnico dell'aeronautica della Polizia. Racconta che aggiornarsi sugli enormi progressi tecnologici compiuti nei suoi dieci anni di prigionia, non solo per gli aerei, gli è costato "un mondo": non solo fisica, chimica, calcoli, ma anche le presentazioni con le diapositive o i cellulari. Ha perso la sua famiglia, la moglie e le due figlie, la più piccola delle quali è nata il giorno prima del suo sequestro: da 4 anni non hanno più contatti. Ha incontrato una fidanzatina dell'adolescenza e sta ricostruendo con lei la sua vita sentimentale.
John Jairo Durán è il sergente di Polizia che riportò dalla selva i diari del colonnello Julián Ernesto Guevara, morto durante la prigionia a causa delle difficili condizioni di vita. Sostiene di non avere più incubi per gli anni passati nella selva e di aver recuperato la normalità nella sua vita personale. Si occupa di tecnologia per mantenere a punto i macchinari dell'esercito e studia inglese, perché sogna di fare un master in Ingegneria e volare all'estero. "Quando uno è libero ha l'opportunità di sognare" commenta. 
Non vive di ricordi neanche Juan Carlos Bermeo, il più alto ufficiale in grado liberato dall'Operazione Jaque. La sua storia è commovente; due settimane dopo la liberazione ha partecipato al Concerto per la Pace organizzato a Leticia, con Shakira e Carlos Vvies, alla presenza di Alvaro Uribe, allora presidente della Colombia, e lì ha conosciuto la giornalista Natalia Hurtado, che ha poi sposato e da cui ha avuto la figlioletta Juanita. Negli anni di prigionia il suo posto è stato mantenuto e per otto anni ha ricevuto regolare stipendio, che suo padre gli ha meticolosamente messo da parte; tornato libero, non ha voluto lasciare l'esercito, ha fatto numerosi corsi di aggiornamento e oggi sta per terminare il corso di Amministrazione d'Impresa dell'Università Militare. E' tenente colonnello ed è comandante della zona 3 di reclutamento dell'esercito, a Cali.
Per alcuni anni il maggiore dell'Esercito Raymundo Malagón è stato un autentico giramondo; ha approfittato di una borsa di studio del Governo francese e si è trasferito a Parigi, dove ha imparato la lingua e ha approfondito i propri studi; quindi, con l'idea di "non perdere neanche un minuto", ha iniziato a viaggiare per tutta Europa e per il Mediterraneo. E' tornato a Bogotà e adesso lavora nell'ufficio degli affari internazionali del Ministero della Difesa e sta arredando l'appartamento appena comprato in stile francese. 
Il maggiore di Polizia Javier Vianey Rodríguez si chiede ancora come abbia fatto a sopravvivere a dieci anni di sequestro e si risponde che è stato aiutato dai sogni e dall'attaccamento alla vita. La miglior terapia, dice, è stata aver partecipato a un corso per l'ascensione di grado e ricorda la difficoltà di tornare a studiare e di apprendere le nuove tecnologie. Ha studiato inglese e, grazie a un programma di cooperazione, ha potuto studiare negli Stati Uniti e prepararsi come istruttore. Adesso sta per laurearsi in Studi Politici con una tesi sul protocollo di assistenza per le vittime dei sequestri. Non scarta un futuro impegno politico.
Marc Gonsalves è l'unico dei tre statunitensi liberati con cui ha parlato Semana. Vive nel Connecticut e conduce una vita anonima, continuando il suo lavoro per la Northrop Grumman, come analista di sicurezza e rischio. E' tornato in Colombia solo una volta, nel 2010, per una cerimonia che ricordava la Operazione Jaque;è in contatto permanente con Tom Howes e Keith Stansell, gli altri due statunitensi liberati con lui, sente gli altri ex ostaggi attraverso Facebook. Nella sua nuova vita ci sono il divorzio dalla moglie e un rapporto più stretto con il padre, suo autentico sostegno dopo la liberazione. Il suo sogno è "andare in pensione e vivere una vita lunga e sana, come tutti".

giovedì 20 giugno 2013

Pace in Colombia: le FARC presentano una proposta in 10 punti per riformare la politica

1 Ristrutturazione democratica dello Stato e riforma politica
2 Garanzie piene sull'esercizio dell'opposizione e del diritto di essere governo
3 Garanzie piene alle organizzazioni guerrigliere ribelli e ai loro combattenti sull'esercizio della politica nell'evento di un Accordo finale
4 Democratizzazione dell'informazione e della comunicazione e dei media di comunicazione di massa
5 Stimolo alla partecipazione delle regioni, degli enti territoriali e dei territori
6 Partecipazione sociale e popolare nel processo della politica pubblica e della pianificazione, in particolare, della politica economica
7 Garanzie di partecipazione politica e sociale delle comunità campesinas, indigenas e adrodiscendenti, così come di altri settori sociali esclusi
8 Stimolo alla partecipazione sociale e popolare nei processi di integrazione di Nuestra América
9 Cultura politica per la partecipazione, la pace e la riconciliazione nazionale e diritto alla protesta e alla mobilitazione sociale e popolare
10 Convocazione di un'Assemblea Nazionale Costituente
Sono i 10 punti presentati dalle FARC in un comunicato per ampliare l'agenda, già accordata, del dialogo in corso con il Governo colombiano a L'Avana. Raggiunto l'accordo sul primo punto, riguardante la riforma del settore agricolo, il Governo e le FARC stanno discutendo adesso il secondo punto in programma, l'accesso alla politca. La proposta in 10 punti delle FARC è arrivata ieri e ha messo in agitazione Bogotà. Il Ministro degli Interni Fernando Carrello Florez ha già rifiutato l'idea di convocare un'Assemblea Costituente, perché potrebbe condurre il Paese a una situazione 'controrivoluzionaria': "Se continuiamo così" ha spiegato "arriveremo a una Costituente controrivoluzionaria, nel senso che quello che otterremo sarà ritardare tutte le conquiste e tornare indietro nel tempo".
Ma il rifiuto del Ministro non deve far pensare a un atteggiamento di chiusura del Governo. In realtà numerosi politici hanno espresso interesse e attenzione, ammettendo che in un dialogo di pace si avanzano proposte da discutere e il memorandum delle FARC, con i suoi 10 punti, "non è affatto strano", "presenta proposte ragionevoli" e, addirittura, "non dice niente di cui non si sia già discusso". La ristrutturazione dello Stato, la ridefinizione dei poteri pubblici, l'eliminazione del carattere presidenzialista della Repubblica, il ridisegno costituzionale dell'ordine giuridico.economico, la riconversione delle Forze Militari, l'elezione popolare del Procuratore della Repubblica, del Difensore del Popolo e di altre figure, il riconoscimento automatico di tutti i partiti politici, richiesti dalle FARC nel loro comunicato, sono punti di cui di tanto in tanto si è discusso in Colombia. E l'ex presidente dell'Asamblea Constituyente Horacio Serpa ricorda come lui stesso abbia proposto l'elezione popolare del Procuratore della Repubblica, battuta per un solo voto.
Il quotidiano El Tempo sottolinea non solo come la proposta delle FARC vada inserita nella dialettica delle conversazioni in corso a Cuba, ma anche come le FARC sappiano utilizzare abilmente la comunicazione e lo stesso dialogo per spostare sempre l'asticella un po' più in là. Lo hanno fatto durante il dialogo sulla riforma del settore agricolo, stanno cercando di farlo anche adesso, anche se, sottolinea il presidente dell'Asamblea Constituyente Antonio Navarro, "hano la tendenza a sopravalutare la loro capacità di esercitare pressioni sulla controparte".
"Dall'arrivo di Iván Márquez (fedele esponente dell'ala dura dell'organizzazione) al tavolo dei negoziati" scrive El tempo "si è cominciato a intravedere il suo interesse nell'ampliare l'agenda. Nel correre sui limiti. Il suo discorso a Oslo, quando disse che "la pace non significa il silenzio dei fucili, ma comprende la trasformazione della struttura dello Stato e il cambio delle forme politiche, economiche e militari" e "la pace non è la semplice smobilitazione", è stato il primo campanello. Dopo, da L'Avana, lo stesso Marquez ha omposto lo stile di parlare più duramente davanti ai microfoni che nelle sessioni private. O, per lo meno, di approfittare dellos cenario mediatico quotidiano per cercare di mostrare un gruppo guerrigliero più forte e nient'affatto arreso. Tutto questo con il proposito di guadagnare spazio politico che, alla fine, le aiuti a ottenere un maggiore vantaggio nel processo di pace".

lunedì 27 maggio 2013

La Colombia e le FARC raggiungono l'accordo sull'agricoltura, primo punto del negoziato di pace

Il Governo colombiano e le FARC hanno annunciato, con un comunicato congiunto, di aver raggiunto uno storico accordo sul primo dei sei temi sul tavolo delle trattative in corso a L'Avana per raggiungere la pace. Ci sono voluti sei mesi, per arrivare a un accorso sui temi agricoli: le parti si sono impegnate a una soluzione comune per l'accesso e l'uso della terra, la gestione delle terre improduttive, la formazione della proprietà.
Raggiunta l'intesa sul primo punto, il Governo e le FARC passeranno a discutere, dall'11 giugno, il secondo tema in agenda, l'accesso alla politica, lasciando ben chiaro che tutti gli accordi raggiunti saranno validi solo se ci sarà un accordo globale e finale (i punti in agenda sono lo sviluppo rurale, l'accesso alla politica, la rinuncia alle armi e il reinserimento nella vita civile dei guerriglieri della FARC, la lotta al narcotraffico, il riconoscimento delle vittime, la difesa dei loro diritti).
Adesso, però, è il momento della speranza: l'accordo di L'Avana è stato salutato con soddisfazione a Bogotà, senza dimenticare, come ha detto il presidente Juan Manuel Santos, "prudenza e responsabilità".
I media colombiani hanno diffuso il testo del comunicato inviato ieri da L'Avana, eccolo in italiano (dal testo pubblicato su eltiempo.com):
"Governo e FARC hanno risolto il primo punto dell'agenda nei negoziati di pace. I delegati del Governo e le FARC-EP, informano che:
Siamo arrivati a un accordo sul primo punto dell'Agenda contenuta nell''Accordo Generale per terminare il conflitto e costruire una pace stabile e duratura'.
Siamo stati d'accordo nel chiamarlo 'Verso una nuova campagna colombiana: Riforma rurale integrale'.
nel prossimo ciclo di conversazioni, presenteremo il primo rapporto periodico del Tavolo.
Abbiamo costruito accordi sui seguenti argomenti:
Accesso e uso della terra. Terre improduttive. Formalizzazione della proprietà. Frontiera agricola e protezione delle zone di riserva.a Programmi di sviluppo con attenzione territoriale. Infrastruttura e adeguamento delle terre. Sviluppo sociale: salute, formazione, case, sradicamento della povertà. Stimolo alla produzione agro-animale e all'economia solidale e cooperativa. Assistenza tecnica. Sussidi. Crediti, Generazione di ingressi. Mercato. Formazione al lavoro. Politiche alimentarie e di nutrizione.
Quello che abbiamo convenuto in questo accordo sarà l'inizio di trasformazioni radicali della realtà rurale e agraria della Colombia, con equità e democrazia. (L'accordo) è concentrato sulla gente, il piccolo produttore, l'accesso e distribuzione di terre, la lotta alla povertà, lo stimolo alla produzione agro-animale e la riattivazione dell'economia della campagna.
Cerca che la maggior parte degli abitanti della campagna senza terra o con terra sufficiente, possa accedere ad essa, mediante la creazione di un Fondo di Terre per la Pace.
Il Governo nazionale formalizzerà progressivamente, rispettando l'ordinamento costituzionale e legale, tutte le proprietà che occupano o posseggono i campesinos in Colombia.
Si creano meccanismi per dare soluzione ai conflitti d'uso e una giurisdizione agraria per la protezione dei diritti di proprietà, con prevalenza del bene comune.
E' accompagnato da piani per le case, l'acqua potabile, l'assistenza tecnica, la capacità, la formazione, l'adeguamento delle terre, le infrastrutture e il recupero dei suoli.
L'accordo cerca che si rovescino gli effetti del conflitto e che si aiutino le vittime della spoliazione e del trasferimento forzato.
Include la formazione e l'aggiornamento dell'informazione rurale, per aggiornare il rispettivo catasto, cercando la sicurezza giuridica e migliore e maggiore informazione efficiente.
Pensando alle future generazioni di colombiani, l'accordo delimita le frontiere agricole, proteggendo le aree di particolare interesse ambientale.
Cercando una campagna con protezione sociale, cerca di sradicare la fame, attraverso un sistema di alimentazione e nutrizione.
Quanto convenuto finora fa pare di un accordo più ampio di sei punti, che speriamo di ottenere nei prossimi mesi. A partire dal seguente ciclo di conversazioni, che inizierà l'11 giugno, cominceremo la discussione del secondo punto dell'Agenda, incluso nell'Accordo Generale de L'Avana, denominato Partecipazione Politica.
Uno dei principi che guidato queste conversazioni è che "niente è accordato fino a quando tutto non sarà accordato". Questo vuol dire che gli accordi che stiamo costruendo, saranno condizionati dal raggiungimento di un accordo sulla totalità dell'Agenda e, anche, che nella misura in cui si avanzi nella discussione, si possano aggiustare e complementare gli accordi su ognuno dei sotto-punti.
Vogliamo sottolineare che in questi sei mesi di conversazioni non abbiamo discusso solo il tema agrario. Si è dato vita al processo delle conversazioni, si è convenuto il modo di lavorare in riunioni plenarie, commissioni o per separato e si sono iniziati diversi meccanismi di partecipazione e consultazione cittadina, per ricevere proposte e opinioni di cittadini e organizzazioni sociali. Questi meccanismi e procedimenti di lavoro e di partecipazione sono già attivi, per cui speriamo che da adesso si avanzi con maggiore celerità nella ricerca di accordi. Risaltiamo il contributo dell'Ufficio delle Nazioni Unite in Colombia e del Centro di Pensiero per la Pace dell'Università Nazionale, nell'organizzazione dei forum che si sono realizzati a Bogotà sui temi dell'Agricoltura e della Partecipazione Politica. Sottolineiamo anche i contributi dei tavoli regionali organizzati dalle Commissioni di Pace del Senato e della Camera dei Rappresentanti della Colombia.
Ringraziamo le migliaia di colombiani e di colombiane e le organizzazioni sociali che ci hanno fatto arrivare le loro proposte e opinioni sui punti in Agenda, attraverso i forum, la pagina web o i formulari che sono disponibili nei Comuni e nelle Province. Tutte e ogni proposta sono state ricevute dalle delegazioni a L'Avana. Nel Tavolo delle Conversazioni si è accordato e avviato un procedimento per riceverle in modo ordinato, classificarle e averle disponibili sui mezzi elettronici.
Vogliamo ringraziare specialmente Cuba e la Norvegia, Paesi garanti di questo processo, per il loro appoggio continuo e per l'ambiente di fiducia che favoriscono. La presenza dei loro rappresentanti al Tavolo dei negoziati è fattore fondamentale per il loro sviluppo. Ringraziamo anche il Cile e il Venezuela, Paesi che ci accompagnano, che le delegazioni informano periodicamente sull'andamento dei dialoghi.
Questi quattro Paesi formano un gruppo di nazioni amiche del processo che apprezziamo in modo speciale, così come ringraziamo le espressioni di sostegno di altri Paesi, organismi e leaders internazionali, che rafforzano la fiducia nel cammino che stiamo percorrendo."

giovedì 6 dicembre 2012

La storia del figlio dell'ostaggio delle FARC Clara Rojas nel film Operación E, con Luis Tosar

E' appena uscito in Spagna il film Operación E, un film fortemente voluto dall'attore Luis Tosar (un altro Goya per lui dopo quelli per I lunedì al sole, Ti dò i miei occhi e Cella 211?) per raccontare la storia del campesino José Crisanto, che per alcuni anni ebbe in custodia il piccolo Emmanuel, il bambino che Clara Rojas, sequestrata dalle FARC insieme a Ingrid Betancourt, ebbe da una relazione consentita con un guerrigliero.
La storia di Clara ed Emmanuel è stata ampiamente seguita da Rotta a Sud Ovest, fino alla sua felice conclusione, con il bambino ritrovato casualmente in una casa famiglia di Bogotà, a cui era approdato da un ospedale della giungla in cui era stato lasciato dai suoi curatori a causa della salute malferma, con la sua disperata ricerca da parte delle FARC, che dovevano liberarlo con la madre, e con la sua identificazione, da parte delle autorità colombiane, pochi giorni prima della liberazione di Clara e il profondo imbarazzo delle FARC (i post potete trovarli nella categoria FARC o nel motore di ricerca interno del blog, utilizzando Clara Rojas ed Emmanuel come chiave di ricerca).
Il regista del film è Miguel Courtois, che ne ha parlato in un'intervista a El cultural di El Mundo. Della storia del campesino poverissimo che cura per la guerriglia il figlio di una sequestrata, lo ha colpito la possibilità di raccontare la storia dalla parte delle vittime: "E' molto importante anche il tema dei desplazados, dei profughi, solo in Colombia sono 4 milioni, di cui non si parla quasi mai. Era il momento di raccontare il loro punto di vista".
Per aver avuto in custodia Emmanuel, José Crisanto ha passato lunghi mesi in prigione, accusato di sequestro, come se fosse stato un criminale, ma il film preferisce mettere l'accento sul dramma della sopravvivenza. Crisanto è poverissimo, deve mantenere la sua famiglia, le FARC gli propongono/impongono la custodia del bambino in cambio della sopravvivenza dei suoi e "quando c'è in gioco la sopravvivenza, non ci sono problemi etici. Il protagonista non sta agendo male, sta agendo per sopravvivere e non può essere responsabile, perché si gioca la sua famiglia e la sua testa. Quando c'è molta miseria, è difficile dire cosa sta bene e cosa sta male, perché non c'è altra scelta. L'etica, a volte, è un lusso delle democrazie sviluppate".
L'etica, a volte, è un lusso delle democrazie sviluppate. O dei benestanti. Perché anche nelle democrazie sviluppate e in crisi economica rischia di diventare un lusso per molte famiglie.
Operación E racconta Courtois, è un film "al 100% reale. Bisognava raccontare questi fatti in due ore e pertanto si è dovuto sintetizzare, ma si è verificato tutto e non ci sono dubbi. Se c'è qualche licenzia poetica, legata alla cultura india, qualcosa di aggiunto, è in modo giusto e bello. Quello che vediamo è un padre che sta cercando di salvare la propria famiglia, un padre un po' torbido e bugiardo, ma che vuole semplicemente sopravvivere. Mi ricorda, da questo punto di vista, gli eroi delle commedie italiane, che fanno cose assurde ma per salvare i propri cari. C'è questa furbizia".
Non si deve dunque pensare a Operación E come a un film politico tradizionale: la denuncia delle ingiustizie e disuguaglianze avviene attraverso la storia di Crisanto, ma non c'è alcun riferimento ideologico alle FARC perché "in questa storia non bisogna dare loro più importanza di quella che hanno. Non abbiamo spiegato il conflitto perché non è un film politico in questo senso. L'evoluzione delle FARC si è corrotta nel tempo. E' la stessa cosa che è successa nell'ETA, all'epoca di Franco era una lotta che non ha senso in una democrazia moderna. Le FARC sono diventato un grande gruppo di narcotraffico e non vedo come possa durare né teoricamente né praticamente. I colombiani sono stanchi di questa guerra".
L'omaggio a Luis Tosar, alla fine dell'intervista, è obbligatorio. Versatile come pochi, conosciuto in Italia per I lunedì al sole, Ti dò i miei occhi e Cella 211, è uno dei più solidi attori della generazione di Javier Bardem; per fare un esempio, nel 2010 tre dei suoi film, Cella 211, Lope e También la lluvia sono stati selezionati dalla Spagna per rappresentarla agli Oscar (poi la scelta è caduta su quest'ultima). Operación E, si diceva all'inizio, è un film che quest'attore così apprezzato e rigoroso ha fortemente voluto e lo riconosce anche il regista: "Se lui non fosse arrivato a coprodurre il film, sarebbe stato molto difficile realizzarlo. Registi e produttori abbiamo la responsabilità di non abbandonare questo tipo di cinema, perché altrimenti non faremmo altro che commedie, film di terrore e thrillers. Ci sono libri sull'attualità, ma mi sembra fondamentale che ci siano anche film su questi temi, perché il cinema porta una luce necessaria".
Il trailer di Operación E, da youtube

martedì 30 ottobre 2012

La pace in Colombia nella guerra tra Santos e Uribe

Che i rapporti tra il presidente della Colombia Juan Manuel Santos e il suo predecessore, Álvaro Uribe, non siano idilliaci, si sa da tempo; l'ex presidente si sente tradito dal suo ex pupillo, che fu anche suo Ministro della Difesa e che ha però cambiato i punti fermi della sua presidenza, a cominciare dal rapporto, riconquistato, con il Venezuela e dalla ricerca del dialogo con le FARC, a cui Uribe si è sempre opposto, e continua a opporsi, con tutte le sue forze.
I due leaders politici si sono scontrati recentemente nel Congresso del Partido de la U, a cui entrambi appartengono (e che hanno fondato). Il più duro è stato, a sorpresa, il presidente Santos, forse stanco di essere continuamente criticato da Uribe, attivissimo anche su Twitter, e deciso a controlare la maggioranza del partito, in un momento cruciale per la Colombia, come è il dialogo di pace con le FARC, iniziato a Oslo pochi giorni fa e in attesa degli appuntamenti di novembre, a L'Avana.
"Non vengo qui per un incontro di pugilato con il ruffiano dell'angolo, per vedere chi comanda nel quartiere" ha detto Santos. Per poi aggiungere: "Sotto il poncho, si prepara una pugnalata per la U" E il poncho è l'abbigliamento prediletto di Uribe, señorito di campagna, quando vive nella sua hacienda.
Al centro del dibattito e del duello tra i due leaders politici c'è il dialogo con le FARC. Uribe ha sempre criticato il tentativo di Santos di risolvere il conflitto colombiano "con la porta aperta" promessa sin dal suo discorso d'insediamento, quando aveva promesso a guerriglieri e paramilitari la sua disponibilità, a patto che rinunciassero alle armi. Per l'ex presidente, c'è un solo sistema per risolvere il conflitto: rispettare la legge, utilizzare l'Esercito e mettere in carcere i guerriglieri. E nei suoi anni di presidenza ha utilizzato questo metodo, ferocemente sostenuto dagli Stati Uniti d'America. Juan Manuel Santos sembra avere una maggiore sensibilità sociale, pur provenendo, anche lui, dalle classi agiate: il rispetto della legge e della legalità sono indiscutibili, ma le cause del conflitto, le ragioni dei guerriglieri e delle vittime di tutte le violenze causate dalla guerra vanno ascoltate (la differenza tra Santos e Uribe, descritta dal direttore di Semana Alejandro Santos, un paio di anni fa, è ancora valida).
Un'apertura verso le ragioni dell'"altro" che Uribe non apprezza. Tanto che ha accusato l'ex pupillo di preparare una Colombia totalitaria, in mano ai guerriglieri delle FARC e finanziata dal Venezuela di Hugo Chavez. Per l'ex presidente conservatore un incubo inaccettabile, con tutti i suoi fantasmi trasformati in reaaltà.
Uribe teme anche l'impunità per i guerriglieri delle FARC, una volta che si raggiunga un accordo di pace; ma contro l'impunità è tutta la società colombiana, che ha pagato un durissimo prezzo al conflitto, non solo con i morti in combattimento e gli attentati, ma anche, e soprattutto, con oltre 4 milioni di persone sfollate, costrette a lasciare la propria terra e le proprie terre e a vivere dell'assistenza del Governo o dei Paesi vicini, come l'Ecuador e Panama. E' soprattutto per loro che nessun Governo colombiano potrebbe accettare l'impunità (però sì, ci sono programmi di reinserimento nella vita civile per i guerriglieri che abbandonano le armi e collaborano con la Giustizia).
E a Santos non piace affatto essere associato con l'idea di un dialogo di pace che preveda l'impunità. "E' un sofisma utilizzato in politica da chi non può rispondere con i fatti" ha detto duramente al Congresso de la U. Lui, ha rivendicato, è stato il Ministro della Difesa prima e il Presidente poi che ha ottenuto i migliori risultati contro le FARC, decimando i loro vertici con operazioni militari ad hoc. Se i guerriglieri hanno detto di sì al dialogo, è anche per questa debolezza militare causata da Santos.
Tutti i governi colombiani hanno cercato la pace, ha assicurato, anche quello di Uribe, solo che non ci sono riusciti.
Il duello nel partito è stato vinto dal Presidente, che si è assicurato il controllo della maggioranza e il consenso per il dialogo di pace.

giovedì 25 ottobre 2012

In un libro la verità di Tanja Nijmaijer, la guerrigliera olandese delle FARC

La vida no es fácil, papi, scritto dal giornalista colombiano Jorge Enrique Botero e dedicato a Tanja Nijmaijer, la guerrigliera olandese delle FARC, esce in questi giorni, proprio mentre, tra Oslo e L'Avana, il Governo colombiano e la guerriglia hanno iniziato il dialogo di pace. E' un libro che racconta come la giovane olandese sia arrivata in Colombia, abbia conosciuto le FARC e abbia deciso di rimanere nella selva, nonostante i tentativi di dissuaderla della sua famiglia.
A dare le prime anticipazioni di questo libro è stato il quotidiano El Espectador. "Il mio arrivo in Colombia è stato una pura coincidenza. In alcuni media ho letto che è stato frutto del lavoro delle FARC in Europa, che mi hanno reclutato in Olanda e non è vero" dice Tanja nel libro "Sono arrivata perché volevo fare pratica di spagnolo e avevo letto nella rivista dell’Università che stavano cercando un professore d'inglese in una scuola di Pereira".
Così la bella studentessa olandese ha deciso di volare in Colombia, un Paese che neanche conosceva, dato che "l'ho cercato sulla cartina e l'ho trovato in Latinoamérica e ho pensato: lì devono parlare spagnolo. Studiavo le lingue romanze ed ero stata in Spagna per un anno. All'Università di Groningen mi avevano detto che la pratica sarebbe durata un anno, ma dovevo iniziarla al più presto." Un paio di settimane per risolvere i problemi brucratici e per sentir parlare per la prima volta della guerriglia colombiana e Tanja è volata a Bogotà e di lì a Pereira, anche se i suoi genitori le avevano manifestato il loro disaccordo. "Era il 2001 o 2002, quando ho preso l'aereo per la Colombia ero spaventata. Arrivata a Bogotà, ho preso un aereo per Pereira. Ricordo che nell'aeroporto c'erano molti soldati e ho pensato: Cavolo, sono in guerra! A Pereira mi ha ricevuto gente della scuola".
E a Pereira Tanja ha fatto per la prima volta i conti con la povertà e con la guerriglia. “Non sono mai stata rivoluzionaria né di idee progressiste, però avevo sì, sensibilità sociale. Guardavo le notizie sulla guerriglia e la gente mi diceva di stare attenta se mi muovevo per la Colombia, perché potevano sequestrarmi. E io mi chiedevo perché, se la guerriglia era così cattiva, aveva tanti combattenti. La gente mi rispondeva che i poveri campesinos non avevano niente e venivano ingannati dalla guerriglia per portarli nelle proprie file".
Ad avvicinare la bella professoressa d'inglese di origine europea alle contraddizioni della Colombia è stato un professore di matematica. Lei chiedeva sulla guerriglia e lui le dava risposte che la soddisfacevano. "Lui e sua moglie discutevano non solo dei processi sociali in Colombia, leggevamo anche della rivoluzione a Cuba e in altri Paesi del mondo, mi portavano nei quartieri poveri". E non solo. Un giorno, a Bogotà, Tanja fu portata a Ciudad Bolívar e "vidi una fila immensa di persone povere, povere, povere, che chiedevano da mangiare alle monache spagnole e le case erano miserabili e le strade senza asfalto, mi impressionò moltissimo". Per farle vedere il contrasto, i suoi amici la portarono subito dopo al Centro Andino, un centro commerciale al nord di Bogotà, "lui non mi diceva niente e io ero molto confusa, impressionata".
E poco dopo Tanja e il professore di matematica hanno avuto il dialogo che ha probabilmente cambiato la sua vita (e dovrebbe far riflettere chiunque viva in Occidente: "Gli ho chiesto: non vi dà pena vivere  così, in una città in cui quelli del nord hanno tutto e la gente del sud non ha niente? E lui mi ha risposto: e a voi olandesi, europei, non dà pena vivere bene nei vostri Paesi, sapendo che c’è gente che vive in altri Paesi in miseria? Lì sono stata zitta".
Finito il suo anno colombiano, Tanja è tornata in Olanda, senza dimenticare quanto visto. Ha iniziato a prendere contatti con l'Internazionale Socialista, ha partecipato ala creazione di una piattaforma contro il Plan Colombia e alle proteste contro la costruzione di basi militari ad Aruba e a Curacao. "Avevo già la febbre della Revolución" commenta nel libro. E’ stata anche messa in carcere per 26 ore, per una di queste proteste, mentre la sua famiglia tentava di allontanarla da un impegno politico così radicale. "Ma non sono riusciti a convincermi. Ho finito i miei studi in Olanda, ho risparmiato i soldi e sono tornata qui, in Colombia".
E in Colombia Tanja ha ripreso i contatti con il professore di matematica, che, il giorno in cui lei gli ha confessato di voler fare qualcosa di più concreto, le ha rivelato di essere un membro delle FARC e l’ha messa in contatto con la guerriglia”.
Il resto è storia. Tanja Nijmaijer è l’unica guerrigliera europea delle FARC, ha partecipato a numerose azioni, il suo diario è finito nelle mani delle Forze Armate colombiane e ha svelato aspetti poco esaltanti della vita nella selva, si è innamorata di un nipote del Mono Jojoy, uno dei leaders storici della guerriglia, e si dice sia parte delle delegazioni che stanno negoziando la pace con il Governo colombiano.

domenica 23 settembre 2012

Juanes dirige El tiempo per un giorno: la nostra scommessa per la pace in Colombia

Il più importante quotidiano della Colombia, El tiempo, vicinissimo al presidente Juan Manuel Santos (è diretto da un suo familiare, dopo essere appartenuto per decenni alla sua famiglia), scommette sulla pace e sul dialogo tra Governo e FARC, che prenderà il via l'8 ottobre a Oslo, in Norvegia. La scommessa inizia con un numero, in edicola oggi, diretto da Juanes. "Per la prima volta un quotidiano colombiano apre le sue porte a un artista di fama mondiale, affinché diriga il lavoro giornalistico dietro le quinte di un numero" si legge in un editoriale della testata "E non è un numero qualunque. In esso, e in piena sintonia con Juanes e il suo incalcolabile ruolo come gestore del cambio sociale, vogliamo sostenere un sentimento in questo senso, esistente tra i colombiani, che, se ben indirizzato, dev'essere la porta d'ingresso verso tempi migliori per il Paese".
Solo a guardare la Home Page di questo numero diretto da Juanes e tutto basato sulla scommessa per la pace, si può vedere la differenza di una Colombia finalmente pacificata: un articolo di Shakira illustra l'infanzia di un Paese senza conflitti, Miguel Bosè indica "la pace come pane di ogni giorno", Desmond Tutu invia una lettera aperta ai colombiani, Sahagún viene indicato come il paese più pacifico della Colombia, la sezione viaggi invita a scoprire quelle che sarebbero le meraviglie di una Colombia in pace, mentre l'attualità segnala che la CNN ha scelto anche una colombiana tra i 10 eroi del 2012.
E' un numero affascinante e originale, che mostra tutto quello che possiamo fare se crediamo davvero nella pace, nella convivenza e nel compromesso, nella tolleranza e nella giustizia sociale. Il sogno di El tiempo di oggi inizia dall'editoriale di Juanes. Eccolo in italiano.

500 anni fa l'uomo credeva che la Terra fosse quadrata e che dopo la linea dell'orizzonte ci fosse un grande abisso abitato da mostri assassini, che inghiottivano gli esseri umani. All'inizio del XIX secolo il suffragio femminile era impossibile e la discriminazione razziale dominava sulla Terra.
Per moltissimo tempo l'uomo è stato vittima delle sue stesse invenzioni e credenze, ma siamo stati anche capaci di cambiare paradigmi e di ottenere l'inimmaginabile. Le donne sono arrivate persino alla presidenza, hanno il loro spazio nelle alte sfere della politica, la discriminazione razziale è moralmente e politicamente inaccettabile e c'è un accordo assoluto sul fatto che la Terra sia rotonda e che non ci sia alcun abisso.
E continuiamo ad avanzare nella trasformazione dei paradigmi. Recentemente un gruppo di scientifici inglesi si è riunito nell'università di Cambridge per affermare che la maggior parte degli esseri animali possiede i substrati neurologici che generano la coscienza e che, pertanto, noi umani non siamo gli unici a possedere questa capacità, come avevamo pensato. Oggi molti esseri umani abbiamo chiaro che gli animali a cui va via la ragione siamo noi e per questo, per la mancanza di questa ragione, maltrattiamo gli animali.
In cosa abbiamo fallito? La nostra coscienza è rimasta addormentata per centinaia di anni e i pilastri sui quali si costruisce la nostra società sono quelli della menzogna e dell'economia Perché? Per quale scopo? Manipolazione? Interesse personale ignorando quelli comuni?
Fortunatamente oggi siamo in una posizione favorevole, in cui l'informazione e la scienza si danno la mano e sono al servizio dell'essere umano e del suo sviluppo. In questo contesto di risveglio della coscienza sulla nostra vera missione sulla Terra, siamo a punto di cambiare la direzione delle cose.
Cosa significa la pace? Dove inizia? Può la Colombia iniziare questo sogno anelato?
Per l'edizione di El tiempo di oggi, domenica 23 settembre 2012, ci siamo messi al lavoro per raccogliere diverse voci e visioni della Colombia che si sta costruendo in silenzio e da tutti i posti, e di quelle possibili soluzioni che non abbiamo ancora applicato. Questo è un numero che cerca di creare una proposta costruttiva e positiva, per alimentare il vostro immaginario e aprire le porte della mente a un futuro migliore.
Al di là della politica, dell'economia o della cultura, c'è un posto fondamentale in cui dobbiamo iniziare a lavorare ed è il nostro immaginario. Il sistema in cui viviamo è viziato e disarticolato. Si avvicina l'ora del cambio, un cambio che viene dall'individuale dell'essere, più che dalla stessa politica e delle sue leggi, un cambio di paradigma, di modo di vedere la vita. Siamo molto di più di quello che riusciamo ad immaginare e la nostra mente è capace di trasformare il buio in luce
Dopo aver lavorato insieme a giornalisti ed editori, aver intervistato esperti nel tema della pace, politici, imprenditori, economisti, cittadini comuni, tra le tante persone con cui ho potuto avere una condivisione per questo numero sulla pace, l'invito che nasce è che apriamo le nostre menti e i nostri cuori all'idea della pace in Colombia. Che ci pensiamo e ci intendiamo dall'immaginario della pace. Così sono iniziate molte delle grandi rivoluzioni del mondo. Il potere dell'immaginazione è incalcolabile.
Sono molti gli ostacoli e molto spinoso è il cammino, ma solo se svegliamo la coscienza individualmente potremo aiutare a far sì che questo sogno di tutti sia realtà, lasciando da parte la superbia e l'ansia di potere e prendendo, come qualcosa di personale e di ognuno di noi, come colombiani, la missione di cambiare la direzione delle cose, per poter così aprire le porte alla riconciliazione, al perdono e alla capacità del Paese di ascoltare se stesso.
Credo nella pace, in questa pace che nasce dall'individuo e si collega con una dimensione collettiva, che riconosce e considera l'esistenza dei conflitti e li trasforma creativamente in nuove forme di convivenza. Per quanto mi riguarda ha smesso di essere una meta o un punto di arrivo, oggi è un cammino, un atteggiamento, un modo di vivere, una scommessa. La nostra scommessa, la tua e la mia. La pace in Colombia!
Juan Esteban Aristizabal

mercoledì 5 settembre 2012

Il dialogo di pace in Colombia inizierà a ottobre, a Oslo

Adesso sì, i colombiani possono iniziare a sperare nella fine del conflitto e nella pace. Il presidente Juan Manuel Santos ieri si è rivolto alla Nazione dalla Casa de Nariño, la sede della Presidenza della Repubblica, per annunciare l'inizio del dialogo di pace con le FARC, "per mettere fine al conflitto in Colombia" e perché "i figli di una stessa Nazione" non si uccidano tra di loro.
Il dialogo tra la guerriglia e il Governo inizierà a ottobre, a Oslo, in Norvegia, "dopo sei mesi di conversazioni discrete a L'Avana, accompagnati dai governi di Cuba e Norvegia".
Cinque i punti di negoziato accordati nelle conversazioni deL'Avana. Il primo punto è lo sviluppo rurale, con un maggiore accesso alle terre da parte dei campesinos e dei poveri, con un conseguente sviluppo delle infrastrutture nei territori più lontani (a cosa serve avere la terra, se poi non si possono trasportare i suoi prodotti?). Quindi si parlerà delle garanzie per l'opposizione politica, affinché ci sia la possibilità di esprimere dissenso e ci sia un'effettiva partecipazione cittadina alla vita politica; con la fine del conflitto armato, i guerriglieri rinunceranno alle armi e dovranno essere reinseriti nella vita civile del Paese: questo è il terzo punto; il quarto è la lotta al narcotraffico e il quinto il riconoscimento delle vittime e la difesa dei loro diritti.
Si tratta di punti ambiziosi, che non si limitano a negoziare la fine del conflitto, ma immaginano e disegnano una nuova Colombia, più attenta al sociale e ai diritti degli ultimi. In questo sono evidenti sia l'influenza delle FARC che la sensibilità sociale e l'impegno per la pace di Juan Manuel Santos. Se la terra per i campesinos è sempre stato uno dei leit-motiv della guerriglia, anche Santos è consapevole che senza maggiore giustizia nelle campagne non ci sarà pace, di qui la Legge che ha voluto, pensando già alla pace, per la restituzione delle terre, il ritorno dei desplazados, gli sfollati, nelle terre d'origine, e il riconoscimento di tutte le vittime del conflitto, siano della guerriglia che dell'esercito che dei paramilitari.
Durante il dialogo di pace, non si sospenderanno le operazioni militari, ha annunciato il presidente, che, ha fatto sapere, ha dato anche ordine di aumentarle. Ma, siccome c'è accordo con le FARC, pare che la continuazione del conflitto mentre si parla di pace, non sia un problema per il progresso dei negoziati. "Ai colombiani chiedo pazienza e forza" ha detto Santos "perché forse ci saranno maggiori violenze, a cui il Governo risponderà con veemenza". Si può parlare di pace mentre sul terreno si continua a lottare? La Colombia non lo sa ancora, ma sa che quando c'è stato il cessate il fuoco per dialogare, non ha funzionato.
Il processo, del resto, sarà completamente differente ai precedenti. Nei giorni scorsi Santos ha ripetuto continuamente che "non si commetteranno gli errori del passato, da cui bisogna apprendere". "Non combattiamo per combattere, ma per raggiungere la pace" ha detto ieri nel suo discorso "perché includiamo le vittime, gli spogliati, i dimenticati. Questo accordo è diverso perché non ha terre non controllate, perché non c'è sospensione delle operazioni militari, perché le conversazioni si terranno fuori dalla Colombia, per lavorare con serietà e discrezione".
Santos si è mostrato ottimista e, soprattutto, ha mostrato grande rispetto per l'interlocutore, riconoscendone la "serietà": "Sono convinto che siamo davanti a un'opportunità reale di chiudere definitivamente il conflitto armato interno; è un cammino difficile, ma è un cammino che dobbiamo esplorare" ha detto, sostenendo che il processo dev'essere "serio, realista ed efficace". Per questo ha riconosciuto che "abbiamo lavorato con serietà e anche le FARC. Tutto quello che abbiamo accordato è stato rispettato. Se le FARC affrontano al seguente fase con la stessa serietà, abbiamo buon prospettive".
Al tavolo di Oslo, oltre ai politici siederanno anche i militari. Non è un errore secondo gli analisti colombiani: la loro presenza potrebbe aiutare il dialogo e la riconciliazione nazionale, del resto i morti del conflitto sono soprattutto guerriglieri e soldati. Potranno guardarsi negli occhi in Norvegia.
Il dialogo avrà tre fasi, la prima si è appena conclusa, la seconda inizierà con i confronti diretti tra governo e guerriglieri a Oslo e  la terza vedrà l'applicazione simultanea di quanto accordato a Oslo e a L'Avana.
Non appena il presidente ha comunicato ai colombiani questa nuova opportunità di pace che vuole dare al Paese, i governi di Cuba, Norvegia, Cile e Venezuela, che sono quelli che hanno appoggiato e accompagnato le conversazioni previe all'inizio del dialogo, hanno manifestato il loro assenso e il loro impegno per la pace in Colombia. In serata anche gli Stati Uniti di Barack Obama hanno espresso speranza per la nuova pagina che la Colombia sta aprendo.
A L'Avana le FARC hanno confermato la loro partecipazione al dialogo con il Governo colombiano con un video: "Quante morti e distruzione per poi concludere che la soluzione non è la guerra, ma il dialogo civile. La nostra patria non merita questa guerra che le hanno dichiarato" dice il leader della guerriglia Timochenko. Che però avverte, non si sa quanto minaccioso: "La chiave della pace non si trova nella tasca del presidente della Colombia".

martedì 4 settembre 2012

Pace in Colombia: a L'Avana con il rap delle FARC e il fratello del presidente Santos

Le FARC hanno diffuso un video per confermare che parteciperanno al dialogo di pace con il Governo della Colombia, annunciato a L'Avana.
Nel video, in cui appare il loro lider máximo Timochenko, assicurando che vanno "al tavolo di dialogo senza rancore né arroganza", un guerrigliero e una guerrigliera hanno la parte del leone, grazie a un rap travolgente, in cui riassumono le istanze del movimento.
Me voy para La Habana, esta vez a conversar/ el burgués que nos buscaba/ no nos pudo derrotar (Me ne vado a L'Avana, questa volta a conversare / il borghese che ci cercava / non ha potuto sconfiggerci) cantano a mo' di ritornello, insieme a Me voy para La Habana, esta vez a conversar/ con aquel que me acusaba de mentir sobre la paz./ Me voy para La Habana, supieran con qué emoción/ me voy a conversar la suerte de mi nación (Me ne vado a L'Avana, questa volta a conversare / con quello che mi accusava di mentire sulla pace / Me ne vado a L'Avana, sapeste con che emozione / me ne vado a conversare sul futuro della mia nazione).
E nelle strofe i due guerriglieri rendono omaggio ai leaders caduti in combattimento, dal Mono Jojoy a Raúl Reyes fino a Marulanda e Alfonso Cano, il leader ucciso dall'esercito colombiano a novembre 2011. C'è spazio anche per le critiche a Stati Uniti e Brasile, i primi per i dollari versati al Governo colombiano per battere la guerriglia e il secondo per le armi vendute, e per il nemico acerrimo, l'ex presidente Álvaro Uribe (Esta pelea será dura, quizás más que en la montaña. Los Uribe de sangre pura sólo entienden de matanzas, Questa lotta sarà dura, forse più che in montagna, gli Uribe purosangue capiscono solo le stragi). C'è la presa in giro del presidente, che ha dovuto "chiedere aiuto a Fidel Castro per trovare una soluzione con le FARC". E ci sono anche le richieste per credere in questo dialogo: "Non ci hanno battuto perché dietro di noi c'è un popolo" dicono ricordando la lotta e i caduti "Vogliamo che ci sia terra da arare ed essere normali. Che rimangano nella patria le ricchezze naturali. Che ci sia un freno al capitale nella sua ansia di sfruttare. Che al tavolo non manchino il pane e la scuola. I nostri morti vengono con me e il senso dell'onore. Alzati in piedi, mio popolo amico, non ci sarà mai una resa".
In questi giorni il presidente Juan Manuel Santos è impegnato a difendere la sua decisione di scommettere sul dialogo di pace. "Tutte le guerre finiscono con qualche tipo di accordo, di dialogo, e per questo abbiamo intenzione di mettere fine al conflitto attraverso un accordo o un dialogo, senza tornare a ripetere gli errori del passato" ha detto in un programma radiofonico.
A L'Avana, si sa già da tempo, ci sarà, come emissario del presidente, anche suo fratello Enrique Santos. Di sei anni maggiore, con un rapporto non troppo stretto con il presidente fino a pochi mesi fa, Enrique è noto in Colombia per le sue simpatie di sinistra. Secondo il portale la Silla Vacia, "Enrique è il maggiore di quattro fratelli e non è mai stato particolarmente vicino a Juan Manuel; il primo è simpatico ("molto intelligente e molto frivolo" secondo il suo amico Antonio Caballero) ed è stato un vero donnaiolo, mentre Juan Manuel era più timido e cerebrale. E questa distanza si è mantenuta fino a quando Juan Manuel è diventato presidente". Il portale racconta ancora che Enrique, che ha contatti con la cupola delle FARC e dell'ELN, le due formazioni di guerriglieri e paramilitari con cui ci sono stati i contatti preliminari per iniziare un dialogo di pace, è stato, dopo essere tornato in Colombia nel 1982 dalla Francia, presidente del "Comitato di Solidarietà dei Prigionieri Politici, organizzazione che difendeva i membri della sinistra in carcere", poi è stato membro della Commissione della Pace nel 1984, "e di questo periodo è una sua foto in cui appaiono anche Alfonso Cano e Jacobo Arenas, i due leaders delle FARC morti". Poi le simpatie di sinistra sono diventate meno militanti, senza per questo scomparire, ed Enrique si è dedicato a El Tiempo, il principale quotidiano colombiano, di cui è stato direttore fino al 2009.
I Santos sono stati infatti proprietari del quotidiano, adesso controllato dal banchiere Luis Carlos Sarmiento Angulo, per decenni; non che adesso ne siano lontani, l'attuale direttore Roberto Pombo, è sposato con Juanita Santos, una cugina del presidente. E i rapporti con il potere della famiglia presidenziale li riassume il quotidiano spagnolo ABC: "Il potere e i Santos sono sempre andati per mano in Colombia. E oggi il potere è pieno di Santos. Il presidente, Juan Manuel, ha un cugino di primo grado, Francisco, ex vicepresidente di Uribe, oggi direttore di RCN Radio. Un altro cugino, Rafael Santos, continua a lavorare in El Tiempo, il cui direttore, Roberto Pombo, è sposato con Juanita Santos. Suo nipote, Alejandro Santos, è da un decennio il direttore del settimanale più diffuso, Semana. E adesso suo fratello Enrique sarà importante emissario nelle conversazioni che il Governo sosterrà con la guerriglia".



mercoledì 29 agosto 2012

Colombia e FARC: le prime indicazioni per un negoziato di pace

Cuba, Venezuela, Norvegia e Cile. Sono questi i Paesi impegnati a garantire il successo del nuovo dialogo tra il Governo colombiano e le FARC, per raggiungere la pace dopo 50 anni di conflitto. Da quando, ieri, il presidente della Colombia Juan Manuel Santos ha confermato che ci sono stati incontri esploratori per iniziare un dialogo con la guerriglia, in Colombia si sono riaccese speranza e ottimismo. Ma anche molta prudenza, visti i fallimenti dei precedenti tentativi di dialogo. Il fatto che si siano impegnati per la pace Cuba e Venezuela, due dei Paesi più vicini alle istanze delle FARC che al Governo colombiano, sembra un buon segnale.
I siti web d'informazione offrono reazioni e analisi. Così è già stato chiarito, dal presidente del Senato Roy Barreras, che non ci saranno indulti né amnistie "perché dev'esserci giustizia e i massimi responsabili dei crimini più atroci, di lesa umanità, dovranno pagare per i loro crimini"; non ci saranno neanche, questo lo aveva già chiarito il presidente Santos, parti del territorio colombiano fuori dal controllo dell'Esercito per favorire i negoziati, così com'era successo nel 1998, nel Caguán; ci sarà, questo è chiaro, un processo per stabilire "la verità in favore delle vittime", in modo da rispettare anche la Legge per le Vittime e la Restituzione delle Terre, fortemente voluta da Juan Mauel Santos all'inizio della sua legislatura e il cui significato, oggi, appare più chiaro.
Il nuovo dialogo tra Colombia e FARC suscita interesse e reazioni in buona parte del mondo (nelle Home Page di repubblica.it, corriere.it o lastampa.it non ho visto alcun articolo sul tema, ma amen); se capite lo spagnolo e l'argomento vi interessa, su elpais.com ci sono diversi articoli ed editoriali interessanti (il migliore di tutti, che, se mi sarà possibile tradurrò in italiano, è La paz es la victoria di Miguel Ángel Bastenier). L'interesse con cui in Spagna si seguono i tentativi di dialogo in corso in Colombia è comprensibile: a Madrid sono impegnati (o dovrebbero essere impegnati) in analoghi tentativi con l'ETA, che ha annunciato la fine delle sue attività militari e violente e che chiede adesso un dialogo per arrivare alla pace nei Paesi Baschi e a una nuova politica penitenziaria per gli etarras in carcere. E sarà appassionante seguire come i due Paesi cercheranno di uscire dai terrorismi più antichi d'America e d'Europa.
Ma è ovviamente più importante conoscere le reazioni colombiane; su elespectador.com c'è un articolo che racconta il dietro le quinte di questi giorni e fa respirare l'aria di contenuto ottimismo che respira il Paese, dopo tante delusioni. Eccolo in italiano.

Quando il presidente Juan Manuel Santos ha ammesso pubblicamente che il Governo e le FARC avevano avuto "conversazioni esploratrici" con l'obiettivo di un dialogo di pace, e ha aggiunto che si vuole "imparare dagli errori del passato per non ripeterli", lo ha fatto perché esiste già un accordo, negoziato in totale segreto a L'Avana, e perché, quando si pensa agli errori, nessuno dubita che si riferisca alla fallita esperienza del Caguán, dove giustamente quello che c'è stato è un eccesso di protagonismo, spettacolo e pochi risultati.
A L'Avana si è arrivati stavolta dopo un lungo cammino. Non era al potere da molti giorni, Santos, quando aveva già proposte sul tavolo e la sua stessa promessa che non si sarebbe negato alla ricerca della pace. Tra le formule da studiare, sono arrivati messaggi della guerriglia, che esploravano la possibilità di stabilire contatti, inviati attraverso persone vicine al Capo di Stato. Prima di cadere, abbattuto dall'Esercito, a novembre 2011, lo stesso comandante Alfredo Cano aveva dato il suo sostegno all'idea di un possibile negoziato all'estero.
Alla fine, dopo vari messaggi, c'è stato il primo incontro a L'Avana. A rappresentare il Governo c'era l'alto consigliere Sergio Jaramillo e, a titolo personale, ma per ovvie ragioni con tutta la fiducia del presidente, suo fratello, il giornalista Enrique Santos Calderón. Le FARC sono arrivate con Mauricio Jaramillo, alias El Médico, che si dice abbia viaggiato dal sud del Paese a Cuba grazie al sostegno del Comitato Internazionale della Croce Rossa, in un aereo ufficiale dello Stato.
E, com'era da aspettarsi, il primo punto in agenda non poteva essere altro che la sicurezza. Non solo di chi aveva appoggiato l'iniziativa o poteva essere negoziatore, ma di tutto l'intorno dell'eventuale processo di pace. In altre parole, quando di errori del passato si tratta, non ce n'è uno più grande che lo sterminio della Unión Patriótica, e per questo qualunque opzione ha oggi come punto di partenza un capitolo di garanzie di sicurezza per il movimento sociale che può accompagnare il processo e sostenerlo poi nella politica.
Questo significa che il primo passo di un eventuale cammino di dialogo per la pace è la garanzia per la partecipazione politica e il rispetto dei diritti dell'opposizione. Senza questa condizione, l'aspettativa di pace è morta prima di iniziare. A partire da questo punto comune, si tratta di concretizzare un'agenda che per la guerriglia ha una preminenza sociale e, per lo Stato, di diritti umani, diritto internazionale umanitario e giustizia transitoria. Se funziona il tavolo di dialogo, le altre priorità sono la riforma agraria e la smobilitazione, o abbandono delle armi, secondo la prospettiva degli interlocutori.
Come è logico, non è un cammino facile né rapido. Per questo l'esigenza che per ora le conversazioni si facciano all'estero e nel massimo segreto possibile. Con l'esperienza di aver vissuto un processo di pace, l'ex-guerrigliera del M-19 e direttrice dell'Osservatorio per la Pace Vera Grabe, ha precisato che la prudenza è fondamentale. "I processi si logorano con tante parole, perché tutti vogliono esprimere la propria idea o imporre il proprio punto di vista e non funziona così. Non si tratta che non ci sia trasparenza, però si molta cautela al parlare".
In quest'ordine di idee, oggi è chiaro che i negoziati si installeranno a Oslo, ma il lavoro di fondo sarà realizzato a L'Avana. Se non ci saranno contrattempi, tra pochi giorni sarà pronto l'accordo per iniziare con l'annuncio del presidente Santos. Con un dettaglio ulteriore: secondo fonti consultate da El Espectador, l'ex presidente di Cuba Fidel Castro è personalmente impegnato affinché stavolta si apra passo alla pace in Colombia, perché lo considera cruciale per concludere un ciclo storico in America Latina.
In un contesto internazionale come quello d oggi, così esigente in materia di diritti umani, qualunque contatto di pace tra Governo e guerriglia richiede un accompagnamento. Per ora tutto fa pensare che siano il Venezuela e il Cile ad aver assunto il ruolo di primi garanti. Non si scarta che si possano poi aggiungere altri Paesi che hanno accompagnato la Colombia in altri momenti di ricerca della pace. Per esempio, Francia, Svizzera e Spagna, che per adesso, come il resto del mondo, rimangono in attesa di annunci positivi.
C'è un tema chiave, che non è ancora chiaro, ma che finirà con l'essere determinante: il cessate il fuoco. E' anche chiaro che non potrà neanche essere molto rimandato, perché tutta la società lo porrà come sua massima esigenza. Come il tema del narcotraffico, vitale per gli interessi degli Stati Uniti. Il resto è la ricerca del consenso e che ogni giorno si aggiungano più settori a quest'iniziativa. Per esempio, l'ELN, che potrà aggiungersi in qualche momento, o avere un tavolo di dialogo differente.
Per adesso, ci sono molte idee in circolazione e un tema di fondo: cercare che le azioni armate si fermino, perché niente logora tanto come cercare di negoziare in mezzo a una guerra. Il resto è da vedersi, in particolare in tema di giustizia. Per nessuno è un segreto che gli standards internazionali di diritti umani di oggi esigono un patto diverso da quello che ha dominato per molto tempo, di indulto in cambio di consegna delle armi. Ma è anche vero, come sottolinea Antonio Navarro, che nessuno lascerà le armi se non gli si permette di cercare il cambio attraverso la via politica.
Stando così le cose, da martedì il Paese si sveglia con un altro atteggiamento. Anche se permangono voci critiche, che considerano semplicemente negativo qualunque contatto di pace con gli insorgenti, sono maggiori le voci di chi crede che sia il momento di dare una nuova opportunità al negoziato politico. E, senza dubbio alcuno, la chiave, ha sottolineato il presidente Santos, è non commettere gli errori del passato, cioè, salvo nelle cose buone, che la nuova politica di pace assomigli il meno possibile allo spettacolare modello del Caguán, in cui ci furono molti microfoni e poca volontà di negoziato.