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domenica 7 giugno 2015

Carlo Ancelotti: un anno sabbatico per godersi Madrid e la Spagna

Carlo Ancelotti si è innamorato di Madrid, sostengono i media spagnoli, e sua moglie Mariann Barrena, non ha mai nascosto la sua passione per la capitale spagnola. La signora non ha esitato a farsi fotografare, muy glam, nell'elegante attico che condivide con il marito, nel Barrio de Salamanca, il più lussuoso della città. Ed effettivamente, al vedere quelle foto, qualche tempo fa, ci si chiedeva che piani a lungo termine avesse fatto la coppia nella capitale spagnola, perché, chi avrebbe lasciato facilmente quel gioiello da 450 metri quadrati, con invidiabile vista sul parco del Retiro e la Puerta de Alcalá?

La risposta è arrivata in questi giorni, dopo il rifiuto di Ancelotti di allenare il Milan. ABC riporta che l'ex allenatore del Real Madrid vuole prendersi un anno sabbatico, per rimanere a Madrid e girare la Spagna. Sembra che a Carlo e signora piacerebbe dedicarsi alla gastronomia spagnola per un anno intero e poi chi lo sa. Onestamente, avendo un appartamento come il loro, in una città vivace e con un'offerta culturale e gastronomica che la crisi non ha messo in grande crisi, il conto in banca che devono avere, ma perché mai trasferirsi in un altro Paese?


lunedì 22 settembre 2014

La Spagna sceglie una donna come capitano di Coppa Davis: Toni Nadal non apprezza

Una donna capitano della Spagna in Coppa Davis? L'idea non piace a Toni Nadal, zio e allenatore di Rafael, che ha manifestato la propria perplessità dopo che la Federazione Spagnola di Tennis ha annunciato che Gala León sarà il capitano provvisorio della squadra, dopo le dimissioni, irrevocabili, di Carlos Moyà. L'ex numero 1 del mondo, ha lasciato la guida della squadra in Coppa Davis dopo la sconfitta subita contro il Brasile nei playoff per la permanenza nel World Group. Lo scarso interesse dei migliori giocatori spagnoli di difendere i colori nazionali e l'impossibilità di convincerli a tornare in Coppa Davis, causa impegni dei loro calendari, hanno propiziato la sconfitta e le dimissioni di Carlos.

E la Federazione Spagnola ha sorpreso un po' tutti scegliendo Gala León per sostituirla. Ma dire che non sta tanto bene che una donna si occupi di una squadra maschile, non è politicamente corretto, così Toni Nadal si è limitato a manifestare la propria sorpresa: "Credo non sia mai successo che una squadra di Coppa Davis sia diretta da una donna e, evidentemente, non voglio essere malinterpretato perché non ho niente contro il fatto che una donna possa dirigere un giocatore, ci mancherebbe, ma ci sono anche difficoltà logistiche". Quali? Zio Nadal usa toni prudenti, ma spiega: "Quando sei in Coppa Davis, passi molto tempo negli spogliatoi, con poca roba addosso e non so, non smette di essere strano che una donna sia lì, in mezzo a loro, a dirigere la gara, anche se niente toglie che lo faccia molto bene". Una questione di abbigliamento e di spogliatoio, dunque? Toni Nadal dice di preferire "le cose più semplici possibili e mi risulta che, per la mia logica, sarebbe stato più normale che un uomo fosse il capitano".

La nomina di Gala León a capitano della squadra di Coppa Davis ha sorpreso tutti. 41enne, madrilena, Gala è un'ex tennista, neanche tra le migliori che la Spagna ha avuto nella sua stessa generazione (nessun torneo del Grande Slam né alcun torneo della WTA nel suo curriculum); magari avesse avuto una maggiore esperienza ai massimi livelli internazionali, come una Arantxa Sanchez o una Conchita Martinez le reazioni sarebbero state diverse. Ma Gala non ha un gran passato professionale. E la sua nomina sembra non sia stata discussa con i tennisti: "Rafael lo ha saputo da un giornalista ieri sera e mi immagino che non ne abbiano parlato neanche con Ferrer, Robredo, Verdasco, Feliciano o Bautista" dice Toni Nadal. E' la prima volta che non si cerca il consenso dei tennisti alla nomina del loro capitano: come si possono convincere Nadal, Verdasco o Ferrer a tornare a giocare nella Coppa Davis se non si annuncia loro il capitano e se il capitano non li conosce né ha esperienza nel tennis maschile o, quantomeno, ad alto livello? Mistero.

Toni Nadal ha già rivisto le proprie dichiarazioni, scusandosi per le possibili malinterpretazioni. Il prsidente della Federazione José Luis Escañuela ha già fatto sapere che non è detto che Gala si occupi della Coppa Davis nei prossimi mesi e che arrivi fino a luglio, quando la Spagna dovrà cercare di recuperare il proprio posto nel World Group. Escañuela ha già manifestato sorpresa perché le due volte che la Spagna ha vinto la Coppa delle Federazioni, l'omologa femminile della Coppa Davis, è stato con un capitano uomo e nessuno si è preoccupato degli effetti della sua presenza negli spogliatoi femminili.

La Spagna paritaria e progressista di nuovo alle prese con un machismo velato e con una nuova barriera da abbattere, stavolta in uno sport popolare come il tennis? Gala spiegherà il proprio punto di vista domani alle 12, a Siviglia.

domenica 22 giugno 2014

Il Brasile vince il Mondiale di Calcio? tutta colpa dell'Eurofestival!

La prossima settimana, non appena connessione e tempo torneranno sui binari abituali, si parlerà dei due eventi del giugno spagnolo: la proclazione di re Felipe VI e l'eliminazione della Spagna dal Mondiale di Calcio in Brasile.

Adesso che il tempo è tiranno, vi propongo questo divertissement.

In mancanza del polpo Paul, il quotidiano spagnolo ABC ha scoperto una serie di impressionanti coincidenze tra il Mondiale in corso e quello del 1966, vinto dall'Inghilterra, da cui ha dedotto che il vincitore di quest'anno sarà il Brasile. Perché? Tutto parte dall'Eurofestival, il concorso internazionale vinto quest'anno dall'Austria, proprio come nel 1966. Dalla vittoria di Conchita Wurst, tutta una serie di coincidenze sportive: l'Atlético Madrid ha vinto la Liga e il Real Madrid ha vinto la Champions League, come nel 1966. Il Betis è sceso in Segunda e al suo posto è salito il Deportivo di La Coruña. Indovinate? Sì, proprio come nel 1966.

Al Mondiale del 1966, a cui arrivava come vicecampione d'Europa, la Spagna fu eliminata durante la fase dei gironi: niente di diverso rispetto a quest'anno. Ergo, se il Mondiale inglese fu vinto dai padroni di casa, non ci sono prove sufficienti per pensare che anche il Mondiale 2014 sarà vinto dai padroni di casa, cioè, il Brasile?

venerdì 21 marzo 2014

Google dedica il doodle del 21 marzo al 54° compleanno di Ayrton Senna Da Silva

E' il primo giorno di primavera ed è il giorno del compleanno di Ayrton Senna Da Silva, che, se fosse vivo, compirebbe 54 anni.
Nel 2014 ricorre anche il ventennale della sua morte, avvenuta durante il Gran Premio di San Marino, a Imola, il 1° maggio 1994.
Negli anni 80 e 90 il compleanno di Ayrton è caduto più di una volta nel finesettimana di un Gran Premio, meglio se del Brasile (all'epoca i Mondiali si aprivano in Australia e in Brasile, fa ancora strano, adesso, vedere il Brasile nel finale della stagione); ci sono steloate feste e torte, ci sono stati gli scherzi di Gerhard Berger e gli auguri dei tifosi, le foto sui giornali e le battute rubate dai giornalisti. Era un giorno speciale, come allora erano spesso i compleanni celebrati ai box.
Oggi è Google a ricordare il compleanno di Ayrton, con un bel doodle, che riporta i colori del Brasile (che sono anche i colori del suo casco e vederli è ancora pensare a lui), una bandiera a scacchi, una monoposto che corre veloce e il profilo pensoso di Ayrton Senna Da Silva. Mette nostalgia e tenerezza per tante domeniche pomeriggio, per quei compleanni ai box, per il dolore e l'incredulità di quel 1° maggio. Sono già vent'anni, Ayrton. Buon compleanno.  



sabato 1 febbraio 2014

Muore Luis Aragonés, l'allenatore che ha dato alla Spagna lo spirito vincente

A volte la storia è ingiusta. Molto ingiusta. Oggi la Spagna ha perso Luis Aragonés, morto a 75 anni per una leucemia, a Madrid. E' l'allenatore con cui la Nazionale di calcio ha iniziato a vincere e a battere ogni record. E' stato nel 2008, in Austria-Svizzera. La Spagna arrivava con i soliti blablabla di favorita numero 1 e neanche si ascoltava più, nelle sue radio e nelle sue tv, la solita cantaleta (cantilena). Ma nell'Europeo del 2008 era successo qualcosa di magico: Luis Aragonés aveva adottato il tiki taka, passaggi brevissimi per garantirsi il controllo della palla, dalla difesa fino al gol, senza lasciare respiro agli avversari, senza permettere loro strategie di difesa. Aragonés aveva avuto anche il coraggio di lasciare a casa alcune delle bandiere del calcio spagnolo, a cominciare da Raúl, il capitano del Real Madrid, che tutto aveva vinto con i merengues e niente con la sua Nazionale. Raúl Selección! era stato il grido di battaglia dei madridisti per mesi, per fare pressioni sul CT (e ancora adesso, quando sento il nome dell'ex capitano, mi viene automaticamente da aggiungere Selección!). Ma Aragonés niente, Raúl a casa e una nuova generazione in campo. Con lei uno spirito nuovo, più consapevole, più umile, più determinato. 
La svolta, quella che ha cambiato la Spagna del calcio degli ultimi anni, era arrivata ai quarti di finale. Contro l'Italia. Avevo sentito la partita per radio, su un autobus che da Malpensa mi riportava a Torino, di ritorno da Siviglia. Era andata come vanno (quasi) sempre le partite contro la Spagna, pareggio e parità di forze in campo. Poi c'erano stati i rigori e la Spagna aveva vinto. Era dagli anni 80 che la Spagna non riusciva a superare i quarti di finale. Erano l'incubo della Selección, la fine di tutti i sogni di gloria orgogliosamente coltivati. Essere riusciti a vincerli, per di più contro l'Italia, storica bestia nera degli spagnoli, mai battuta in incontri ufficiali, era stata come una liberazione. La fine di un incubo nazionale, festeggiato quasi più della successiva vittoria in finale, per tutti i freni psicologici che portava con sé. A rompere quell'ostacolo, a dare forza, sicurezza e consapevolezza ai giocatori era stato Luis Aragonés, con la sua calma, le sue parole, la sua idea del calcio. Da quel momento, da quella notte del 22 giugno 2008, in cui si è liberata dell'incubo dei quarti, contro la più odiata delle bestie nere, più niente ha fermato la Spagna, che ha travolto tutti i record e si è aggiudicata, di seguito, due Europei e un Mondiale. Nessuno mai, prima, era riuscito a vincere tanto in così poco tempo. 
Io non so cosa abbia fatto prima Luis Aragonés, non conosco i dettagli della sua carriera, che non è passata per il Real Madrid, e chissà se questo conta, ma so come l'ha trattato la Spagna poi, lasciandolo a casa subito dopo la conquista degli Europei, permettendo la sua fuga in Turchia, per affidare la Nazionale al madridista Vicente del Bosque. 
Come sanno essere ingrati, i Paesi. La Spagna vincente di questi anni è una creazione di Luis Aragonés, ma il Premio Principe delle Asturie e qualunque altro premio dato alla Nazionale in questi anni, è stato ritirato da Vicente del Bosque. E io di Vicente del Bosque ho un solo ricordo, a parte le dichiarazioni boriose. La finale degli Europei del 2012. Ancora una volta Spagna-Italia. La Spagna vince per 2 a 0, meritatamente, perché non è colpa sua se il CT italiano manda in campo gli uomini stanchi della solita epica semifinale contro la Germania (no, non ci sarà mai un'Italia-Germania che non sia emozionante), per un malinteso senso di gratitudine (lo stesso che mantiene l'Italia appesa alla sua gerontocrazia). E' così malconcia, l'Italia, che il giocatore dell'ultimo cambio si infortuna pochi minuti dopo essere entrato in campo, così la Nazionale gioca tutto il secondo tempo in 10, in inferiorità numerica. Del Bosque, a un quarto d'ora dalla fine di una partita che sta meritatamente vincendo e controllando, manda in campo due giocatori freschi, contro i quali l'Italia, in inferiorità numerica e senza alcuna possibilità di effettuare cambi (per infortunio, non per espulsioni), non può fare niente. Finisce 4 a 0 per la Spagna, l'unica volta in cui la Spagna ha travolto l'Italia. Tranquilli, appena ci provano, a vantarsi, spiego loro concetti sconosciuti al loro CT, quali lealtà, nobiltà, sportività. 
La differenza tra Luis Aragonés e Vicente del Bosque è tutta in quelle due partite, i quarti di finale della liberazione, dell'entusiasmo, della nuova pagina di storia, e la finale dell'assenza di lealtà e sportività verso una squadra in inferiorità numerica, già sconfitta.
Mi spiace molto che il suo Paese non abbia dato a Luis Aragonés il posto che si merita, che lo abbia subito fatto fuori dalla Nazionale per dare il posto a un madridista, che solo oggi, negli editoriali che raccontano la sua morte, ricordi che è l'uomo che ha dato alla Nazionale lo spirito vincente (è anche quello che ha iniziato a chiamarla la Roja, la Rossa), quello da cui è iniziato tutto.
Que descanse en paz, Luis.


lunedì 13 gennaio 2014

Cristiano Ronaldo vince il Pallone d'Oro 2013. La sorpresa è il look di Leo Messi

Qualcuno lo dubitava?
Dopo la figuraccia e le prese in giro di Joseph Blatter e la furibonda, anche se gelida, reazione di Cristiano Ronaldo, era chiaro che qualcosa sarebbe successo al Pallone d'Oro. E quando il portoghese, a lungo corteggiato, ha annunciato che sarebbe stato presente alla cerimonia di premiazione (dopo che il periodo di votazione era stato allungato per approfittare delle sue ottime performance alla guida del Portogallo e del Real Madrid), è stato chiaro che il Balón de Oro 2013 sarebbe stato per lui e sorry Leo Messi e Franck Ribery.
Nessuna sorpresa per la premiazione, vero.
Alle cerimonie del Pallone d'Oro, la vera sorpresa, da qualche anno a questa parte, è il look dell'argentino più famoso del mondo (Maradona e papa Bergoglio permettendo). E la vera domanda è: ma chi veste Leo Messi?!
PS Uno portoghese, l'altro argentino, entrambi militanti nella Liga spagnola. Non c'è altro da dire.
Cristiano festeggia il premio con Cristiano jr e Leo Messi arriva alla notte di gala con Antonella Roccuzzo.




lunedì 6 gennaio 2014

Iker Casillas presenta Martin: "E' il miglior regalo che i Re Magi mi abbiano mai fatto"

Iker Casillas ha pubblicato oggi sul suo sito web la prima foto di suo figlio Martin, nato tre giorni fa nella clinica Ruber Internacional di Madrid. Il commento che accompagna l'immagine è dei più teneri e sentimentali, in linea con la personalità che il portiere del Real Madrid ha messo in luce nelle reti sociali, in questi anni: "Chi me l'avrebbe detto, a 32 anni, che il miglior regalo possibile che i Re Magi mi avrebbero fatto sarebbe stato adesso e non quando ero nell'età dell'innocenza".
Nella foto si vede Iker, che sostiene il piccolo Martin, senza mostrarne il volto.
Non c'è nessuna traccia di Sara Carbonero, che si sta riprendendo dal parto cesareo, con cui, il 3 gennaio, Martin è venuto al mondo. Il protagonismo di questi giorni è tutto di Casillas. E' stato lui, sul suo sito web, ad annunciare ufficialmente la nascita di Martin, rivelandone nome e peso (3,8 kg alla nascita) e dandogli il benvenuto al mondo. "Sono tremendamente felice, perché finalmente è arrivato questo momento e tutto è andato così bene. Senza dubbio il 2014 è entrato con il piede giusto" aveva detto nel comunicato.
La foto di Iker e Martin Casillas, dal sito web del portiere madridista e ormai su tutti i siti web spagnoli.


giovedì 12 dicembre 2013

Diego Forlán ha sposato Paz: matrimonio dell'anno nell'Uruguay, con black out incluso

Pochi invitati famosi e una relativa intimità per le attesissime nozze religiose di Diego Forlán e Paz Cardoso, cinque mesi dopo il matrimonio civile, celebrato in Brasile.
L'ex giocatore dell'Inter, attualmente in forze all'Internacional di Porto Alegre, in Brasile, si è sposato a Montevideo, nella chiesa di Carrasco, il quartiere in cui sono cresciuti sia lui che Paz. Alla cerimonia hanno assistito 450 invitati, tra cui pochi nomi noti: il collega argentino Andrès D'Alessandro, il presidente dell'Associazione Uuruguayana del Calcio Sebastián Bauza. Molta l'intimità richiesta dagli sposi: nessun cellulare in chiesa, gli inviti con codice a barre, a  prova di falsificazione. E molta intimità anche in chiesa, con protagonismo per i fratelli degli sposi, messaggi affettuosi dei familiari, riferimenti alla carriera di Diego, che rende felice migliaia di uruguayani in Nazionale. Ma sia all'ingresso che all'uscita, Diego e Paz non hanno lesinato sorrisi ai curiosi né hanno impedito il lavoro dei fotografi che li aspettavano. E gli amici non hanno evitato loro i classici barattoli dietro l'auto né gli scherzi da just married.
Il matrimonio è stato celebrato alle 21 di Montevideo, con gli sposi arrivati puntuali e con Paz seguita da Vera, la disegnatrice del suo semplice e romantico vestito da sposa. Durante la cerimonia, Diego è apparso più emozionato di Paz, gli è anche tremata la voce al leggere i voti matrimoniali, ma l'aneddoto del matrimonio è il back out elettrico, che ha costretto a sospendere la Messa per qualche minuto. Ma niente ha spento il sorriso e l'allegria degli sposi.
Dopo il matrimonio, banchetto a Villa Domus e festa per tutta la notte.
Su elpais.com.uy, una bella galleria fotografica sul matrimonio.



lunedì 9 dicembre 2013

La copa de todos, l'inno di Brasile 2014, cantato da Paty Cantú, David Correy e Wisin

Si intitola La copa de todos ed è l'inno di Brasile 2014. Suona più orecchiabile del Waka waka di Shakira, il cui video, con giocatori di varie nazionali fu galeotto per la sua storia d'amore con Gerard Piqué, e più accattivante delle notti italiane di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, rimaste ancora nella memoria di chi ha vissuto Italia90.
E' una canzone che unisce mezzo Latinoamérica, dato che la cantano la messicana Paty Cantú, il brasiliano David Correy e il portoricano Wisin. Il video, già lanciato su youtube, è stato completamente girato a Città del Messico. Il testo, un po' in spagnolo e un po' in inglese, esorta i giocatori a dare il meglio di se stessi e a vivere con passione questo Mondiale latinoamericano.
"E' una canzone che vuole attraversare frontiere, senza guardare a nient'altro che non siano i cuori, speriamo che la gente senta quest'allegria e questa capacità di sognare per trasformare i propri obiettivi in realtà" ha detto Paty.
Sarà una delle canzoni più ascoltate del'estate del 2014, giurano i tre interpreti e non è difficile credere alle loro parole.
Da youtube.

domenica 8 dicembre 2013

Verso Brasile 2014: Cile, Spagna, Uruguay e i dubbi sul Gruppo della Morte

Sono passati pochi giorni dal sorteggio che ha definito i Gironi dei Mondiali di Calcio del Brasile e non c'è Paese che non sia convinto che la propria Nazionale sia finita nel Gruppo della Morte, quello da cui sarà difficile uscire vivi. A caldo, i media spagnoli hanno parlato del Girone B, quello della Spagna, come del Grupo de la Muerte, essendoci, insieme ai campioni del mondo, si spera uscenti, Olanda, Cile e Australia. Poi, iniziando a guardare bene le cose, o forse confrontando la propria reazione alle considerazioni della stampa internazionale, hanno scoperto che ci sono altre potenze calcistiche messe molto peggio. Per esempio, nel Gruppo D ci sono ben tre squadre campioni del mondo, Uruguay, Italia e Inghilterra, con la Cenerentola Costarica; e nel Gruppo G si trovano Germania, Portogallo, Ghana e Stati Uniti, che sono pure un bel Gruppo e chiunque esca sarà un peccato. Quale di questi è il Gruppo della Morte? Difficile da stabilire, ma almeno in Spagna stanno iniziando ad ammettere che c'è di peggio che finire in un gruppo con l'Olanda, la nazionale più sopravvalutata di ogni tempo e la più inutile, perché quando arriva in una finale mondiale si sa già chi vince, l'avversario, con il Cile, che è simpatico e rampante, ma è pur sempre squadra di seconda fila, e l'Australia, che è una comparsa tout-court (e che sia chiaro, se passassero agli ottavi Cile e Spagna, sarebbe bello).
E siccome in Spagna stanno iniziando a prendere le misure della situazione, iniziano a guardarsi intorno. E così scoprono che l'Inghilterra è in una situazione molto più complessa dei campeones. L'allenatore Hodgson ha detto "questa settimana che preferirebbe affrontare un grupo de la muerte che dover giocare nella capitale dell'Amazzonia" scrive El Pais oggi, notando come le preghiere di Hodgson siano state ascoltate: giocherà a Manaus ed è finito nel gruppo che riunisce tre nazionali campioni del mondo. Gli inglesi sottolineano i media ispanici, ispirandosi al sito web di The Guardian, si sentono già fuori, non solo per il prestigio delle rivali, ma anche per il clima in cui saranno costretti a giocare e le grandi distanze che dovranno affrontare. Non così gli uruguayani, che fanno addirittura i conti circa un altro possibile Maracanazo, 64 anni dopo, notando come una finale Brasile-Uruguay sarebbe possibile. Insomma, a parte Argentina e Brasile, finite in gironi piuttosto comodi, solo l'Uruguay sembra a proprio agio nel Gruppo in cui è finito: in fondo non capita a tutti di confrontarsi con altre due nazionali campioni del mondo, come capiterà alla Celeste.
Però la reazione più interessante, quella che suscita maggiore empatia, è quella dei cileni, che se sopravvivranno alla Spagna e all'Olanda finiranno molto probabilmente, nelle braccia del Brasile, tra le quali, ancora una volta, terminerà quel sogno mondiale che perseguono con l'entusiasmo di tutto un Paese. Su  un blog de La Tercera, il giornalista Marcelo Simonetti scomoda addirittura Dante, per parlare della speranza come unica possibilità di sopravvivenza del Cile nel Girone B. Nell'Inferno di Dante c'è un'iscrizione all'ingresso, Perdete ogni speranza, voi che entrate, ricorda Simonetti. "Nell'Inferno non ci sono sogni, tranne il sogno di uscirne, che esiste con l'unico proposito di aumentare la condanna eterna" scrive. E la prima reazione del CT cileno Jorge Sampaoli, al conoscere le rivali della sua squadra è stata: "Siamo finiti all'Inferno". E meno male che Simonetti sottolinea che probabilmente la squadra per cui davvero il Girone è un Inferno è l'Australia, perché, che speranze potrebbe avere di approdare agli ottavi, dovendo giocare contro Spagna, Olanda e Cile?!
Però Simonetti non è pessimista e così ricorda una gustosa barzelletta su Karl Marx, che, morto, finisce davanti a San Pietro e questi, non avendolo nella lista, lo spedisce all'Inferno, dove Satana lo accoglie a braccia aperte. Ma nel giro di due giorni Marx riesce a far ammutinare l'intero Inferno, rivendicando per i suoi abitanti condizioni di lavoro migliori e giornate di riposo dalle pene eterne; non c'è trattativa possibile, con l'Inferno sull'orlo della Rivoluzione, per cui il Diavolo si stufa e lo rimanda a San Pietro; qualche giorno dopo un Satana insolitamente interessato all'altrui sorte, chiama San Pietro per sapere come vanno le cose, con Marx in Paradiso, e gli chiede come ha preso Dio l'arrivo del tedesco, rimanendo sorpreso per la risposta di San Pietro: "Dio?! Dio non esiste".
La storiella serve per far capire ai cileni che c'è speranza persino nell'Inferno e tutto quello che il Cile deve fare nel suo girone è "montare una ribellione nell'Inferno". Cioè? Deve "rompare i paradigmi che impongono che davanti a squadre superiori bisogna avere cautela e assumere un atteggiamento difensivo". E' cosa che il Cile ha fatto già nell'ultima partita contro la Colombia e nell'amichevole contro l'Inghilterra, vinta a sorpresa a Wembley (l'Inghilterra è con l'Olanda un'altra nazionale sopravvalutatissima: a parte il Mondiale vinto in casa, hanno mai combinato qualcosa di sorprendente o di interessante? A memoria, mai). Il ruolo di Nazionale ribelle viene bene al Cile, assicura Simonetti. E in più per questo Mondiale ha una squadra superiore a quella schiantatasi contro il Brasile nel 2010, ci sono nuovi talenti e c'è qualcosa che non c'è nell'Inferno di Dante: la speranza.
E sì, la verità, se il Cile passasse sarebbe una bella sorpresa, un bel segnale di ribellione agli stereotipi e al prevedibile. Certo, dopo ci sarebbe il Brasile, a meno che la Spagna che si fa già i calcoli su chi potrebbe incontrare in finale, Brasile o Argentina, non riceva una sorpresa choccante. Vamos, Chile!


sabato 7 dicembre 2013

L'Argentina schiera Papa Francesco in Jogo Bendito, lo spot del Mondiale

L'Argentina è grande e davanti agli spot con cui accompagna i mondiali e la sua passione per il calcio, bisogna inchinarsi ammirati (e molto divertiti).
L'ultimo lo ha appena lanciato TyC Sports, uno dei canali televisivi più importanti del Paese. Ha preceduto di poco il sorteggio per la composizione dei gironi di Brasile 2014 e, in fondo, ha portato anche fortuna all'Albiceleste, perché di tutte le nazionali campioni del mondo ha il girone più equilibrato.
Lo spot si intitola Jogo Bendito e mette in mezzo l'argentino più famoso del mondo, Jorge Mario Bergoglio, il papa più futbolero che si possa ricordare (del resto, è argentino!), utilizzando una parte del suo discorso alla Giornata della Gioventù di Rio de Janeiro. Il Papa parla della chiamata di Dio e si vede Leo Messi che chiama a raccolta l'Albiceleste; il Papa chiede di ricordare tre immagini di Fede e si vede Maradona che bacia la Coppa del Mondo del 1986; il Papa invita a non temere ed elogia i carioca, che sanno ricevere bene, e si vede l'Argentina che segna un gol al Brasile; il Papa esorta a non fidarsi dei falsi cristiani e si vede un sorridente Cristiano Ronaldo, uno che dici Cristiano e ci sia qualcuno al mondo che crede che stai parlando di qualcun altro.
E' uno spot pirotecnico, per quanto sa giocare tra discorso cristiano del Papa e immagini della passione calcistica argentina, tra l'eterna rivalità di Brasile e Argentina e il grande successo di un Papa argentino nel tempo della brasilianità, Rio de Janeiro, promessa di un nuovo Maracanazo, firmato stavolta dall'altro lato del Rio de la Plata. Ed è grande anche il finale: Se un argentino ha ottenuto questo in Brasile, immaginati 23.
L'Argentina è una delle nazionali che amo di più, è la squadra per cui tifo quando cade l'Italia, e al vedere spot come questi, verrebbe da augurarle di farcela, di vincere finalmente il tricampeonato, però stavolta, con quel Maracanazo lì, che vuol dire leggenda e immortalità, perché non potrebbe ottenerlo una squadra europea? Una che pareggerebbe così i numeri con il Brasile ed entrerebbe davvero nella storia del calcio, perché nessuna europea ha mai espugnato l'America. Sorry, Argentina, stavolta no.

lunedì 2 dicembre 2013

Trofei, monoposto, caschi: la collezione di Fernando Alonso per la prima volta in mostra a Madrid

A Madrid, nel Centro de Exposiciones Arte Canal, nei pressi della plaza de Castilla e delle due famose torri pendenti, sarà aperta da domani la Fernando Alonso Collection, una mirabilia del pilota asturiano inaugurata oggi, alla presenza di tutti i team managers per i quali ha corso in Formula 1.
E' un omaggio alla carriera di Alonso, il primo, e finora unico, spagnolo ad aver vinto un titolo mondiale in Formula 1. Ed è un omaggio a cui il pilota ha partecipato, mettendo a disposizione i trofei vinti, le tute, i caschi. Per la prima volta vengono riunite anche tutte le monoposto con cui ha corso, dal primo kart fino all'ultima Ferrari.
Sono 270 cimeli, che raccontano una carriera straordinaria, più unica che rara, non tanto per i risultati ottenuti, ma quanto per gli sforzi che Alonso e famiglia hanno fatto, affrontando trasferte e spese senza il sostegno di una Federazione all'epoca molto debole, non essendo l'automobilismo uno sport popolare in Spagna (e sarebbe interessante vedere cosa sarà della Formula 1 in tv, quando il due volte campione del mondo abbandonerà le gare).
La mostra è divisa in sei sezioni: km 0, La colleción, Circuito Alo, Start your engines!, F1 experiences e 275.000 km de emoción. Lungo il percorso, anche una serie di installazioni e di video, che ricordano le vittorie dell'asturiano e che invitano alla partecipazione dei visitatori.
La mostra si conclude con un mosaico formato dalle fotografie inviate dai fans di Alonso.
"L'intenzione è plasmare tutti gli elementi che rendono Fernando Alonso una figura così ammirata e speciale per il nostro Paese. Un atleta che trasmette valori, che ha talento, che ha raccolto un riconoscimento internazionale di primo livello e che mette a disposizione una collezione di cimeli assolutamente straordinaria" si legge nel dossier preparato per la stampa.
La collezione di Alonso ha anche una pagina web www.fernandoalonsocollection.com/.
La mostra sarà aperta fino al 4 maggio 2014, il biglietto d'ingresso costa 7 euro, ridotto 3,5; su Twitter si può essere aggiornati su attività e novità collegate alla mostra seguendo @alo_collection.
Gallerie fotografiche dell'esposizione, su elmundo.es e su gazzetta.it.



domenica 1 dicembre 2013

Il calcio per la pace in Colombia: le FARC accettano di giocare la partita proposta dal Pibe Valderrama

In una lettera aperta dai toni divertiti e persino ammirati, pubblicata nel loro sito ufficiale, le FARC hanno accettato di giocare la partita di calcio per la pace, con tanto di andata e ritorno, proposta loro dal Pibe Valderrama, uno dei giocatori più carismatici della Colombia (lo ricordate, con l'incredibile chioma bionda al vento, ai Mondiali degli anni 90?). In un'intervista al quotidiano di Bogotà El Tiempo, Valderrama e il collega Mauricio Chicho Serna, anche lui ex gloria del calcio colombiano, hanno raccontato come da circa un mese stiano percorrendo il Paese, per parlare con le vittime del conflitto e spiegare loro che tanto dolore si può superare. In questo viaggio nella Colombia dolente, hanno scoperto la crudeltà della morte, l'ingiustizia degli assassinii, il dolore dei sopravvissuti. "E' duro, perché siamo atleti e ascoltare le loro storie, fa male" hanno commentato. Ma l'idea di viaggiare attraverso il Paese è stata loro: "Abbiamo pensato che lo sport ci ha dato tanto e sentiamo che c'è un momento in cui è necessario aiutare" hanno spiegato. Per questo sono entrati nel programma Me la juego por las víctimas (Me la gioco per le vittime) dell'Unità di Attenzione e Riparazione per le Vittime e hanno iniziato a portare un messaggio di riconciliazione attraverso il calcio. 
Il 20 dicembre terminerà il tour del 2013 e Valderrama per questo ha scelto El Tiempo per lanciare il suo messaggio: "E' un'idea di perdono. Per questo diciamo alle FARC che preparino una squadra per giocare una partita per la pace. Se vogliono lì, a Cuba, o qui, ovunque, ma che si preparino bene, perché la nostra squadra è molto buona ed è andata a tre mondiali". 
Una sfida che le FARC hanno preso molto sul serio, rispondendo immediatamente, con una lunga lettera, in cui celebrano il lavoro di conciliazione degli ex calciatori, la passione per il calcio che unisce i colombiani, e l'idea di una partita per la pace. Da L'Avana, dove sono iniziati i negoziati di pace per il terzo punto dei sei in agenda, la droga e il narcotraffico, le FARC si proclamano "fedeli ammiratori delle prodezze di cui siete stati protagonisti nei campi del nostro e Paese del mondo". E si dichiarano molto felici dell'"impegno che manifestate verso le vittime e verso la pace in generale". Assicurano che nelle FARC i calciatori contano su moltissimi tifosi, che i guerriglieri e le guerrigliere indossano con passione le magliette dei loro clubs prediletti e che le discussioni sul campionato, sui tornei internazionali e sulla Colombia sono parte dei momenti di relax della vita della selva. "Rivendichiamo il calcio come patrimonio del nostro popolo. E' l'attività per eccellenza nel riposo degli operai, è il gioco domenicale dei villaggi indigenas e del popolo afrocolombiano, è il fattore di unità in tutte le periferie della patria. Difendiamo l'allegria del picado ben giocato e del codice di rispetto nelle partite di strada. Sappiamo anche della crescente adesione dei tifosi di tutto il Paese alle diverse cause sociali e popolari. Ci rende felici vedere sulle tribune bandiere di solidarietà con i contadini, il movimento indigena, con gli studenti o a favore della sanità gratuita. E anche le bandiere del che. Questo è sintomo di una cittadinanza critica che non se la beve tutta e che sta perdendo la paura di manifestare" scrivono nella loro lettera.
E passano poi all'organizzazione della partita per la pace, che accettano di giocare "con molto gusto", proponendo un'andata a L'Avana e un ritorno nel quartiere Pescadito di Santa Marta, "da dove sono arrivate molte glorie del calcio nazionale". Per la formazione le FARC propongono la presenza di "compatriote calciatrici impegnate con la pace, che sicuramente non mancheranno, dati i recenti trionfi delle nazionali femminili", perché nelle loro partitelle a L'Avana o nella selva, giodano sempre anche le donne. "Siamo disponibili a fare tutto il necessario per materializzare quanto prima queste due partite e rimaniamo in attesa della risposta. Nel frattempo ci prepariamo fisicamente e tatticamente per scendere in campo a giocarci il Picado por la Paz. Perciò peparatevi. Vi aspettiamo a L'Avana. Rafforzatevi con Higuita, Leonel, Valenciano, el Pipa, Rincón, El Chonto, El Tren e tutte le stelle del calcio colombiano dispoinibili a giocarsi questa partita per la pace". La lettera si chiude con un saluto "fraterno". 
Nel sito web la lettera è accompagnata da una fotografia di alcuni membri della delegazione delle FARC a L'Avana, donne comprese, che indossano orgogliosamente la maglietta della nazionale colombiana. Il calcio, ancora una volta, come simbolo di unione e di pace per un Paese in guerra. Che sia un buon segnale per la Colombia in cerca di pace.

sabato 23 novembre 2013

La spettacolare esibizione di Rafa Nadal e Djokovic davanti al ghiacciaio Perito Moreno

Nel loro tour sudamericano di esibizioni per beneficenza, solidarietà e business, Rafael Nadal e Novak Djokovic hanno giocato ieri davanti al ghiacciaio argentino Perito Moreno, l'unico al mondo che continua a espandersi. Tenis en los Hielos Milenarios, questo il nome dato alla loro amichevole, è stato giocato su un'imbarcazione, sulla quale è stato montato un campo da tennis. L'idea di questa partita dei due tennisti più forti del mondo è stata del Ministero del Turismo argentino, per promuovere i luoghi turistici più significativi dell'Argentina. "Sono attività che promuovono il nostro Paese a livello mondiale" ha detto il Ministro Enrique Meyer.
E poi ci ha pensato Rafael Nadal, che su Twitter ha pubblicato una foto di lui e Novak, che salutano i media al termine della partita, con alle spalle il Perito Moreno: "Sono in uno dei posti più spettacolari che abbia mai visto, il Perito Moreno. Davvero impressionante!" ha scritto.
Su rafaelnadalfans.com una lunghissima e spettacolare galleria fotografica dell'esibizione dei due giocatori, con il ghiacciaio come silenzioso e incredibile testimone.



mercoledì 20 novembre 2013

Scandalo FIFA: annulla l'amichevole Sudafrica-Spagna per un cambio di troppo (e danneggia gli africani)

In questi giorni di amichevoli di preparazione per Brasile 2014, la Spagna ha giocato contro il Sudafrica a Johannesburg, nello Stadio in cui nel 2010 ha vinto il titolo mondiale. La partita è arrivata al termine di un tour africano dei campeones del mundo, molto contestato in Patria a causa della tappa nella Guinea Equatoriale, governata da uno dei dittatori più longevi e sanguinari del Continente Nero. In Sudafrica, invece, si è scatenato un amarcord che se la Spagna avesse i titoli mondiali del Brasile o nel proprio passato partite gloriose all'Azteca di Città del Messico non ne usciremo vivi. Mancava solo la rievocazione del bacio tra Iker&Sara ed eravamo a posto.
Poi.
Come sempre accade, le partite che devono celebrare un trionfo o ricordare i vecchi fasti si traducono in un disastro. Ieri la Spagna ha perso 1 a 0 contro il molto più modesto Sudafrica, il portiere del Barça Victor Valdés si è infortunato (ma queste amichevoli non sanno far altro che produrre infortuni?!) e si è confermato, ancora una volta, che le amichevoli non sono il territorio preferito della Selección. Ieri sera l'aggettivo prediletto di elmundo.es era patéticos, nelle reti sociali si sdrammatizzava dicendo che in fondo era solo un'amichevole e nei commenti agli articoli dei siti web sportivi si teorizzava circa le difficoltà di gioco e efficacia che la Spagna esprime ultimamente, all'essere il tiki taka ormai noto a tutti. Ci stavamo quasi dimenticando di questa partita, passata senza pena né gloria e offuscata dall'impresa di Cristiano Ronaldo, vincitore della Svezia, quando la FIFA ha pensato bene di portarla di nuovo in primo piano. Con una decisione così scandalosa che offende persino le reti sociali spagnole.
Sudafrica-Spagna è stata annullata ai fini della classifica mondiale della FIFA, guidata dai campioni del mondo ormai da anni, perché si è effettuato un cambio di troppo. Valdés si è infortunato quando la Spagna aveva già effettuato i suoi tre cambi; per qualche tempo lo ha sostituito Arbeloa, fino a quando l'allenatore Vicente del Bosque ha deciso di far entrare Pepe Reina, a prendere il posto di Valdés. Il gesto dello spagnolo ha causato le dure proteste dell'allenatore del Sudafrica, Gordon Igesund, che pretendeva il rispetto delle regole. Poi a fine partita Igesund ha affermato che la discussione non è nata per il cambio, ma perché la decisione andava presa con l'arbitro e non consultandosi con lui: "I giocatori spagnoli hanno chiesto a me e io ho detto loro di parlarne con il collegio degli arbitri. Io sono per il rispetto delle regole" ha spiegato. E le regole dicono che i cambi possibili sono tre. Anche se Del Bosque non è d'accordo.
L'allenatore spagnolo ha chiesto ai sudafricani di accettare l'ingresso di Reina al posto di Valdés e si è appellato alla loro "sportività". La stessa che ha dimostrato lui, quando l'Italia, che aveva già esaurito tutti i cambi disponibili, è rimasta in 10 per l'infortunio di non mi ricordo chi e, a un quarto d'ora dalla fine della finale degli Europei 2012, vincendo già 2 a 0, ha spedito in campo il freschissimo Fernando Torres, affinché goleasse una squadra stanca e impossibilitata a difendersi con sostituzioni adeguate. Certo a questo tizio dev'essere sembrata un'occasione d'oro per fare una goleada a una Nazionale che la sua non ha mai potuto vincere in incontri ufficiali, se non con i rigori o trucchi sporchi come il suo. Dire che questo personaggio mi fa semplicemente ribrezzo, data la mancanza di nobiltà, sportività ed eleganza, è essere diplomatica. Ma lui ha la faccia tosta di chiedere sportività alle altre Nazionali, più deboli della sua e che lo stanno pure battendo.
Siccome la Spagna non è mai favorita da nessuno e, povera, c'è sempre un complot del universo universal contro il suo talento e la sua grandezza, ecco che è arrivato il regalo della FIFA. La campeona del mundo sconfitta? Non sia mai. La partita viene annullata per il cambio di troppo, non concesso dalle regole del calcio (e non contestato dagli arbitri in campo, che lo hanno permesso, evidentemente). Ci rimette il Sudafrica, che, nel ranking mondiale, non guadagna i 500 punti che gli spettano per aver vinto la squadra in testa alla classifica. Si regalano non poche ironie gli spagnoli scandalizzati su Twitter: "Victor Valdés si è infortunato in una partita che non è mai esistita!", "LA FIFA annulla Sudafrica-Spagna solo per togliere ad Arbeloa il tiolo di portiere meno goleato della Nazionale" o "E' un furto" e "Imbrogliamo pure con la Roja!" sono alcuni dei numerosi, increduli e ironici tweets che si possono leggere.
Nel giorno in cui decide pure di spostare fino a fine novembre la scadenza delle votazioni per il Pallone d'Oro, per favorire Cristiano Ronaldo, visto che minaccia il boicottaggio della cerimonia di consegna e non perdona Joseph Blatter per le antipatiche parole verso di lui, mettendo in evidenza la sua inadeguatezza come presidente (non cedere, Cristiano, non andare lo stesso alla cerimonia di consegna!), la FIFA scrive un'altra bella pagina di credibilità. Complimenti.


venerdì 15 novembre 2013

Il triangolo d'amore che appassiona l'Argentina: Wanda Nara tra Maxi López e Mauro Icardi

Dopo una temporada tranquilla in Italia, in cui ha fatto sapere di sé solo attraverso i suoi tweets e gli interventi nel programma televisivo di Susana Giménez, in cui mostrava i lussi e la felicità della sua vita italiana, Wanda Nara è tornata a essere protagonista della cronaca rosa argentina. L'idolo di tutte le botineras, l'esempio da seguire per le migliaia di ragazze che sognano di scappare da una vita anonima e senza soldi attraverso la conquista di un calciatore, ha appena lasciato il marito, il calciatore del Catania Maxi López. Lo ha fatto, lo sanno ormai tutti, in Italia e in Argentina, attraverso un tweet: Hasta acá llegó mi amor (Il mio amore è arrivato fino a qui). E dopo l'annuncio sulle reti sociali, ha preso i tre bambini nati dal matrimonio ed è volata a Buenos Aires, dove, ad attenderla, c'erano schierati paparazzi e tv.
27enne, bionda, gran sorriso, Wanda Nara ha lavorato come modella e come attrice delle riviste teatrali di Buenos Aires, prima di diventare famosa per aver proclamato la propria verginità e per un video ad alto tasso erotico. Con la fama sono arrivate le storie d'amore con personaggi della fauna locale, possibilmente polemici e mediatici (nella lista, anche Diego Armando Maradona). Poi è arrivato Maxi López, che ha sposato nel 2008, che l'ha portata a vivere in Italia, tra Catania, Genova e Milano, e a cui ha dato tre figli in meno di cinque anni. Dall'Italia la coppia regalava servizi esclusivi alle riviste argentine per testimoniare i lussi che si regalava, lei cinguettava su Twitter quanto era grande il marito, a regalarle una Ferrari per il compleanno, e quando tornavano in Argentina organizzavano feste e battesimi dei figli che volevano essere eleganti e avevano il mal gusto degli arricchiti esibizionisti.
Con il matrimonio e la maternità Wanda sembrava essersi calmata: basta foto sensuali, basta dichiarazioni provocatorie e, anzi, ammissione che molte storie del passato erano inventate "per aggiungere sale alla cosa" e che, addirittura, lo stesso video che l'ha resa famosa non era suo. Poi.
Poi è arrivato il tweet dell'amore terminato e il ritorno in Argentina. I media si sono lanciati a cercare le cause della separazione della coppia più famosa di calciatore e botinera e hanno scoperto che potrebbe esserci un terzo incomodo, il 20enne interista Mauro Icardi. E' stato lui, un paio di giorni fa, a scrivere, ancora su Twitter (questi i fatti loro risolti con una telefonata, non ce la fanno): "Wanda Nara, ti amo, non mi sarà mai facile dire quello che sento, perché ho scoperto che queste due parole portano con loro un sentimento senza limiti". Una dichiarazione di pubblico amore che ha sorpreso tutti, anche la stessa Wanda, che probabilmente stava progettando un altro uso mediatico della sua crisi matrimoniale (e magari riconciliazione natalizia, quando Maxi tornerà a Buenos Aires per le vacanze?). "Oggi mi sono alzata e mi sono trovata con questa cosa. Non so se gli hanno hackerato l'account" ha commentato. Perché lei di Icardi si dichiarata amica, ma nulla di più. A una radio porteña ha confessato che la situazione è diventata insostenibile per lei: "Ho visto la televisione e non ho avuto la possibilità di parlarne con lui. Se ci fosse stato qualcosa di strano o da nascondere non ne avrebbe mai parlato su Twitter. Da parte mia non c'è mai stato niente di strano".
Così ha raccontato di essere stata amica e confidente quando Icardi si è lasciato con la fidanzata e che l'interista ha fatto lo stesso quando lei ha iniziato ad allontanarsi da Lopez: "Mi ha visto piangere".
Ma non è amore, giura Wanda. Che giustamente ci fa anche sapere che non faceva sesso con il marito da tre mesi e che lui l'ha trascurata: "Ci sono cose che non si possono perdonare, non ha avuto cura di me. Vivevo circondata dal lusso, mentre cercavo di nascondere il dolore che sentivo. Ho fatto passare il tempo per salvare la mia famiglia" ha confessato. L'operazione non le è riuscita (per ora).
In un'altra intervista (perché il dolore non impedisce di raccontare i fatti propri ai media) Wanda assicura che per ora si tratta di separazione e non di divorzio, che non è affatto preoccupata dagli argomenti economici perché "ai bambini non mancherà mai niente, né da parte del padre né da parte mia". Ringrazia tutte le dimostrazioni di affetto che sta ricevendo in Argentina e, soprattutto, tutti quelli che le stanno offrendo lavoro, tra moda e partecipazioni televisive, ma lei, per ora lei ha un'unica preoccupazione: i suoi tre bambini, in tenerissima età, che non devono soffrire per le incomprensioni dei loro genitori. Anche le botineras hanno un cuore di mamma.
La copertina del numero di Caras attualmente in edicola, dedicata al triangolo di Wanda, Maxi e Mauro.



giovedì 17 ottobre 2013

Il sogno spezzato di Barcellona: il COI la invita a rinunciare alle Olimpiadi Invernali del 2022

E' stato un colloquio franco e cordiale, come si usa dire nel linguaggio diplomatico.
Nell'ambito di un processo di riflessione sulla candidatura olimpica, il sindaco di Barcellona Xavier Trias ha incontrato ieri il presidente del COI Thomas Bach a Losanna, in Svizzera, e questi l'ha invitato a rinunciare alla corsa per l'organizzazione delle Olimpiadi Invernali del 2022. Le ragioni del neo-presidente del COI sono chiare, anche se magari non del tutto condivisibili dagli spagnoli.
Barcellona, la Catalogna e la Spagna non hanno una cultura degli sport invernali, non hanno campioni carismatici in grado di trascinare una candidatura olimpica di queste specialità, non hanno un pubblico sufficiente interessato alle gare olimpiche d'inverno. E, a parte lo scarso interesse degli spagnoli per questi sport, c'è anche la situazione politica in Spagna e in Catalogna: la crisi economica non facilita gli investimenti e lo stato d'animo da essa causata rende più facile un atteggiamento critico sugli investimenti necessari per le infrastrutture che un largo consenso. Insomma, la candidatura olimpica potrebbe più facilmente dividere che unire gli spagnoli e i catalani. Se venisse fatto un referendum, per verificare l'appoggio cittadino alla candidatura, così come è stato fatto recentemente a Oslo, e il risultato fosse negativo, il contraccolpo sarebbe evidente per l'immagine dei Giochi Invernali e il COI non è disponibile a vedere messa in discussione l'immagine delle Olimpiadi.
Bach ha rinnovato stima e ammirazione per Barcellona, ha elogiato la sua immagine olimpica e il successo dei suoi Giochi del 1992, ma ha praticamente invitato il sindaco Trias a presentare la candidatura olimpica in tempi migliori.
TV3, la tv pubblica catalana, ha detto ieri che il sindaco annuncerà oggi il ritiro della candidatura di Barcellona, dopo aver parlato con i suoi omologhi dei Pirenei, e ha assicurato che la città si ripresenterà per i Giochi Invernali del 2026, citando fonte vicini al Comune (ma se le Olimpiadi del 2022 saranno in Europa, non lo saranno quelle del 2026). Per i sindaci di Barcellona e dei Pirenei sarà un incontro triste, dato che tutti avevano ottenuto il consenso alla candidatura nei loro Consigli Comunali.
La candidatura di Barcellona ai Giochi Invernali aveva ripreso forza dopo la terza bocciatura consecutiva della corsa olimpica di Madrid. Sempre leale nel suo sostegno alla capitale, dopo il terzo fallimento, la Catalogna aveva deciso di investire nella sua candidatura ai Giochi invernali, rimasta sempre in secondo piano. Una candidatura ambiziosa che, se avesse avuto successo, avrebbe fatto del capoluogo catalano la prima città al mondo ad aver ospitato sia i Giochi Estivi che quelli Invernali. Il modello di riferimento perl'organizzazione era Torino 2006: una grande città vicina alle montagne, sede delle cerimonie di apertura e di chiusura e di alcune competizioni sul ghiaccio, e le montagne sede delle gare sulla neve.
L'idea aveva affascinato Barcellona e le valli catalane e, dopo il fallimento di Madrid, aveva ottenuto l'appoggio del PP e del PSOE. C'era qualche dubbio circa i reali investimenti che si potevano realizzare nell'organizzazione, ma, assicuravano quelli che ci credevano, la Spagna sarebbe stata in grado di farvi fonte, essendo prossima all'uscita della crisi economica.
Ieri, il COI ha messo Trias davanti a una realtà non considerata: la Spagna non ha grandi campioni negli sport invernali: "E' molto importante che la città e il Paese che vogliono organizzare i Giochi Invernali siano in grado di affermare una scommessa decisa, per realizzare un piano sportivo ambizioso, che permetta di garantire che gli organizzatori potranno presentare anche campioni di alto livello nella maggior parte delle discipline" hanno spiegato a Losanna. E in questi anni di trionfi sportivi spagnoli, lo sci e gli sport della montagna sono i grandi assenti.
Per Barcellona una doccia fredda, per la Spagna in cerca di Olimpiadi una nuova delusione.

venerdì 11 ottobre 2013

Muore a Siviglia l'ex pilota María de Villota. Aveva 33 anni e una benda colorata

A 33 anni, María de Villota era diventata per gli spagnoli uno straordinario esempio di donna coraggiosa, in lotta contro le avversità per realizzare i propri sogni. Con i suoi capelli biondi cortissimi, il suo sorriso aperto e la benda sull'occhio destro dai colori adeguati ai suoi outfits, era diventata un volto familiare e sorridente sui media, anche per chi non aveva idea di corse e di Formula 1. 
Nel 2012 era stata la prima donna spagnola a sbarcare in Formula 1, era la test-driver del team russo Marussia; pochi mesi dopo, a luglio, un drammatico incidente ha spezzato la sua carriera, lasciandola per giorni tra la vita e la morte e senza un occhio.
Quale donna riuscirebbe ad accettare il proprio volto deturpato dall'assenza di un occhio? María era riuscita a trasformare questo suo handicap addirittura in una vanità femminile, scegliendo sempre bende coloratissime, per nascondere la sua menomazione e indossando da allora un sorriso contagioso.
E, come una novella Alex Zanardi, non aveva smesso di raccontare la sua carriera spezzata e la sua curiosità per le altre strade che la vita le presentava. Nei giorni della lunga convalescenza, aveva rafforzato il legame con Rodrigo García, il fidanzato e allenatore, che non finiva mai di ringraziare. Quest'estate lo aveva sposato a sorpresa, pubblicando poi su Twitter una foto, per ringraziare i fans e il pubblico che non avevano smesso di seguirla con affetto.
L'elenco delle sue attività, dopo l'incidente, è impressionante: Ambasciatrice della Commissione della Donna della FIA, Ambasciatrice contro la Violenza di Genere, Madrina della Fundación Ana Carolina Díez Mahou.
Nelle interviste manifestava il suo entusiasmo per la vita, sosteneva l'importanza di scoprire le cose che importano davvero, ricordava l'impegno pe non farsi travolgere dallo scoraggiamento dopo l'incidente, perché la vita offre tanti cammini".
Nei prossimi giorni uscirà il libro La vida es un regalo, in cui racconta quest'ultimo anno dopo l'incidente, il prezzo che ha pagato, la voglia di vivere che le ha regalato, la scoperta degli affetti importanti, la curiosità di scoprire nuove occasioni e nuovi impegni.
Una delle prime notizie apparse sui siti web spagnoli, stamattina, è stata la sua morte, in un albergo di Siviglia. Era nel capoluogo andaluso per partecipare all'iniziativa Lo que de verdad importa, sospesa al ritrovamento del suo corpo. Tutto fa pensare che sia morta per cause naturali. Ed è tutta la mattina che si vede la sua zazzeretta bionda, il volto sorridente, illuminato da più rughe di quanti i suoi 33 anni farebbero pensare, e la sua benda dai colori brillanti, blu, nero, rosso. E non ci si può credere. La morte è così sorprendente e lascia un'incredulità così... sorprendente.
La morte ci aveva provato un anno fa e non era riuscita a portarla via; sembra abbia dovuto sorprenderla nel sonno, per riuscirci. Le manifestazioni di affetto e le condoglianze alla famiglia si stanno moltiplicando in questa mattinata triste.
Que descanse en paz.



lunedì 7 ottobre 2013

Pep Guardiola all'Oktoberfest, con il tradizionale costume bavarese

Con i tradizionali lederhose, i pantaloni del costume bavarese, la giacchetta della regione tedesca e il cappello alpino, Pep Guardiola ha celebrato ieri, con buona parte del Bayern Monaco, l'Oktoberfest. L'allenatore catalano era in compagnia della moglie Cristina e si è goduto la festa, "come se fosse un bavarese", scrivono i media spagnoli, e nonostante non beva alcol.
A Guardiola, già molto amato (oltre che rispettato) in Germania, sono arrivati ieri anche gli elogi di Lothar Matthaeus: "Direi che il tiki taka è arrivato in Baviera. Questo è il calcio come quello che abbiamo visto in Spagna, queste sono le innovazioni nel Bayern".
La squadra bavarese è leader della Bundesliga. Per Pep, una buona ragione per festeggiare all'Oktoberfest e godersi le tradizioni bavaresi.





martedì 10 settembre 2013

Dopo il fiasco di Madrid 2020, Barcellona vuole i Giochi Invernali del 2022

L'eterna rivalità Madrid-Barcellona è a punto di scoppiare ancora una volta. La Generalitat catalana ha annunciato che se Barcellona presenterà la propria candidatura per l'organizzazione delle Olimpiadi Invernali del 2022, la appoggerà con tutte le sue forse e le sue risorse. La Catalogna ha così rotto gli indugi e, dopo l'inevitabile fair-play verso Madrid, che ha perso la corsa olimpica per la terza volta consecutiva, ha deciso di sostenere con forza Barcellona 2022. 
A Madrid si leccano ancora le ferite per il fracaso e si chiedono cosa sia andato storto, tra l'inglese pittoresco del sindaco Ana Botella e l'eccessiva sicurezza esibita a Buenos Aires. Poi ci si è messo anche il sindaco di Barcellona, Xavier Trias, che ha affermato che la sua era l'unica città spagnola in grado di competere con Tokyo e Istanbul: "Sono città spettacolari, con le quali poteva competere solo Barcellona, perché la marca Barcellona è più potente di Istanbul ed è quasi tanto potente come quella di Tokyo" ha detto in un'intervista "Ottenere i Giochi è difficilissimo, è una corsa dura e lunga. La diplomazia olimpica funziona in modo diverso, sono persone con una visione che non è quella degli Stati e che è interessata ai valori dell'olimpismo". Sottinteso, Madrid non ha saputo dare giusta attenzione a questi "interessi speciali" del CIO. 
Saprà farlo Barcellona, in vista del 2022 e con l'esperienza del 1992?
Il progetto olimpico barcellonese è nato tre anni fa e riprende la formula lanciata da Torino 2006 e ripetuta da Vancouver 2010: una grande città che ospita le cerimonie e alcune delle gare, e le vicine montagne che ospitano il resto delle competizioni. La formula torinese ha avuto un grande successo all'estero e Torino 2006 è considerata, soprattutto nei Paesi anglosassoni, una delle edizioni olimpiche più belle, sia dei Giochi Invernali che Estivi. Seguendo questo modello, Barcellona ospiterà le cerimonie di apertura e chiusura e tutte le attività sul ghiaccio, mentre le stazioni pirenaiche di La Masella e La Molina ospiteranno le gare sulla neve. Rimane definitivamente fuori dal progetto la Valle d'Aran, con la più nota delle stazioni pirenaiche, Baqueira Beret, frequentata anche dalla Famiglia Reale spagnola, perché gli investimenti richiesti erano troppo alti. 
Se la candidatura dovesse andare a buon fine, Barcellona sarà la prima città ad aver ospitato i Giochi Olimpici estivi e invernali, per di più a una distanza di tempo relativamente corta, solo 30 anni gli uni dagli altri. E la città tiene tanto al possibile primato che, dovesse fallire al primo tentativo, si presenterà anche per i Giochi del 2026 e del 2030. 
Le città che vogliono ospitare i Giochi del 2024 devono presentare la loro candidatura entro il 14 novembre 2013, il CIO proclamerà la candidatura vincitrice il 31 luglio 2015. Per ora, oltre a Barcellona-Pirenei, ha annunciato l'intenzione di presentarsi anche Oslo: nella capitale norvegese c'è appena stato un referendum, vinto dai favorevoli alla candidatura con il 55,1% dei voti (i contrari sono stati il 44,9%). 
Barcellona, che ha pubblicamente sostenuto Madrid 2020, anche con la partecipazione degli atleti catalani alle campagne promozionali per la candidatura della capitale, ha fatto sapere che se Madrid avesse ottenuto i Giochi 2020, avrebbe ritirato la propria candidatura per il 2022. Ci si aspetta un identico beau geste da parte di Madrid per il 2024, nel caso Barcellona ottenga i Giochi Invernali.