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domenica 23 febbraio 2014

Un libro argentino: Adolf Hitler fuggì in Argentina, si chiamò Kirchner e morì nel 1971 nel Paraguay

Adolf Hitler? E' morto il 5 febbraio 1971 ed è sepolto nel Paraguay, nella cripta di un antico bunker nazista, oggi sostituito da un lussuoso hotel, che, ogni anno, chiude durante la prima settimana di febbraio, affinché un esclusivo gruppo di nazisti possa rendere omaggio al proprio leader, nell'anniversario della sua morte. Lo sostiene il giornalista argentino Abel Basti, nel libro Tras lo pasos di Hitler (Sui passi di Hitler), pubblicato da Planeta.
Il leader nazista non morì suicida nella Berlino assediata dall'Armata Rossa, come sostiene la storia ufficiale e non crede la storia ufficiosa. Come molti ufficiali nazisti, anche lui riuscì a fuggire e a riparare in Sud America. La sua prima meta fu la solita Bariloche, nella Patagonia argentina, che accoglie una folta comunità tedesca, tanto da sembrare un angolo di Baviera piovuto sulle Ande; qui Hitler arrivò con il nome di Adolf Schütelmayor.
La prima volta che Basti sentì parlare della presenza di Hitler a Bariloche fu nel 1994, ma, come molti altri, accolse la notizia con scetticismo, perché "credevo nella verità ufficiale". Ma, incuriosito, iniziò a indagare e, confessa adesso a EFE, "mano a mano che mi muovevo nei circoli tedeschi del sud e in altre parti dl Paese, ho iniziato a vedere questa possibilità. E ho finito con crederci quando ho iniziato a intervistare testimoni che erano stati in contatto con Hitler, in Argentina".
Tra i testimoni citati, Eloísa Luján, che era l'assaggiatrice dei cibi destinati all'antico Führer tedesco, per controllare che non fossero avvelenati, o Ángela Soriani, nipote della cuoca di Hitler, Carmen Torrentegui, o il militare brasiliano, figlio di un ex gerarca nazista, che assicura la data della vera morte di Hitler, nel Paraguay.
La presenza del leader nazista in Patagonia era un segreto di Pulcinella: "Non è che tutti sapessero dov'era, ma quelli che lo sapevano tendevano a ridimensionare la sua importanza" ha detto Basti, giustificando l'atteggiamento con l'ignoranza dei locali: "Per la gente di campagna la guerra praticamente non c'era stata, non c'era radio, i giornali arrivavano periodicamente e non li leggevano tutti. Quindi sapevano che c'era una guerra, ma non avevano idea delle sue dimensioni né dei suoi protagonisti".
In Argentina, Hitler non fece vita da prigioniero o da persona che temeva di essere scoperto da un momento all'altro; non solo si muoveva liberamente in Argentina, ma visitò anche i Paesi vicini, in particolare ci sono prove della sua presenza in Brasile, Colombia e Paraguay. La sua fuga, commenta Basti, non poteva essere stata possibile senza un grande accordo militare tra nazisti e nordamericani. Un accordo che "consisteva nella fuga dalla Germania di uomini e tecnologie militati, che potevano essere riutilizzati contro il comunismo, in cambio di immunità per i nazisti e del loro riciclaggio nella strategia bellica nordamericana", nell'imminente Guerra Fredda contro l'Unione Sovietica e i suoi alleati. Quindi, ritiene ancora il giornalista argentino, i principali servizi segreti occidentali, avevano rapporti che confermavano la presenza di Hitler in Sudamerica, "ma non hanno mai agito per una sua detenzione, perché è ovvio che, se avessero voluto, avrebbero potuto catturarlo".
Hitler visse praticamente tranquillo e indisturbato in Argentina sotto le prime presidenze di Juan Domingo Perón, ma, quando questi fu deposto dalla Revolución Libertadora, nel 1955, preferì lasciare il Paese e trasferirsi nel Paraguay, dove assunse il nome di Kurt Bruno Kirchner, curiosamente lo stesso cognome del presidente argentino Néstor, a cui è succeduta sua moglie, l'attuale presidente Cristina Fernández de Kirchner. E nel Paraguay Htler spirò serenamente, senza aver pagato i conti con la giustizia terrena, e, a quanto pare, con la complicità delle potenze occidentali.


domenica 16 febbraio 2014

La Spagna riconosce la cittadinanza ai sefarditi, ma non ai moriscos. Gli otto secoli musulmani dimenticati

I media spagnoli continuano a  ripeterlo. Il progetto di legge con cui il Governo di Mariano Rajoy intende restituire la cittadinanza spagnola ai sefarditi che ne faranno richiesta, è un fatto di Giustizia. Di Giustizia Storica. I sefarditi sono i discendenti degli Ebrei che nel 1492 furono cacciati dalla Spagna, con il decreto di espulsione firmato dai Re Cattolici, Isabella di Castiglia e Fernando d'Aragona, poco dopo la conquista di Granada. In quegli anni di transizione dal Medio Evo all'Età Moderna, le Monarchie, che cercavano di imporsi al sistema feudale, iniziarono a creare gli Stati nazionali, basati sull'omogeneità etnica e religiosa. Gli Ebrei, seppure commercianti e artigiani di grande importanza nell'economia spagnola, non potevano far parte del progetto.
La diaspora sefardita toccò il Nord Africa, la Francia, l'Italia e, soprattutto, le terre dell'Impero Ottomano. E in qualunque terra siano stati portati i sefarditi in questi secoli di esilio, non hanno mai dimenticato la Spagna, le sue tradizioni, le sue abitudini: parlano persino lo spagnolo. Uno spagnolo antico, arricchito di termini dei Paesi in cui hanno abitato, che chiamano ladino e che è perfettamente comprensibile dagli spagnoli contemporanei.
Per gli Ebrei sefarditi, il riconoscimento della Spagna è una sorta di ritorno a casa, la fine della nostalgia che tanto ha dato alla musica e alla letteratura sefardita.
In Israele c'è molta agitazione per questa notizia e i media locali cercano di moderare gli entusiasmi e di spiegare che si tratta di un progetto di legge. Bisogna essere prudenti e aspettare, insomma. In Spagna c'è una certa perplessità: e se i 3,5 milioni di sefarditi decidessero di stabilirsi di nuovo nella Penisola? Come assorbire l'impatto del loro arrivo in tempi di crisi economica? La concessione della cittadinanza suscita sempre una certa gelosia e una certa diffidenza. Comprensibili, del resto. Personalmente non amo che i pronipoti argentini di qualche nonno piemontese o napoletano, che non parlano neanche l'italiano e che vogliono i passaporto per volare nell'Unione Europea, possibilmente in Spagna per questioni linguistiche, possano poi votare in Italia e decidere il destino politico di un Paese di cui non hanno idea. La stessa cosa succede a vari spagnoli, parlando dei sefarditi.
Ma non c'è solo questa questione.
Nel 1612, poco più di 400 anni fa, la Spagna ha cacciato anche gli ultimi moriscos residenti nel proprio territorio. I moriscos sono i discendenti dei musulmani, che abitavano le terre spagnole dopo la Reconquista. Guardati con sospetto, costretti alla conversione, poco creduti anche dopo la conversione, furono cacciati definitivamente sotto il regno di Felipe III. La Spagna perse così centinaia di abili contadini e artigiani, che lasciarono spopolate le terre del sud, ripopolate con contadini fatti arrivare dalla Cantabria, dalla Castiglia e da altre regioni del Nord. I moriscos si stabilirono soprattutto nel Marocco e nel Nord Africa, per questioni religiose e linguistiche, dato che la loro lingua materna era l'arabo. Ma anche loro non smisero mai di rimpiangere Al Andalus. E, anzi, sono i promotori di buona parte della cultura andalusí: musicisti, ballerini, ricercatori della cultura comune di Andalusia e Marocco, arrivano anche dal lato africano del Mar Mediterraneo. A Siviglia non è difficile assistere a concerti e a spettacoli di artisti marocchini, che riprendono le fila della cultura andalusí. Per loro, però, non si parla di riconoscimento della cittadinanza. Eppure anche loro parlano uno spagnolo perfetto, pure loro rimpiangono la patria perduta, pure loro guardano con affetto alla Spagna. Addirittura, alcuni di loro conservano le chiavi delle case di Granada e dell'Andalusia, che gli antenati furono costretti a lasciare, durante la Reconquista o con la cacciata definitiva, nel XVIII secolo.
Perché gli Ebrei sì e i Musulmani no? Lo sfondo è evidentemente politico ed è anche sintomo dell'incapacità spagnola di fare i conti con la propria storia.
Secondo il professore di Diritto Civile dell'Università di Córdoba Antonio Manuel Rodriguez, la Spagna non considera come propri gli otto secoli di storia musulmana sul suo territorio. Nonostante, si aggiunga tra parentesi, siano stati proprio quei secoli a darle i monumenti di cui va maggiormente, e giustamente, fiera, l'Alhambra di Granada e la Moschea-Cattedrale di Cordoba, quando si tratta di vendere il Paese al turismo internazionale. Abderraman III (Córdoba, 891), Maimonide(Córdoba, 1135) e Averroè (Córdoba, 1126) sono tanto ispanici quanto Seneca (Córdoba, 4 a.C.), ricorda il professore. "Il fatto è che dove esiste la stessa ragione, esiste lo stesso diritto. E' una rivendicazione non dal vittimismo, ma dalla giustizia. Il riconoscimento alla comunità sefardita è simbolico, necessario e giusto. Lo è anche fare lo stesso con chi ha mantenuto la propria identità morisco andalusí nell'esilio, lo è verso di loro, ma soprattutto verso di noi, in un esercizio di ricostruzione della memoria collettiva" dice Rodriguez a elconfidencial.com.
"La concessione ai sefarditi mi rende felice, come morisco: perlomeno l'hanno fatta a metà degli espulsi. Ma non è logico che la diano a loro e a noi no. Non cerchiamo la nazionalità per una questione economica, ma morale. La mia cultura è spagnola, ma in arabo" dice il 66enne marocchino Abdelgafar Elakel a elconfidencial.com, che agginge un dettaglio: "Lo dice ridendo e non in arabo, ma in perfetto spagnolo".


sabato 28 dicembre 2013

Argentina: permesso aborto a 14enne violentata, rimosso il giudice che voleva impedirlo

Latinoamérica inizia a reagire all'ingiustizia delle donne che non possono decidere in autonomia del proprio corpo, quando si trovano davanti a una gravidanza inaspettata e/o indesiderata, e devono aspettare che qualcun altro, un giudice o un medico, decida per loro?
Questa storia arriva dalla provincia di Salta, nell'Argentina più settentrionale e conservatrice.
All'inizio di novembre una ragazzina di 14 anni è stata violentata dal patrigno; scoperto in flagranti dalla compagna, ha picchiato entrambe, madre e figlia. Il dramma, nella periferia più povera di Salta, è terminato con l'uomo in carcere e la ragazzina in ospedale; qui ha scoperto di essere incinta e, d'accordo con la madre, ha chiesto di abortire. In Argentina l'aborto è ammesso solo in caso di violenza sessuale, grazie a una sentenza della Corte Suprema, emessa nel 2012, secondo la quale, in caso di gravidanza dovuta a stupro, la Giustizia non deve intervenire. Ma cosa è successo alla 14enne? Nella provincia di Salta la legge prevede che in caso di aborto di minorenni intervenga una sorta di tutore; in questo caso è intervenuta Claudia Flores Durán, che ha chiesto al giudice Victor Soria di impedire l'aborto per proteggere la vita del concepito; il giudice ha rimandato la decisione fino a quando, il 13 dicembre, ha stabilito che la minorenne avrebbe dovuto portare a termine la gravidanza e quindi dare il figlio in adozione. 
Si può essere così disumani, nel nome della difesa della vita? Si può essere così sprezzanti al considerare il corpo della donna solo un organismo riproduttore, ignorando i suoi desideri, le sue istanze, i suoi diritti e i suoi sentimenti, per atti da lei subiti e non decisi?
Meno male che accanto a madre e figlia c'era l'avvocata Monica Menini, che ha denunciato come in questo lungo mese, in attesa della decisione del giudice, la ragazzina sia rimasta in ospedale e abbia perso, otto chili, per lo stress e la preoccupazione. "E' stata privata della libertà" ha commentato. Durante il mese in ospedale ha continuato a studiare e ha terminato il sesto anno di scuola primaria, ma si è sentita sollevata solo quando, il 13 dicembre, dopo la sentenza di Soria, è potuta tornare a casa, sebbene senza la certezza del proprio futuro.
Menini, infatti, si è immediatamente appellata al Tribunal Supremo di Salta, contro la sentenza di Soria, sostenuta da altri avvocati e dallo stesso Governo di Salta, guidato dal kirchnerista Juan Manuel Urtubey. La sentenza del Tribunal Supremo non si è fatta attendere: non solo è stato permesso alla ragazzina di abortire, ma è stato dato il via alla rimozione di Soria dal suo incarico. Nel testo, infatti, si rimprovera Soria non solo per aver ignorato la sentenza della Corte Suprema dell'Argentina, che permette l'aborto in caso di violenza sessuale, ma anche di non aver riconosciuto lo stesso protocollo della provincia di Salta in caso di aborto non punibile. Per questo, la sua carriera è adesso a rischio. 
Storie che finiscono bene, fortunatamente, in questa Latinoamérica che a fatica inizia a riconoscere i diritti delle donne alla gestione del proprio corpo. Perché, sia chiaro, al dare spazio a queste storie su Rotta a Sud Ovest, non si vuole difendere l'aborto in sé, ma il diritto di ogni donna di decidere liberamente se essere o meno madre, pienamente informata di tutte le possibilità e di tutti i diritti, ma in piena autonomia, senza costrizioni, senza pressioni. L'idea è di vivere in uno Stato che appoggi e tuteli le donne che si trovano davanti a una maternità non desiderata, sia quale sia la loro scelta. E sì, l'opinione, i desideri e le esigenze di una donna, essere autonomo, indipendente e pensante, sono più importanti di quelli di uno zigote. Senza sorry.


giovedì 10 ottobre 2013

Il video di due giovani emigrati spagnoli tornati a casa per fare una sorpresa. Oltre 1 milione di visite in 5 giorni

5 giorni su youtube e oltre 1,1 milioni di visite. La sorpresa è un corto di 5 minuti, che racconta il ritorno a casa di due giovani spagnoli, dopo due anni di Messico, il Paese in cui sono emigrati in cerca di un'opportunità. 
Il loro ritorno è una sorpresa per tutti. Per cui li seguiamo nell'aeroporto del DF, mentre aspettano il loro volo, il sorriso che mano a mano si affaccia al loro volto quando, superato l'Oceano, si stende davanti a loro la Penisola iberica, la ilusión con cui prendono la metropolitana a Barajas e salgono sull'autobus che li porta a Valencia (solo vedere il toro di Osborne a un lato della strada dev'essere un'accelerata al cuore). E poi, a pochi km da casa, il sorriso incontenibile.
Aprono la porta delle loro case e le scene di gioia, pianto ed emozione per il ritorno inaspettato sono immaginabili.
Passano a casa un mese di cui non sappiamo niente e li rivediamo all'aeroporto di Barajas, pronti per i controlli della sicurezza e tornare a dire adiós alla Spagna (che grandi che sono sempre i genitori, abbiano l'età che abbiano loro e i figli adulti: hanno accompagnato i loro figli fino a Madrid, per separarsi da loro solo quando era impossibile proseguire insieme). Il pianto questa volta è di dolore e disperazione, per la separazione che chissà fino a quando durerà. E l'invettiva con cui termina il video, contro banchieri, politici e speculatori, responsabili dell'incapacità dell'attuale Spagna di dare un futuro dignitoso ai giovani che hanno studiato e che si sono preparati (no, non sono i giovani che sono inoccupabili, sono i politici che lo pensano che dovrebbero provare l'onta della disoccupazione e il dolore dell'emigrazione), ci sta tutta.
Un video di poche parole, di musica gradevole, di molte immagini e di molte emozioni. E' dedicato a tutti quelli che sono lontani dalla Spagna, non per propria scelta, ma per avere un futuro. Che possano tutti tornare a casa, anche solo per un mese, e regalarsi le emozioni di questo video. E che possano farlo anche i giovani italiani e i giovani che ogni notte provano ad attraversare il Mediterraneo. 

mercoledì 9 ottobre 2013

Leggende di Siviglia: la Susona, che tradì il padre e fece esporre il proprio teschio, nel Barrio de Santa Cruz

Quando una serie televisiva è ben fatta, offre spunti di approfondimento e idee di viaggi. In Spagna sta succedendo con Isabel, il serial dedicato da TVE1 alla vita di Isabella di Castiglia: Burgos, Segovia, la Castiglia si stanno proponendo come escursioni d'autunno, sulle tracce dei Re Cattolici (su Rotta a Sud Ovest se ne era già parlato in occasione del successo della prima stagione). 
Nell'ultima puntata i Re Cattolici sono sbarcati a Siviglia, dove hanno messo ordine nelle dispute tra il Duca di Cadice e il Duca di Medina Sidonia e dove sono entrati in contatto con la cultura lasciata da otto secoli di dominio arabo (la ricostruzione dell'Alcázar!), prima di dedicarsi alla conquista di Granada.A Siviglia sono entrati in scena nuovi personaggi, soprattutto femminili, che avranno un ruolo importante nelle vicende andaluse dei Re Cattolici. Tra queste c'è Susana ben Susón, una giovane cristiana, di origine ebrea, che suo padre, il ricco commerciante Diego Susón offre a Isabel, affinché faccia parte della sua corte, come segno di fedeltà alla sua causa. La regina accetta volentieri la presenza della giovane tra le damigelle a lei vicine e Susana inizia a guardarsi intorno, non disdegnando sguardi al bello e infedele Fernando, alla ricerca di un buon marito. Nella serie Susana viene presentata come una ragazza in buona salute e di buon cuore, fedele alla causa della regina, cristiana devota, e non solo per convenienza, in quei tempi di grandi pressioni contro gli Ebrei (non bisogna dimenticare che solo pochi anni dopo, nel fatale 1492, i Re Cattolici li cacciarono dalla Spagna, privando il Paese della loro abilità commerciale e della loro sapienza antica e causando la diaspora sefardita, a cui tanto deve la cultura europea). 
Quello che succederà poi, è la causa per cui ancora oggi Siviglia ricorda la bella convertita. Intorno al 1481, nella Judería, il ghetto ebraico, iniziò a prepararsi un complotto, una ribellione come rappresaglia alle angherie che gli ebrei stavano sopportando dai cristiani. Le tensioni tra i fedeli delle due religioni erano iniziate un secolo prima, con una strage di quasi 4mila ebrei, e da allora non si erano mai risolte davvero, con il disprezzo dei cristiani per gli ebrei e l'impossibilità di questi di affermarsi nei commerci senza subire pesanti rappresaglie. 
Dunque, a Siviglia si stava preparando una ribellione, per la quale gli ebrei cercavano l'appoggio dei moriscos, i musulmani convertiti al cristianesimo. Una delle riunioni di preparazione si tenne in casa di Diego Susón, uno dei leaders della rivolta. E fu così che la bella Susana venne a sapere dei dettagli della rivolta in preparazione. Allora era una giovane donna molto lodata per la sua bellezza e, come lascia intravedere la serie Isabel, era anche ambiziosa, sognava in un matrimonio che le offrisse una buona posizione sociale e il riconoscimento che l'essere una convertita non le permetteva. In quel periodo di riunioni e cospirazioni, si vedeva con un giovane hidalgo cristiano e fu proprio la paura di perderlo, che perse lei. Venuta a sapere della rivolta, Susana corse ad avvertirlo, affinché si salvasse, essendo i nobiluomini della città il principale obiettivo dei ribelli. Ma l'amante si fece raccontare i dettagli e quindi li raccontò al responsabile della sicurezza cittadina, Diego de Merlo, che soffocò la sommossa ebraica ancora prima che si realizzasse. Tra gli arrestati c'era ovviamente il padre di Susana, Diego Susón; imprigionati, gli ebrei furono giustiziati pochi giorni dopo. 
Consapevole dell'errore commesso, abbandonata dall'amante e dalla sua comunità, che la considerava responsabile delle sue disgrazie, Susana cercò rifugio in un convento di Siviglia, in cui rimase rinchiusa fino alla sua morte. 
Nel testamento lasciò scritto che la sua testa fosse esposta, in segno di ammonimento, su un chiodo, davanti alla porta di casa sua "e che rimanga lì per sempre". Incredibilmente, così si fece e, fino al XVII secolo, il suo teschio si trovava lì, in una via chiamata anche per questo calle de la Muerte. Poi, si decise di sostituirlo con un azulejo, che ricorda il desiderio di Susana, e di dare il suo nome alla strada. 
Chissà quante volte turisti e sivigliani sono passati nella calle Susona, nel Barrio de Santa Cruz; inizia nella deliziosa e ombrosa plaza de doña Elvira e si addentra nel Barrio, per poi terminare nei pressi della calle Agua, a ridosso delle mura dell'Alcazar; è una via stretta, ombrosa, che si allarga in una graziosa plazuela, dalle prospettive molto amate dai turisti in vena di foto. S distingue dal resto delle stradine del Barrio solo per questa leggenda, che i sivigliani conoscono bene.
PS L'ultima puntata di Isabel ha introdotto anche un'altra figura di donna fatale, la bellissima Isabel de Solis, che divenne schiava cristiana e quindi ultima moglie di Mulay Hassan, la causa della guerra civile che consegnò il Regno di Granada ai Re Cattolici. Si parlerà anche di lei.

domenica 8 settembre 2013

Antonia Valls, che aspetta i resti del padre repubblicano, riesumati grazie al crowdfunding

Una settimana fa El Pais raccontava un'emotiva storia spagnola, proveniente dal franchismo e dal rifiuto di dare giustizia e sepoltura alle vittime repubblicane. Grazie al crowdfunding, l'86enne Antonia Valls, ha ottenuto i fondi per poter riesumare i resti di suo padre José, fucilato a 48 anni il 2 settembre 1938, e seppellirli accanto a quelli di sua madre.
Per Antonia è la realizzazione della promessa di tutta una vita: è l'unica figlia di José ancora viva, è stata l'ultima dei suoi figli a parlargli, prima che fosse portato via dai franchisti. Come raccontava El Pais una settimana fa, la Legge della Memoria Storica, voluta da José Luis Rodriguez Zapatero, è stata privata, dal Governo di Mariano Rajoy, dei fondi necessari per trovare i resti delle vittime del franchismo e restituirli ai familiari. Così, per iniziativa del Grupo para la Recuperación de la Memoria Histórica (GPRMH), è partita la campagna di crowdfunding, che ha raccolto i 6850 euro necessari per la riesumazione di José Valls, grazie ai contributi di 299 persone anonime. E poi c'è stata un'incredibile gara di solidarietà: gli archeologi che lavorano gratis, l'Università Computense di Madrid che mette gratuitamente a disposizione gli strumenti per effettuare gli studi di identificazione sui resti di José, il lavoro dei volontari.
Da qualche giorno, nel piccolo cimitero di Borriol, nella Comunitat Valenciana, gli archeologi hanno iniziato a scavare la fossa in cui si trovano José Valls e Luis Meseguer, indicata ad Antonia, molti anni fa, dallo stesso uomo che, dopo la fucilazione, fu incaricato di ricoprire i corpi.
La cosa più emozionante di tutto questo racconto, di affetto filiale e ferrea determinazione, è la fotografia pubblicata ieri, di nuovo da El Pais. Antonia Valls, a 86 anni, vestita di nero, con la sua borsa in mano, seduta a un lato del cantiere, incurante del caldo sole mediterraneo e delle alte temperature che settembre sta ancora regalando alla Spagna costiera, che aspetta che gli archeologi facciano il loro lavoro e le restituiscano i resti di suo padre. Ha più valore, più emozione e più significato di qualunque giustificazione possa osare tirar fuori chi parla delle ferite da non riaprire, per rifiutare giustizia e conforto a Antonia Valls e a chi, come lei, ha un proprio caro sepolto in una cunetta.

sabato 31 agosto 2013

Il crowdfunding permetterà di riesumare e seppellire una vittima del franchismo

Può servire per pubblicare libri, girare film e realizzare reportage e può avere fini commoventi e nobili. Grazie al crowdfunding, l'86enne Antonia Valls potrà dare una sepoltura a suo padre, José Valls Casanova, fucilato dai franchisti il 2 settembre 1938 a Borriol, nella Comunitat Valenciana, e da allora sepolto insieme a un altro giustiziato, Luis Meseguer, nei pressi del cimitero del paesino.
La Legge della Memoria Storica, voluta dal Governo di José Luis Rodriguez Zapatero, prevedeva anche il finanziamento per la ricerca, la riesumazione e la sepoltura delle vittime del franchismo: la Spagna è il Paese dell'Unione Europea con il più alto numero di desaparecidos della dittatura e non ci sono mai state indagini per scoprire il destino e le eventuali sepolture delle migliaia di persone scomparse. La Legge di Zapatero, che aveva suscitato proteste e diffidenze dei settori più conservatori e vicini al franchismo, è stata il primo tentativo di dare giustizia alle vittime della dittatura, dimenticate anche dalla democracia.
Con l'arrivo del PP al Governo, e con l'alibi della crisi economica, la Legge si è trovata svuotata, dotata risorse sempre più esigue.
Antonia Valls è l'unica figlia ancora in vita di José e il suo sogno è sempre stato poter riesumare i resti del padre per seppellirli accanto a quelli di sua madre; suo padre è stato assassinato quando lei aveva 11 anni e pochi giorni dopo la sua fucilazione l'uomo che l'aveva sepolto le aveva rivelato il luogo in cui si trovava, nei pressi del cimitero. Finite le speranze della legge, il Grupo para la Recuperación de la Memoria Histórica (GPRMH), a cui si è rivolta con i familiari, ha pensato di avviare un crowdfunding, che, attraverso le donazioni di piccole cifre, permette di realizzare un progetto. A sorpresa, in pochi giorni, sono stati raccolti 6.850 euro, una cifra sufficiente per realizzare il desiderio di Antonia e seppellire José accanto a sua moglie.
I lavori saranno realizzati da una quindicina di volontari. "La solidarietà ha funzionato e questo dimostra che esiste un sensibilità su questi argomenti, che non ha avuto il Governo" denuncia a El Pais Matías Alonso, il portavoce del GPRMH nella Comunitat Valenciana.
I lavori per la riesumazione dei corpi di José Valls Casanova e di Luis Meseguer
 inizieranno nei prossimi giorni, dato che due giorni fa è arrivata l'ultima autorizzazione necessaria, quella del Comune di Borriol.
Quanto i familiari delle vittime repubblicane e di sinistra della Guerra Civile e del franchismo siano abbandonati nella loro ricerca di giustizia e sepoltura per i loro cari, lo dimostra un passo dell'articolo di El Pais: "La fossa comune di Borriol sarà la prima che si aprirà con le donazioni di persone anonime (299 hanno appoggiato la campagna), con lo sforzo dei volontari e l'impegno della famiglia. "Per un lavoro come questo sono necessari tra i 20mila e i 40mila euro, lo faremo senza ricevere soldi (tranne un minimo importo per entrambi i casi) e mantenuti dai familiari" spiega Miguel Mezquida, direttore del gruppo di archeologi. All'inizio si era anche pensato di vivere in casa dei Valls. "Poi ci hanno cercato una casa rurale, in cui alloggeremo per la settimana in cui dureranno i lavori" aggiunge".
Tutto si basa sul volontariato, sulla solidarietà, sull'empatia che una storia come quella di Antonia e del suo desiderio di seppellire vicini i propri genitori, possono suscitare.
José Valls venne arrestato il 12 giugno 1938, poco dopo l'ingresso dei franchisti a Borriol. Il suo destino era praticamente segnato: "I familiari sapevano che era una persona impegnata, di sinistra e poco altro" dice Matías Alonso. Fu processato sommariamente e il 19 luglio la sua sentenza di morte fu definitiva. Nelle prime ore del 2 settembre 1938, fu costretto a scavare la propria fossa, con Luis Meseguer, prima di essere fucilato, a 48 anni. 75 anni dopo, grazie alla volontà instancabile di sua figlia Antonia e alla solidarietà di numerosi cittadini anonimi, verrà finalmente sepolto accanto alla moglie.

sabato 3 agosto 2013

L'Argentina piange Renzo, morto a due anni per una miocardiopatia. Inutile il trapianto di cuore

Renzo Antonelli era nato due anni fa, nella provincia di Corrientes, nell'Argentina settentrionale, ed è stato un lottatore coraggioso sin dai primi istanti della sua vita. Era ancora nell'utero materno quando i medici si sono accorti che soffriva di una miocardiopatia grave: il suo cuore non aveva sufficiente forza per pompare il sangue e trasportare ossigeno nel corpo. La sua vita è stata, sin dall'inizio, un entrare e uscire dagli ospedali, di Corrientes prima e di Buenos Aires poi. 
La scorsa primavera la sua storia è diventata di dominio nazionale. Si cercava un cuore per il piccolo ricoverato in ospedale, la cui vita dipendeva dal cuore artificiale a cui era collegato. Immaginate un bambino di due anni, che non ha mai conosciuto altra vita che gli ospedali e che pure non smette di sorridere, di incuriosirsi, di lottare: così i familiari e i dottori raccontavano Renzo, così lo si vedeva nelle foto diffuse dai quotidiani e dalle televisioni del Paese. Tutta l'Argentina si è commossa per la sua vicenda, ha ascoltato con affetto i suoi genitori e il nonno, Jorge Ramos, diventato una sorta di portavoce familiare; le reti sociali si sono innamorate di questo bambino dallo sguardo vivace e gli hanno dedicato numerosi hashtag. Il suo trapianto di cuore, a giugno, è stato seguito con il fiato sospeso dall'intero Paese. 
L'operazione, delicatissima, è durata quattordici ore e tutta l'Argentina ha esultato quando Renzo è uscito dalla sala operatoria, vivo e con un nuovo cuore. 
Ma i problemi sono apparsi pochi giorni dopo. Il nuovo cuore di Renzo non funzionava come sperato e i medici seguivano con preoccupazione la sua evoluzione; non si voleva parlare di un altro trapianto. Nelle ultime settimane la salute del bambino è mano a mano peggiorata. Un paio di giorni fa il nonno Jorge aveva raccontato ai media che Renzo aveva subito due arresti cardiaci, le cui origini i dottori stavano studiando, e che, però, avevano causato danni neurologici. 
Renzo stava andando via, tutti lo sapevano, nessuno voleva accettarlo. "Il suo stato di salute è molto critico, vi chiedo di pregare per lui" aveva detto il nonno a Clarin. 
E, dopo averlo letto, era venuta in mente Blanca Vicuña, la bambina di sei anni, figlia dell'attore Benjamin Vicuña e della modella Carolina Ardohain, morta a settembre 2012, dopo essere stata colpita da un misterioso virus durante le vacanze in Messico. L'Argentina di sua madre e il Cile di suo padre avevano seguito la sua agonia con intensa partecipazione; a Santiago, dove la bambina era ricoverata, erano arrivate decine di volontari a donare sangue, dopo un tweet di Carolina. La sua morte, pochi giorni dopo, aveva commosso i due Paesi e le reti sociali. 
L'agonia di Renzo Antonelli è stata seguita con uguale affetto e partecipazione. Che la sua lotta era finita come era immaginabile, l'ho scoperto ieri, leggendo un tweet della modella e presentatrice Zaira Nara: Renzo, diceva solo, seguito da un cuore. Perché in Argentina, in questi mesi, bastava dire solo il suo nome e si sapeva che era lui, il piccolo lottatore di Corrientes. Sono passata immediatamente a leggere clarin.com e la prima notizia, a caratteri enormi, era che Renzo era morto nell'Ospedale di Garrahan: lo ha ucciso un terzo arresto cardiaco. Troppo per il suo corpo di due anni. 
"A volte anche i guerrieri smettono di lottare. A volte anche i più piccoli ci insegnano cose che gli adulti non riescono a spiegare. A volte è meglio scegliere di riposare, anche se è per sempre" scrive Clarin. L'Argentina piange il suo Súper Peque (super-bambino); su Twitter, come era già successo per Blanca, si susseguono i tweets di cordoglio e di tristezza di cantanti, atleti, presentatori, politici e famosi vari. A tutti piace pensare che da ieri ci sia nel Cielo d'Argentina un angelito in più. 
Clarin sottolinea una cosa importante, che rimane al Paese dopo la triste storia di Renzo: grazie a lui e ai suoi due anni, è aumentata la sensibilità sull'importanza dela donazione degli organi.

mercoledì 3 luglio 2013

Una messicana prende la licenza elementare a 100 anni. E vuole continuare gli studi

Si chiama Manuela Hernández Velásquez, ha appena compiuto 100 anni, essendo nata il 17 giugno 1913, e potrebbe essere la migliore testimonial di una campagna in favore degli studi, anche in età adulta. Doña Manuelita, così come è conosciuta a Tuxpetec, la cittadina dello Stato messicano di Oaxaca, in cui è nata e cresciuta, ha appena preso la licenza elementare e adesso sogna di continuare gli studi secondari. 
"Mi è sempre piaciuto studiare, ma non ho potuto" ha spiegato ai media messicani. Di origini umili, ha dovuto aiutare la famiglia sin da giovanissima, così ha dovuto tralasciare la sua istruzione. Ma, grazie all'Instituto Estatal de Educación para Adultos (IEEA), ha potuto riprenderli, nonostante l'età. 
La responsabile del Dipartimento di Progettazione dell'IEEA Norma Jiménez López ha approfittato dell'eco che la licenza elementare di Manuela Hernández Velásquez ha avuto sui media messicani per spiegare che l'Istituto segue 7754 adulti ultra 65enni, che costituiscono circa il 9% dei suoi studenti totali. "Di questi il 75% sono donne e il 25% uomini" commenta "gli adulti che decidono di continuare gli studi meritano un doppio riconoscimento, perché, oltre ad affrontare i pregiudizi dell'età, lo fanno anche in termini di salute, dato che questa si deteriora con il passare degli anni". 
Doña Manuelita ha deciso di riprendere i suoi studi recentemente e ha messo meno di un anno per ottenere la licenza elementare. "La miglior carriera è lo studio" assicura. Poi dice una frase che potrebbe essere lo slogan di una campagna pubblicitaria: "L'istruzione ci rende meno ignoranti e ci civilizza". E spiega ancora: "Ogni volta che imparo qualcosa penso: "Adesso non mi fregeranno più""
Non viene da augurarle suerte, nella prosecuzione dei suoi studi?

giovedì 14 marzo 2013

Eufrosina Cruz, deputata indigena del Messico: se sei donna, indigena e povera, sei fregata

Di Eufrosina Cruz si era parlato su Rotta a Sud Ovest qualche anno fa. Aveva colpito la sua lotta tenace di donna per veder riconosciuto il suo diritto di essere soggetto politico, con capacità di voto e di essere votata, nella società indigena e machista del Messico meridionale. Lei viveva in un piccolo paesino dello Stato di Oaxaca, di quelli che, secondo gli accordi raggiunti dalla Repubblica Messicana con i popoli indigenas, hanno diritto di governarsi secondo le proprie tradizioni, nel rispetto della Costituzione messicana. Ed Eufrosina voleva superare la tradizione del suo popolo, che la voleva sposa bambina e quasi analfabeta, dedicata alla famiglia e senza diritti politici perché "le donne non lavorano".
Era il 2008 e cinque anni dopo Eufrosina Cruz ne ha fatta di strada. Non solo è riuscita a entrare in politica, ma nel 2010 è stata la prima donna e la prima indigena a insediarsi alla presidenza del Parlamento di Oaxaca e adesso è una delle deputate del Parlamento messicano. E' anche protagonista del documentario Las sufragistas di Ana Cruz, che racconta la sua lotta per difendere i diritti delle donne anche nelle comunità indigenas.
L'ha intervistata El Pais e ritrovare il suo nome, così inusuale, è stato tornare a quel vecchio post di Rotta a Sud Ovest (quanti ce ne sono, dimenticati, nel suo archivio). Le sue parole di oggi aiutano a riflettere sulle donne di tutte le latitudini e sulle istanze di giustizia e uguaglianza in tutte le società. "Ci sono 428 Comuni, nello Stato di Oaxaca, che vengono governati secondo gli usi e le tradizioni locali" dice Eufrosina al quotidiano spagnolo "e in quasi 100 le donne non hanno diritto di partecipare ai processi democratici, ma possiamo cambiare. Gli usi e i costumi sono la lingua e i vestiti… non la violazione dello sviluppo". La mancanza di diritti per le donne (ma non solo per loro), come violazione dello sviluppo. Ricordiamolo anche a latitudini europee.
Eufrosina è deputata per il Partido de Acción Nacional, il PAN degli ex presidenti Vicente Fox e Felipe Calderón; è una formazione politica di tinte conservatrici, legata alle elites, ma è anche, l'unica che ha dato un'opportunità a Eufrosina, che ha "bussato a molte porte, ma pochi partiti generano spazi per ascoltare la tua voce". Fare politica, ha scoperto presto la giovane indigena, richiede compromessi e a volte è frustrante, ma per cambiare le cose, ne è convinta, è necessario far parte del sistema: "Dalla società è più facile mettere le cose in discussione, ma i cambi sono più lenti. Quando sei nel sistema, ne diventi parte e sopporti le critiche. Molte volte non sei d'accordo con quello che si vota, ti senti frustrata, ma se non stessi lì si farebbe di mano per i diritti dei settori vulnerabili" assicura al quotidiano spagnolo. 
La deputata indigena è adesso incinta e spera per il suo bambino "un Paese in cui ci sia spazio per tutti, senza differenze e con parità di opportunità". Per inseguire questo suo sogno, ha subito due attentati, anche se, scrive El Pais, "non si è mai considerata una vittima". Si considera, però, una persona discriminata, per essere indigena e donna. "Su 500 deputati ci sono 5 indigenas, che rappresentano il 16% della popolazione messicana" sottolinea Eufrosina, a marcare la sottorappresentazione di una parte importante e storica del Messico. E ricorda anche che "se sei indigena, donna e povera, sei fregata".
Una frase che chissà perché fa pensare alle bionde eroine dagli occhi azzurri delle telenovelas di Televisa, di bellezza così europea da essere imbarazzanti: si incontreranno mai il Messico di lotta di Eufrosina e quello di plastica delle eroine di Televisa?
E viene in mente un articolo letto ieri su un blog cileno, che, al riportare la storia di Montserrat Flores, bionda, alta e bellissima, che ha dato lavoro, e dunque una chance di futuro, ai carcerati, attraverso la produzione di bigiotteria da lei inventata con materiale riciclato, si chiedeva perché i media non parlano di eroine come lei, che costruiscono il Paese con progetti importanti, e si dedicano invece a giovanotte spesso svestite che vivono sulle riviste della propria spregiudicata (e poco interessante) vita sentimental-sessuale, piuttosto che fare qualcosa di utile per la società. Chi lo sa.

martedì 20 novembre 2012

I caratteri stampa di Anna Vives, ragazza Down, conquistano Barcellona, Gasol, Iniesta e il web

Basta Arial o Times New Roman, dalla Spagna arriva un nuovo carattere tipografico, Anna, e ha una bella storia, che merita di essere raccontata. Anna Vives è una giovane catalana di 27 anni, affetta dalla Sindrome di Down ed è lei ad aver inventato il nuovo carattere, basato sulla sua scrittura e scaricabile, per essere utilizzato nei più popolari processori di testo, Word compreso.
Il tutto è nato grazie al progetto Sumant capacitats, con il quale Anna ha iniziato ad allenarsi per migliorare sempre di più la sua grafia e ottenere i caratteri che voleva, in modo da far sì che "una lettera sia più di questo". Una volta ottenute le lettere desiderate, sono state digitalizzate, in modo da essere rese scaricabili e utilizzabili nei processori di testo.
Lo scopo di tutto questo? Dare voce alle persone disabili e rivendicare i valori associati ai caratteri inventati da Anna: l'uguaglianza sociale, l'importanza del lavoro di squadra, la rappresentazione delle persone disabili. Il progetto di Anna è stato sostenuto dalla Fundación tinerarium, che ha creato una pagina web, annavives.com, da cui è possibile scaricare i caratteri e inserirli in programmi come il Word, sia su PC che Mac; ci sono anche vari prodotti di merchandising, come T-shirt o custodie per l'iPhone, che riproducono le lettere di Anna e ci sono anche una pagina  su Facebook e una su Twitter, in cui è la stessa giovane catalana a informare sul successo del progetto.
Questo lavoro ha dato ad Anna Vives una nuova felicità, perché si sente per la prima volta davvero valorizzata: prima lavorava come cassiera, ma non si sentiva integrata nel centro vendita, poi, una volta terminato il contratto, ha cercato qualcosa che la rendesse felice.
E' nato così il progetto Sumant capacitats, che sta conquistando la Catalogna. Hanno deciso di utilizzare i fonts di Anna Vives sia il Comune di Barcellona, per la sua campagna di Natale, intitolata Condividiamo con chi ha più bisogno, sia personalità molto amate come Pau Gasol, Andrés Iniesta o Mireia Belmonte; il Barcelona sta pensando di utilizzare questi caratteri nelle magliette del prossimo campionato e la squadra di hockey di Valencia Xaloc l'ha già inserita nei suoi computers; oltre 280mila persone hanno già scaricato i caratteri e il sito web di Anna è stato visitato da oltre 3 milioni di visitatori unici, provenienti da 79 Paesi. Attraverso la rete Atlas, inoltre, 1400 scuole hanno inserito questi caratteri tra quelli che utilizzano. "Riceviamo lettere di congratulazioni dall'Argentina e dal Portogallo" dice Marc, il fratello di Anna, a elperiodico.com, che ha raccontato il progetto.
Tutto il ricavato dalla vendita del merchandising verrà utilizzato per finanziare progetti sociali; il primo è la Fondazione Ana Bella, che lavora in difesa delle donne maltrattate.
Una bella storia, che non è solo natalizia.

domenica 18 novembre 2012

Carlos Slim, l'uomo più ricco del mondo, compra (e salva) il Real Oviedo

Quello che era un incubo per i tifosi ovetensi è diventata una favola bella, con tanto di principe azzurro: il Real Oviedo è stato salvato dai suoi debiti dal magnate messicano delle telecomunicazioni Carlos Slim, secondo Forbes l'uomo più ricco del mondo, che attraverso la sua società immobiliare Carso, ha comprato 2 milioni di euro di azioni della squadra asturiana, diventando il suo principale azionista.
Il Real Oviedo ha lanciato calciatori adesso in Nazionale e in Premier League come Cazorla, Mata e Michu, conta su una tifoseria appassionata, che lo considera uno dei simboli più importanti di Oviedo, ma, grazie a gestioni sprecone e sbagliate, milita da anni in Segunda B. Il suo presidente Toni Fidalgo, che ha preso in mano la squadra recentemente, aveva stabilito che per mettere ordine nei conti c'era bisogno di 1,905 milioni di euro entro il 18 novembre, altrimenti il fallimento era inevitabile. In queste ultime settimane il Club è stato protagonista di una gara di affetto e solidarietà che ha coinvolto tutto il mondo, grazie a un tweet lanciato all'inizio di novembre dal giornalista di The Guardian Sid Lowe (Erasmus a Oviedo, vari anni fa): "Il club che ha dato alla Premier League Cazorla, Michu e Mata rischia di dover abbandonare il calcio. Per favore, comprate le sue azioni".
Con quel tweet migliaia di persone di tutto il mondo hanno iniziato a comprare azioni, in media da una a quattro, del valore di 10 euro ognuna; a Oviedo in centinaia hanno fatto la coda negli uffici della squadra, i cui dipendenti sono stati costretti ad aumentare l'orario di lavoro; in meno di una settimana sono stati raccolti oltre 800mila euro, arrivati a 1,8 milioni un paio di giorni prima della scadenza del 18 novembre.
Poi dalla Cope, una delle radio più popolari di Spagna, hanno fatto uno scherzo al braccio destro di Carlos Slim, Arturo elias Ayub; da Tiempo de juego lo hanno chiamato, facendosi passare per Emilio Butragueno, dirigente ed ex carismatico calciatore del Real Madrid, e gli hanno raccontato dei problemi del Real Oviedo. Carlos Slim ha un patrimonio personale stimato intorno ai 54 miliardi di euro, grazie soprattutto a Telmex, il principale gruppo di telecomunicazioni messicano, possiede già una paio di squadre nel Messico e aveva già avviato in passato contatti con altre quadre spagnole, come il Getafe e la Real Sociedad. Lo scherzo telefonico della Cope, ha ammesso Ayub, dopo l'annuncio dell'ingresso nel capitale del Real Oviedo, "è stato importantissimo per farci decidere a diventare parte della squadra".
Quello del Real Oviedo non è il semplice salvataggio di una piccola squadra da parte di un miliardario che è rimasto colpito da una storia insolita di affetto, solidarietà e tifo. No. Secondo il comunicato diffuso da Carso subito dopo l'ingresso nel capitale, Slim ha progetti importanti per il suo Club spagnolo. Per prima cosa ha voluto confermare la sua fiducia a Toni Fidalgo, che aveva posto come obiettivo della sua presidenza la salvezza della squadra e aveva assicurato che se ne sarebbe andato non appena fosse stata raggiunta. Ma Slim, adesso azionista di maggioranza, gli ha confermato la fiducia e per Fidalgo è più complicato andare via, visto tutto quello che ha ottenuto. "Ne parleremo nei prossimi giorni" ha ammesso ai media spagnoli.
Nel comunicato di Carlos Slim, ci sono gli obiettivi del futuro prossimo del Real Oviedo. Premessa la simpatia del miliardario per la causa del Club, "la sua storia nel calcio professionale spagnolo e soprattutto per la straordinaria tifoseria che lo accompagna", si stabilisce che "la nuova tappa deve servire a rafforzare il futuro dell'istituzione, così come elaborare adeguati pianificazione e sviluppo del suo vivaio, che permetta, inoltre, creare sinergie e scambi tra il calcio spagnolo, messicano e iberoamericano. Si intende inoltre dare tutto l'appoggio perché i giocatori del Real Oviedo raggiungano i loro obiettivi e il Club raggiunga la categoria che corrisponde alla sua storia e ai suoi valori".
Per Carso l'investimento è "strettamente sportivo" e cerca "il beneficio del Club e della sua già citata tifoseria, esempio e simbolo di solidarietà non solo nel resto di Spagna, ma in tutto il mondo". Per questo viene confermata la fiducia a "don Antonio Fidalgo, previa conversazione formale con lui" e per questo "ci aggiungiamo sin da adesso nell'impegno di restituire alla città di Oviedo e alle Asturie una squadra di calcio capace dei maggiori risultati sportivi e dei migliori valori sociali".
Si guarda sempre con diffidenza ai miliardari che scendono nello sport, vista la tendenza a considerare il loro impegno come un capriccio, ma una storia che finisce bene, merita di avere il beneficio del dubbio. Che il Real Oviedo possa tornare presto nella categoria "che corrisponde alla sua storia e ai suoi valori".

sabato 17 novembre 2012

I narcos uccidono Maria Santos Gorrostieta, sindaco coraggio che aveva fotografato le sue ferite

Ci sono notizie che sono davvero tristi, perché vogliono provarci che il coraggio da solo a volte non è sufficiente
Quasi due anni fa, nel gennaio 2011, María Santos Gorrostieta, sindaco di Tiquicheo, paesino dello Stato di Michoacán, nel Messico meridionale, era finita sui giornali di mezzo mondo, per aver voluto testimoniare, attraverso un paio di foto, le ferite che le avevano lasciato sul corpo i due attentati dei narcos che aveva subito e per far arrivare loro il suo messaggio: anche ferita nel corpo, non sarebbe stata battuta. María Santos Gorrostieta non c'è più.
La sua famiglia aveva denunciato la sua scomparsa all'inizio della settimana e un paio di giorni fa, ma la notizia si è saputa solo poche ore fa, è stato ritrovato il suo corpo, torturato e colpito, nelle campagne  della comunità di San Juan Benito Juárez. Non è stata ancora eseguita un'autopsia, ma il suo corpo presenta lividi e segni di violenza, i polsi sono stati legati, le ginocchia hanno graffi, i vestiti che indossava al momento de ritrovamento hanno bruciature all'altezza del seno destro e del ventre.
María Santos aveva subito due attentati prima di questo mortale. Nel primo, il 15 ottobre 2009, aveva perso la vita suo marito ed erano rimasti incolumi lei e i tre figli; nel secondo, il 22 gennaio 2010, l'auto su ci viaggiava aveva ricevuto una trentina di pallottole e María era stata a lungo tra la vita e la morte. Era stato dopo quest'attentato che aveva voluto fotografare le ferite sul suo corpo, le terribili tracce lasciate dalle pallottole e la colostomia che le ha permesso di sopravvivere.
"Ho voluto mostrarvi il mio corpo ferito, mutilato e vessato perché non mi vergogno di lui, perché è il risultato di grandi disgrazie che hanno segnato la mia vita, quella dei miei figli e della mia famiglia" aveva scritto nella rivista del Comune di Tiquicheo Contacto Ciudadano. "Il mio corpo mutilato parla da solo, come una prova di quanto siamo vulnerabili, della fragilità della nostra vita e dei disegni di Dio, sempre presente nella vita quotidiana".
Dall'anno scorso María Santos non era più il sindaco del suo paesino, ma questo non è stato sufficiente ai narcos per lasciarla vivere con i suoi tre bambini. A volte, quello che fa davvero paura è il coraggio.
La foto che Maria Santos aveva fatto pubblicare, per testimoniare le ferite del corpo e il coraggio del cuore. Que descanses en paz, Maria.

domenica 11 novembre 2012

SOS per il Real Oviedo: rischia di scomparire e si mobilitano i tifosi da tutto il mondo

Il Real Oviedo è una squadra di Segunda B, una specie di serie C italiana, e ha bisogno di quasi 2 milioni di euro entro sabato 17 novembre, altrimenti scomparirà, seppellito dai debiti. Una storia che mi riporta al Toro delle settimane precedenti l'acquisto di Urbano Cairo e che ha risvolti che rimettono in pace con il calcio (in Spagna a volte capita, ricordate questa storia, dei bambini catalani che non hanno mai vinto una partita del loro campionato?).
Il punto della situazione lo fa El Pais di oggi, dopo giorni di appelli degli ovetensi sulle reti sociali. I primi a monbilitarsi, subito dopo aver saputo del pericolo che corre la squadra, sono stati, incredibilmente, gli inglesi. Sid Lowe, corrispondente per The Guardian, ha scritto su Twitter, ai suoi 100mila followers: "Il Club che ha dato alla Premier League Cazorla, Muchu e Mata rischia di dover lasciare il calcio. Per favore, comprate azioni. @sosrealoviedo".
Una settimana dopo il suo appello il Real Oviedo aveva già raccolto 800mila euro, grazie soprattutto ai piccoli acquisti dei tifosi, che hanno comprato da una a quattro azioni, per un valore di 10,75 euro ognuna.
Ma la cosa che ha davvero sorpreso, sottolineano da El Pais, è stata "la portata internazionale dell'iniziativa. Fino a venerdì avevano comprato azioni, via Internet, oltre 5mila persone da 41 Paesi e la pagina creata dal Club per l'ampliamento di capitale, www.yosoyelrealoviedo.com, era già stata tradotta in 10 lingue (il link per la versione in italiano). Anche il Real Madrid aveva annunciato l'acquisto di 100mila azioni". E non solo, insiste il quotidiano madrileno: "Le peripezie del Real Oviedo sono diventate notizia di interesse per media di tutto il mondo, con richieste di itnerviste da canali come BBC, CNN o ESPN".
Perché questa passione globale per una squadra di provincia, condannata da tempo alle serie minori, dopo aver lanciato alcun dei migliori talenti della Spagna vincente di questi anni? I britannici sono appassionati di calcio e, dunque, una storia come quella del Club asturiano, non poteva non mobilitarli (Toro, dovesse mai risuccedere, pensaci!); poi, nel caso di Sid Lowe, che ha lanciato il primo appello, c'è addirittura il merito di Erasmus: ha conosciuto il Real Oviedo grazie ai mesi trascorsi nel capoluogo asturiano con la borsa di studio europea. Perché adesso facciano storie per trovare i fondi e non arrivino a capire quanto dobbiamo, nella formazione di uno spirito europeo e nella conoscenza di altre storie e altre tradizioni a Erasmus!
Le reti sociali hanno poi fatto il resto, portando la storia del Real Oviedo in Paesi con una tradizione calcistica meno intensa, ma semrpe capaci di identificarsi nelle disgrazie di chi è più piccolo e lotta per sopravvivere: "So cosa significa sentire passione per una squadra piccola" ha detto la statunitense Sherrilynn Rawson a El Pais.
Il Real Oviedo è stato vicino alla scomparsa anche 10 anni fa, quando rivalità politiche locali hanno messo in pericolo la sua sopravvivenza, fino all'intervento deciso dei tifosi. Poi, come è successo alla Spagna del boom economico, il Club si è illuso dietro alle promesse di un costruttore edile, che ha sperperato 18 milioni di euro in cinque anni, ha ridotto al squadra alle serie minori ed è poi fuggito all'estero. Adesso la nuova dirigenza deve disperatamente far fronte ai debiti e ha promesso di farlo senza artifici finanziari, perché sono cambiati i tempi, è cambiata la Spagna, sprofondata anch'essa nella crisi economica, e non è più tempo di squali e di imbroglioni. Il Real Oviedo dev'essere salvato davvero.
E ancora una volta ci sta pensando la gente, quella vera, che crede al valore di ogni euro speso e per questo è disposto a spenderlo per una ragione sentimentale, la salvezza di uno dei simboli più amati della città. "Il proprietario può essere chiunque, ma la squadra è della città. L'Oviedo è l'unico Club della Spagna che è stato salvato grazie ai tifosi" rivendica con orgoglio a El Pais il consigliere comunale di Izquierda Unida Roberto Sánchez Ramos. Così sono gli ovetensi, che stanno lavorando, insieme agli anonimi azionisti dall'estero, alla salvezza del Club, comprando poche azioni a testa. Tra gli acquirenti ci sono anche disoccupati, persone per il cui bilancio familiare ogni euro conta; sanno che se il 17 novembre non si rqaggiungeranno i 2 milioni di euro, non vedranno tornare indietro i soldi versati. "L'Oviedo è come un amico, bisogna esserci quando ha bisogno di aiuto" dice Maria Cano, disoccupata, che ha appena comprato un'azione.
"I dipendenti dell'Oviedo, che hanno dovuto aumentare l'orario d'ufficio, per rispondere alla valanga di richieste, hanno vissuto negli ultimi giorni numerosi casi come questi, di eroi anonimi che esauriscono le capacità di sorpresa: quello del disoccupato impegnato a lasciare tutto quello che aveva, 3,50 euro, senza avere niente in cambio; quello dei nonni che comprano azioni per i nipoti, strizzando l'occhio al futuro, o quello della giovane emigrante, che prima di tornare a Londra per un lungo periodo, ha comprato 50 azioni" conclude El Pais.
Non è una storia che rimette in pace con il calcio, questa della salvezza del Real Oviedo?
PS Ma a Fernando Alonso, non gliel'hanno chiesto, un contributo per salvare la squadra della sua città? Curiosità.

martedì 23 ottobre 2012

Buenos Aires, la città italiana più popolosa del mondo

Il numero di ottobre dell'edizione italiana del National Geographic dedica un ampio reportage agli italiani di Buenos Aires, l'unica capitale americana i cui abitanti discendono dai bastimenti (è un vanto argentino: i messicani discendono dagli Aztechi, i peruviani dagli Incas, gli argentini dai bastimenti).
In un bell'articolo, di cui potete leggere un lungo brano su nationalgeographic.it, Laura Pariani racconta l'epopea dei tanos, gli italiani d'Argentina. I primi ad arrivare sono stati i contadini dell'Italia settentrionale, "gente che aveva messo da parte i denari per il viaggio, un centesimo dietro l'altro, vendendo perfino i pochi ori di famiglia. Si imbarcavano a Genova e guardavano con rabbia la riva che si allontanava, ripromettendosi di tornare presto per sotterrare d'invidia chi aveva loro negato un prestito. È incredibile pensare che quella gente, che quasi mai era uscita dal piccolo paesello di campagna dov'era nata riuscisse ad affrontare con tale grinta la traversata dell'oceano."
Poi sono arrivati gli artigiani e i commercianti, da ogni regione d'Italia. La caratteristica che avevano un po' tutti, era non trasmettere l'italiano ai figli, come se dimenticare la cultura d'origine potesse facilitare l'integrazione. Ma l'impresa non è del tutto riuscita: lo spagnolo argentino è reso peculiare proprio dalle profonde influenze dell'italiano, la cucina argentina è inimmaginabile senza l'influenza della cucina italiana (e ancora adesso milioni d'argentini si riuniscono al domenica a casa del nono, a mangiare la pasta a la boloñesa) e non esisterebbe una cultura argentina senza il contributo degli immigrati italiani. Lo stesso Jorge Luis Borges sosteneva, chissà quanto scherzosamente, di non essere un vero argentino, perché non aveva sangue italiano nelle vene.
Nel sito web di nationalgeograaphic, al link già indicato, c'è una bella galleria fotografica, che rende omaggio ai compatrioti che fanno di Buenos Aires la città più italiana del mondo. Un saluto e un grazie a loro, se passano per Rotta a Sud Ovest.






mercoledì 17 ottobre 2012

I 100 anni dell'Hotel Palace di Madrid, prediletto di divi, sovrani e intellettuali

Quando, il 31 maggio 1906, il re Alfonso XIII sposò la principessa britannica Victoria Eugenia, si sentì piuttosto seccato perché Madrid non contava su un albergo adeguato, di standard europeo, per ospitare gli aristocratici invitati. Decise, dunque, di dotare la sua capitale di un hotel all'altezza dei più importanti d'Europa. Lo fece grazie all'imprenditore belga Georges Marquet, proprietario di vari alberghi nelle capitali europee, conosciuto a Deauville, in Francia, nel 1911. A lui il re fece ponti d'oro purché portasse anche a Madrid un elegante albergo di lusso, che affiancasse il Ritz, aperto nel 1910 e insufficiente per accontentare le richieste della potenziale clientela aristocratica e benestante.
Marquet si fece sedurre dall'idea di un albergo ex-novo nella capitale spagnola e mandò i propri uomini a cercare la localizzazione migliore. La scelta cadde su un terreno dei duchi di Medinaceli, occupato da un palazzo semi abbandonato e posto in situazione strategica: nella plaza de Neptuno, a pochi passi dal Museo del Prado e, soprattutto, vista la clientela prevista, dal Congreso de los Diputados, dalla Borsa e dalla Puerta del Sol. Scelta l'area, i lavori di costruzione del nuovo hotel durarono solo 18 mesi. L'edificio fu costruito in cemento armato, grande novità per l'epoca, e fu dotato di grandi lussi, come il telefono e i bagni privati in ognuna delle ben 800 camere; l'arredamento fu scelto curando ogni dettaglio, dal tessuto delle tende fino agli oggetti d'arte; i servizi offerti prevedevano eleganti saloni per le feste, sale di lettura, cabine telefoniche, sale da biliardo. Ma lo spazio più sorprendente, fu il giardino d'inverno, rotondo e coronato da una deliziosa cupola di vetro stile art-nouveau.
Alfonso XIII inaugurò il suo albergo di lusso il 12 ottobre 1912. Cento anni fa.
Da allora sono passati nel famoso hotel madrileno leaders politici, Capi di Stato, artisti, intellettuali: Pablo Picasso, Salvador Dalì, Buster Keaton, Carlos Gardel, Ortega y Gasset, Albert Einstein, Federico Garcia Lorca, Madame Curie sono solo alcuni dei nomi dei clienti (e aggiungiamoci la maggior parte delle pop-stars internazionali che si esibiscono oggi a Madrid e sovrani e principi che hanno assistito al matrimonio del principe Felipe con Letizia Ortiz, nel 2004). La sua epoca di massimo splendore, sostiene Arturo Pérez Reverte, nel prologo di Palace Hotel Madrid, il libro uscito per celebrare i 100 anni dell'albergo, furono gli anni 20, quando "era all'altezza, in fama internazionale, dell'Excelsior di Roma o il Negresco di Nizza. Divenne di moda, inoltre, che le famiglie ricche organizzassero atti, per matrimoni, battesimi, compleanni o onomastici, nei saloni dell'hotel e lì si celebrassero eventi di grande ripercussione sociale".
Con la Guerra Civile il Palace perse la sua clientela colta e ricca e si trasformò nell'Ambasciata dell'Unione Sovietica prima e in un ospedale poi. Alla fine del conflitto, l'Hotel fu ristrutturato dal suo fondatore, Georges Marquet, e oggi, ribattezzato Westin Palace, e mantenendo lo spirito della Belle Epoque nei suoi spazi interni, è uno degli alberghi più prestigiosi di Spagna, prediletto dal turismo d'elite internazionale. Ed è un edificio inconfondibile, all'angolo della Carrera de San Jeronimo e la plaza de Neptuno, con la sua severità di inizio secolo e le bionde inarrivabili, che scendono fascinose da auto di lusso ferme davanti all'ingresso, all'angolo, accompagnate da uomini disinvoltamente eleganti. Si muovono in altri mondi e si vede.
Feliz cumpleaños, Palace!




lunedì 27 agosto 2012

La Spagna piange i piccoli Ruth e José Bretón, uccisi dal padre 10 mesi fa

Una delle ultime volte in cui sono stata a Córdoba, nel tiepido ottobre dell'anno scorso, sui pali della luce e alle pareti della città racchiusa nelle mura arabe, c'erano i manifesti di due bei bambini, Ruth e José Bretón Ortiz, appena scomparsi in un parco-giochi cittadino, mentre erano con il padre José. Ne parlavano tutti i programmi televisivi, in quei giorni, di Ruth y José, c'erano appelli a chi li aveva rapiti, affinché li restituisse alla madre, c'era la portavoce di Ruth Ortiz, la madre dei bambini, talmente sconvolta da non voler incontrare i media, che chiedeva tranquillità e assicurava che tutta la famiglia era sicura che i bambini fossero vivi, da qualche parte. Da allora, basta dire Ruth y José o los dos niños cordobeses, i due bambini cordobesi, e tutta la Spagna sa di chi si sta parlando.
Non mi appassionano le tragedie familiari, soprattutto quando diventano carne da macello dei magazines televisivi, con le facce di circostanza di presentatori che cercano la lacrima del pubblico e poi cedono la linea alla pubblicità, per ridere alla successiva intervista con il comico del momento. Per cui Ruth y José sono sempre rimasti come un sottofondo, mai approfondito e limitato ai titoli dei giornali. In Spagna, però, non è mai stato così: ci sono state numerose concentrazioni per chiedere la liberazione e la verità su Ruth y José, il loro papà è uno degli uomini più odiati del Paese, perché è l'unico che sa la verità e non la dice, nelle reti sociali, quando il caso torna d'attualità, si accendono i dibattiti sulla pena di morte e si esprimono tenerezza e pena per il destino sconosciuto di questi due bambini, 6 anni lei e 2 lui, che le foto vogliono davvero belli e sorridenti. Sono passati dieci mesi dalla loro scomparsa.
Le indagini della Polizia hanno a lungo considerato tutte le ipotesi, dubitando sempre della versione paterna: al parque dove José Bretón assicura di aver perso i figli, dopo essersi allontanato un momento per prendere qualcosa in auto, i bambini non sono mai arrivati. Nessuno li ha visti, nessuna telecamera ha registrato la loro presenza; qualcuno ricorda solo di aver visto il padre che li cercava, altri non ricordano nemmeno lui. Ma José e Ruth, sono tutti sicuri, non sono mai stati lì.
Si è parlato di rapimento da parte di qualche banda organizzata sia per una richiesta di riscatto sia per avviare i bambini a qualche attività illecita. Si è parlato di vendette familiari: i genitori dei due bambini si erano appena separati, anche se in termini cordiali, e magari la famiglia paterna e cordobese ha voluto "vendicarsi" di quella materna e onubense (di Huelva), nascondendo i bambini da qualche persona di fiducia. Si è parlato di assassinio da parte del padre, come una vendetta nei confronti della ex moglie, che ha voluto la separazione.
La Polizia ha cercato i bambini nella finca Las Quemadillas, alle porte di Córdoba, proprietà dei nonni paterni, dove José Bretón è stato visto nelle ore della loro scomparsa. Si sono scandagliate le acque del Guadalquivir, in cerca dei loro corpi. Si sono analizzate le ceneri dei falò all'aperto nella finca. Si sono fatti scavi nelle zone de Las Quemadillas con la terra appena rimossa. E a ogni fallimento della Polizia per Ruth Ortiz e per i suoi parenti si riaccendeva la speranza: se non li trovano, è perché sono vivi.
Poi si è arrivati all'arresto di José Bretón, accusato di aver ucciso i figli e aver nascosto i corpi. Ma lui, ormai in carcere da mesi, non ha cambiato versione: ha perso di vista i figli mentre erano ai giardinetti, qualcuno li ha rapiti e lui vuole ritrovarli. In carcere ha sempre colpito per freddezza e lucidità; qualche giorno fa ha detto a un compagno in carcere che i figli sono affidati a una persona di fiducia, alla ex ha detto di andarlo a trovare in carcere, se vuole sapere dove sono i bambini, agli inquirenti ha confermato la sua versione, senza cambiarla di un millimetro. Nell'ultima delle pochissime interviste concesse ai media Ruth Ortiz ha ammesso di aver perso le speranze di ritrovare in vita i suoi bambini.
Oggi i giornali aprono con la notizia che l'Unidad de Delincuencia Especializada y Violenta (UDEV) della Polizia ha confermato alla madre che Ruth e José sono morti: in uno dei falò de Las Quemadillas sono stati trovati resti ossei che secondo un'analisi esterna, voluta dagli Ortiz e affidata all'antropologo Echevarría Gabilondo, appartengono ai due bambini (gli studi della Polizia li avevano attribuiti a roditori e avevano escluso la loro origine umana). Secondo Canal Sur la Polizia ha trovato il DNA di Ruth e José in altri posti, non ancora resi noti, della finca. La notizia, che spegne tutte le speranze di trovare ancora in vita Ruth y José, ha aperto oggi tutti i telegiornali e i media spagnoli. Ed è davvero triste. Si parla sempre di Medea, ma quanti bambini pagano in questi anni l'incapacità dei loro padri di accettare la fine del matrimonio con le loro madri e quale follia si deve nascondere nelle menti di questi uomini, se sono capaci di uccidere i propri figli per far soffrire le donne che hanno osato lasciarli.
Adesso l'avvocato di José Bretón, José Maria Sánchez, manifesta "sorpresa" per questo nuovo rapporto, perché "in primo luogo questi resti sono stati analizzati dalla Polizia scientifica in due occasioni e sono stati categorici nel dire che erano resti di animali e non umani, poi per quanto ci hanno detto, non è stata fatta alcuna prova del DNA. La Polizia ha detto due volte il contrario, per questo mi sorprende che, davanti a questo nuovo rapporto, dicano che la Polizia scientifica lo considera vero. Se così fosse, la Polizia Scientifica non ne esce benissimo".
Probabilmente la guerra tra i genitori di Ruth y José continuerà ancora a lungo; o José Bretón ammette la verità e rivela una volta per tutte cosa è successo l'8 ottobre 2011, e fa giustizia ai suoi bambini, o sentiremo ancora parlare a lungo di questa tragedia familiare. Quello che c'è adesso è che questa è la notizia più triste che potesse arrivare. L'estate spagnola non poteva finire peggio. Che gli dei diano protezione a Ruth y José.


sabato 4 agosto 2012

La Catedral, il lussuoso carcere di Pablo Escobar diventa una casa per anziani

All'inizio degli anni 90, Pablo Escobar, il narcotrafficante più famoso del mondo, raggiunse un accordo con il Governo colombiano: non sarebbe stato estradato negli Stati Uniti e in cambio si sarebbe consegnato, per essere rinchiuso nel carcere La Catedral, in un piccolo Comune, Envigado, alle porte di Medellin, la capitale del suo regno e allora una delle città più violente del mondo, se non la più violenta.
La Catedral non era un carcere come gli altri. Doveva il suo nome alla forma di croce latina, ma non per questo ispirava i suoi abitanti alla religiosità. Al suo interno c'erano abitazioni piuttosto lussuose, sale da giochi, una palestra, un campo di calcio e persino una cascata naturale. Più che un prigioniero, Pablo Escobar era il signore e il padrone della Catedral: riceveva i suoi amici e i suoi familiari senza alcun tipo di restrizione, organizzava feste con abbondanza di alcol, droga e donne e, ovviamente, controllava i suoi traffici illegali, ordinando anche assassinii, come se fosse stato a casa sua.
Quando l'opinione pubblica colombiana venne a sapere delle attività di Escobar nella Catedral, l'allora Presidente della Repubblica Carlos Gaviria fu costretto a trasferirlo in un vero carcere, ma il delinquente lo seppe con un certo anticipo e il 21 luglio 1992 si diede alla fuga, per essere poi ucciso un anno dopo dalla Polizia a Medellin, durante un'operazione per arrestarlo.
Con la fuga di Escobar La Catedral rimase a lungo vuota. E, siccome tra le tante leggende che circolavano sul narcotrafficante c'era anche quella che nascondesse grandi ricchezze nel carcere, gli abitanti di Envigado presero d'assalto l'edificio, alla ricerca dell'inesistente tesoro (se mai c'era stato, evidentemente Escobar lo aveva portato via con sé). Per qualche tempo de La Catedral rimasero solo le rovine e i turisti che la raggiungevano, incuriositi dalle leggende sul famoso narcotrafficante. Poi.
Nel 2007 l'edificio venne affidato a un gruppo di monaci benedettini, che decisero di trasformare il luogo in cui "era stato abbondante il peccato", in un posto di raccoglimento e di preghiera. Così, laddove il trafficante più famoso del mondo dirigeva i suoi affari mafiosi, decideva sulla vita di amici e nemici e teneva i suoi festini sfrenati, i monaci costruirono una cappella, un caffè e una biblioteca "per i bambini della zona con poche risorse economiche". E, affinché la vita e i peccati di Pablo Escobar e degli uomini che con lui furono in carcere a La Catedral non vengano dimenticati e servano da monito e insegnamento, hanno realizzato uno spazio con immagini e cartelli che ricostruiscono vita e leggenda del narcotrafficante più pericoloso del mondo e che rendono omaggio anche agli uomini che denunciarono i suoi traffici, perdendo per questo la vita, i politici Rodrigo Lara Bonilla e Carlos Galán, il giornalista Guillermo Cano.
Il lavoro di trasformazione de La Catedral potrà dirsi concluso a settembre, quando i monaci benedettini inaugureranno il loro progetto più ambizioso: la casa di riposo per gli anziani senza risorse. "In questa casa troveranno ospitalità gli anziani in difficoltà economiche o disabili e non dovranno pagare per il loro soggiorno" hanno detto i monaci ai media. Per poter assistere i futuri ospiti, i quattro monaci che vivono stabilmente nel complesso stanno studiando e ricevendo lezioni apposite su medicina e assistenza agli anziani. Così il carcere del peccato diventa davvero luogo di pace, facendo onore al suo nome.

sabato 28 luglio 2012

Il ciclista colombiano Rigoberto Urán conquista la prima medaglia sudamericana di Londra 2012

Il 24enne ciclista colombiano Rigoberto Urán è stato il primo atleta sudamericano a conquistare una medaglia alle Olimpiadi di Londra. Ha vinto la medaglia d'argento di ciclismo su strada, battuto in volata dal kazako Alexandre Vinokurov, dopo una fuga a due durata 7 km.
La medaglia d'argento di Rigoberto è storica per la Colombia: è la prima medaglia olimpica conquistata nel ciclismo, uno sport molto popolare in cui il Paese ha sempre investito molto. "Sono molto felice, non sapete quanto" ha detto il ciclista appena sceso dal podio "Dedico la medaglia alla mia famiglia e all'intera Colombia. In questo momento penso soprattutto a mio padre".
Ed è qui che i giornali colombiani raccontano la triste storia di Rigoberto Urán , che non solo è campione olimpico, ma è anche, e forse prima di tutto, un vero e proprio esempio di superazione per i giovani colombiani, costretti a convivere con la violenza del conflitto armato. Quando aveva 15 anni, suo padre Rigoberto fu assassinato dai paramilitari. La famiglia Urán è di origini umili, sono semplici campesinos del dipartimento di Antioquia, per cui la morte del capofamiglia ha significato che il figlio maschio, il nostro Rigoberto, abbia dovuto prendere il suo posto. Per qualche anno il giovanissimo atleta, che iniziava a mettere in mostra le sue doti di ciclista, ha dovuto dividersi tra il punto vendita della lotteria ereditato dal padre e gli allenamenti sportivi. Poi è entrato nel programma Orgullo AISA, con cui, più tardi, ha avuto la possibilità di emigrare in Italia, nel Tenax. La sua carriera si è sviluppata quasi tutta in Europa, adesso è nella squadra inglese Sky, con cui è arrivato 7° all'ultimo Giro d'Italia, primo dei giovani ciclisti.
I quotidiani colombiani riportano che il suo più grande desiderio era difendere i colori della Colombia alle Olimpiadi, ma non nelle gare a cronometro, bensì in quelle su strada. Stamattina per questioni burocratiche ha rischiato di non essere ammesso alla gara. C'è voluta tutta la determinazione di Jorge Ovidio González, il residente de la Federación Colombiana de Ciclismo, per convincere i commissari dell'Unione Ciclistica Internazionale che Rigoberto aveva tutto il diritto di gareggiare. E meno male che ha vinto la sua ostinazione, perché altrimenti le Olimpiadi si sarebbero perse la bella volata finale della gara e la medaglia d'argento di questo giovane atleta, a cui la vita ha presentato subito un conto durissima, che però non l'ha battuto.
Per lui i complimenti e il ringraziamento del presidente Juan Manuel Santos e un posto nella storia sportiva della Colombia: la sua medaglia d'argento è la dodicesima nella storia olimpica del Paese, che conta un oro (conquistato da Maria Isabel Urrutia nel sollevamento pesi, a Sydney 2000), quattro argenti e sette bronzi.
Felicidades, Rigoberto!

venerdì 25 novembre 2011

A Madrid gli hamburger di Hamburguesa Nostra sfidano McDonald's

Questa è una storia di successo spagnolo, che racconta El País e che è esempio di quello che lo spirito imprenditoriale e l'investimento nei prodotti del proprio Paese possono aiutare a creare. E' la storia dell'hamburger spagnolo, che ha permesso a Juan José Rodríguez García di creare un piccolo impero della carne-gourmet a Madrid, con un punto vendita anche nel mercato-gourmet di San Miguel, a portata di mano dei turisti e con una minicatena di fast-food delicatessen, Hamburguesa Nuestra, che sfida McDonald's e Burger King nel cuore della capitale spagnola. Il suo successo ha aperto la strada ad altri locali dello stesso stile, che offrono panini e cibo rapido con tutte le caratteristiche del gourmet, trasformando "il cibo-spazzatura in un piatto d'autore" come scrive efficacemente El País.
Asturiano, 70enne, Juan José Rodríguez è arrivato a Madrid in treno, 55 anni fa, da Siñeriz. Aveva 16 anni, l'indirizzo di una pensione e di un negozio di macelleria, nella Madrid de los Austria. Sette anni dopo ha aperto la sua prima macelleria, a 24 anni ha affittato un negozio nel mercato Maravillas e nel 1973 ha comprato un posto nel mercato di Chamartín, dove, con il tempo, ha comprato i banchi che erano vicini al suo, arrivando a possederne sei, tre di vendita di carne, gli altri di formaggio, prosciutti, piatti pronti. Il suo cammino verso il successo imprenditoriale inizia a Chamartín (i posti vendita sono i numeri 34, 35, 36, 37, in calle Bolivia 9).
"Questo macellaio ha dedicato oltre 50 anni della sua vita a fare qualcosa di straordinario" spiega El País "invece di vendere, come la maggior parte, carni degli allevamenti francesi o belgi, si è concentrato sulle spagnole e ha investito molte ore di viaggi e viaggi per scoprire le migliori razze di Spagna. "C'è molta vita oltre la carne galiziana" scherza. E ha ragione: serrana negra, limusina, avileña e charolesa, dalla sierra de Guadarrama; morucha, da Salamanca; retinta, in Extremadura e Andalusia. Fino a 16 razze diverse tra allevamenti bovini, ovini e porcini, "anche se all'inizio era più cara e meno redditizia" racconta. Questa scommessa per l'autoctono contro l'estero è quello che con gli anni, e con la sostituzione generazionale e la visione strategica di suo figlio Carlos, ha cambiato il nome al suo negozio: da Establecimientos Rodríguez a Raza Nostra. Il successo di Rodríguez è sempre stato basato sulle stesse caratteristiche: varietà e qualità delle carni spagnole. Così ha creato la sua fama e così ha dato valore agli allevamenti del Paese". Raza Nostra ha anche un sito web, che potete trovare qui, con schede sulle principali carni selezionate vendute.
Investendo sulla carne autoctona i Rodríguez hanno iniziato a lavorare con i ristoranti madrileni, offrendo loro carne di qualità, anche se a prezzi più cari. E questo ha decretato il loro successo. "Ho conosciuto Juan nel mercato di Chamartín, una ventina di anni fa, avevamo vari ristoranti in quella zona. La carne di Gadarrama non tradisce mai, ha grandissimo successo; e quando hanno iniziato a produrre gli hamburger li abbiamo inclusi nel menù e hanno avuto grande successo che abbiamo iniziato a fare giornate di hamburger con una selezione di sei" dice a El País Francisco Rosales, direttore della catena di trattorie Pinocchio.
L'investimento negli hamburger, prodotto con carni selezionate, per popolarizzare il loro uso, ha segnato il punto di svolta nella creazione del piccolo impero. "Prima abbiamo iniziato a vendere gli hamburger nel nostro banco di macelleria, come un prodotto semielaborato delle nostre fabbriche, poi, quando abbiamo visto che la clientela rispondeva bene, abbiamo creato Hamburguesa Nostra" spiega Carlos. Nel 2011 hanno aperto una decina di punti vendita a Madrid, in cui offrono fino a 30 tipi di hamburger, creati con la collaborazione dello chef Juan Pozuelo, per creare piatti sempre originali. Per 2 o 3 euro si possono acquistare hamburger di bue, fatti, tra gli altri modi, alla messicana (con frijoles e cayena), alla mediterranea (con olive nere), all'indiana (con susine e cardamomo); in alcuni locali, come quello del mercato San Miguel o nella zona gourmet di El Corte Inglés del Paseo de la Castellana, preparano già i panini, negli altri la vendita è ancora per il consumo a casa. Per i turisti in visita nella capitale spagnola, un interessante punto di ristoro, alternativo al globale McDonald's e tutto made in Spain. Da non perdere.