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lunedì 19 marzo 2012

Re Juan Carlos a Cadice: la Costituzione del 1812 ispiri la Spagna di oggi

La primavera è arrivata in anticipo a Cadice, per celebrare insieme ai gaditani i 200 anni della Costituzione del 1812. Sono scese nella città andalusa le principali cariche dello Stato, guidate da re Juan Carlos e dalla regina Sofia, per ricordare oggi, nello stesso Oratorio de San Felipe Neri in cui i deputati si confrontarono, la prima Carta Magna degli spagnoli, una delle più liberali del suo tempo. Fortemente influenzata dalle Rivoluzioni Americana e Francese, ma non piegata al dominio napoleonico, parlava per la prima volta di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, di uguaglianza tra spagnoli della Madrepatria e delle colonie, di diritto alla felicità, di inviolabilità della persona e delle case private. Sembrano cose scontate, ma la Spagna usciva da una tenebrosa monarchia assoluta dominata dalla Cheisa Cattolica e dall'Inquisizione (e ci sarebbe piombata di nuovo dopo il Congresso di Vienna) e la Costituzione di Cadice fu il primo faro per una nuova concezione dell'uomo.
In questi giorni molti storici e intellettuali hanno inserito la Costituzione gaditana nel suo tempo, analizzandone anche difetti e lacune, gli stessi che causano i ritardi della Spagna odierna. Perché nessun Paese ha così visibili nel proprio splendore i germi della propria rovina come la Spagna. Ed è davvero appassionante leggerne la storia passata per cercare di capire le difficoltà odierne.
Per esempio. La Costituzione fu scritta da 97 ecclesiastici, 37 militari, 16 cattedratici, 60 avvocati, 55 funzionari pubblici, 15 grandi proprietari, 9 marinai, 5 commercianti, 4 scrittori, 2 medici. "La composizione non rifletteva assolutamente la Spagna reale di allora e questo spiega in parte il divenire storico di questo Paese negli ultimi 200 anni, segnati, a parte alcuni periodi, dal disprezzo dell'economia in favore della politica. Della cattiva politica, bisognerebbe aggiungere" scriveva ieri elconfidencial.com "Il fatto che solo 5 redattori fossero commercianti contro 97 canonici, 60 avvocati o 55 funzionari, o anche 3 inquisitori, riflette solamente come la cosa pubblica rimase nelle mani di una classe dirigente estranea al Paese reale. Un Paese di ecclesiastici e funzionari che ignorò il commercio e la creazione di ricchezza. E che si abituò a perseguitare fino allo sterminio massoni, liberali e francesizzanti". L'articolo di elconfidencial.com è molto interessante perché spiega come la Costituzione gaditana faccia i conti con secoli di potere della Chiesa cattolica, durante i quali furono scoraggiati, nel nome della fede (e del potere della Chiesa), i commerci e la creazione di ricchezza, il prestito e l'apertura ai nuovi mercati e durante i quali, dunque, furono messe le basi dei ritardi che la Spagna ha scontato fino all'instaurazione della democrazia, nel 1978, e che non ha ancora superato.
Ma, nonostante i difetti che si possono leggere 200 anni dopo, la Carta Magna gaditana fu un enorme passo avanti sulla strada dei diritti e, anche se non impedì il ritorno alla monarchia assoluta, segnò una direzione che non fu abbandonata.
E potrebbe segnarla ancora oggi, secondo re Juan Carlos e Mariano Rajoy, che hanno celebrato il Bicentenario della Costituzione. Nell'Oratorio de San Felipe Neri, il sovrano ha chiesto che l'unità, la solidarietà e lo spirito di concordia che animarono i redattori della Costituzione, sotto le bombe dell'assedio francese, siano "l'ispirazione necessaria per affrontare le difficoltà che il nostro Paese attraversa nell'attualità". Ha ricordato che nel 1812, "come in altre occasioni davanti all'avversità, il popolo spagnolo seppe dare il meglio di se stesso". Tra i valori degli spagnoli riuniti a Cadice, il re ha indicato la dignità, l'eroismo e la generosità, oltre al "più alto grado di patriottismo e di impegno civico"; ha elogiato anche le formule della legalità "che conservarono e stimolarono la sovranità nazionale, depositandola nel suo legittimo proprietario, il popolo spagnolo". Re Juan Carlos ha sottolineato anche la valenza iberoamericana della Costituzione gaditana, redatta da deputati dell'uno e dell'altro lato dell'Atlantico, che riconobbero per la prima volta il diritto di cittadinanza degli abitanti delle colonie. E anche se poi i popoli dell'antico Impero hanno preso strade diverse, rimangono i forti "vincoli storici, linguistici, culturali e, soprattutto, i principi e i valori, tra cui risaltano quelli che iniziarono a essere forgiati nel 1812".
La Costituzione gaditana dev'essere ispirazione per la Spagna di oggi anche per Mariano Rajoy; il presidente del Governo ha tratto un insegnamento in particolare dai deputati del 1812: "In tempo di crisi non bisogna aver paura di fare le riforme, ma bisogna avere la decisione e il coraggio di farlo" ha commentato, pensando ai malumori e alle proteste sociali che le sue riforme stanno causando. E ha guardato alle imminenti elezioni in Andalusia, sottolineando che fu a Cadice che "lo spirito riformista si alzò davanti all'immobilismo e alla rassegnazione in queste terre andaluse".
E magari hanno ragione, il re e il presidente del Governo a cercare ispirazione nella Costituzione del 1812 per parlare alla Spagna di oggi. Ma c'è una cosa che suona un po' stonata. Per tutto il finesettimana i gaditani non si sono persi una celebrazione e un festeggiamento nel ricco calendario messo in marcia dalle autorità locali per ricordare il 19 marzo 1812; ci sono state sfilate in costume, visite guidate in costume, spettacoli teatrali in strada in costume. Veramente Cadice sta dando il cuore e l'anima in questo Bicentenario e i gaditani sono lì, protagonisti come allora, felicissimi di gridare Viva la Pepa! (Pepa è il nome popolare della Costituzione del 1812, promulgata il giorno di San Giuseppe)
Quasi un mese fa, l'ultima volta che sono stata a Cadice, la città era un cantiere, giravi per l'Oratorio de San Felipe Neri, per la plaza San Juan de Dios, tutta da pavimentare, e ti chiedevi se ce l'avrebbero mai fatta. Ce l'hanno fatta. La facciata di questo gioiello dell'architettura locale che è l'Oratorio è stata pulita e liberata dalle impalcature e il re e la regina hanno potuto inaugurare la targa che ricorda la loro visita. Ma.
Alla solenne celebrazione di San Felipe Neri sono mancati i gaditani. "E' inaudito, ci tengono lontani, dietro alle transenne, non possiamo arrivare all'Oratorio!" si lamentavano alcune gaditane davanti alle telecamere del Canal 24 horas, in diretta da Cadice. Nell'Oratorio c'erano solo 300 autorità dello Stato, il popolo, quello vero, è stato tenuto a distanza. Di nuovo, oggi come allora, un Paese autoreferenziale estraneo al Paese reale? Magari no, ma nella rappresentazione che è stata fatta all'Oratorio, il dubbio un po' resta.






domenica 31 luglio 2011

Nerea Riesco: non c'è differenza tra la Siviglia di El elefante de marfil e quella moderna

Sono stata molto contenta di aver letto su El correo de Andalucía questa intervista a Nerea Riesco, autrice di un libro che ho letto recentemente, El elefante de marfil, che si svolge nella Siviglia del XVIII secolo, fino al ritorno del re Ferdinando, el Deseado (c'è anche il tempo di citare la Costituzione di Cadice del 1812, che ispirò tanti patrioti e l'intero XIX secolo). E' uno dei migliori libri che ho letto ambientati a Siviglia, con donne come Julia o Guiomar, che sono fonte di ispirazione, e con figure maschili come León, il pirata, o Ventura, il bandolero, che qualunque ragazza vorrebbe avere nella propria vita. La storia gira intorno a una vecchia disputa tra Cristiani e Musulmani, una partita di scacchi non disputata per stabilire la proprietà della Giralda; il titolo del libro, l'elefante d'avorio in italiano, si riferisce a una delle figure degli scacchi, l'elefante, diventato alfiere degli scacchi moderni, indispensabile per iniziare l'ultima partita; intorno a questa partita si muovono le rivalità tra gli ordini religiosi, la saga di una famiglia, quella dei Montenegro, che controlla una delle più importanti tipografie sivigliane (realmente esistita) e che è guidata da donne appassionate e determinate, intuitive e indomabili, un ambiguo maestro francese, una fascinosa gitana che usa gli uomini senza farsi usare, l'intelligenza e la filosofia spietate degli scacchi. Soprattutto c'è Siviglia, prima alle prese con il terremoto di Lisbona del 1755, che dà inizio alla storia, e quindi con le trasformazioni di città un tempo opulenta e sempre più decadente, con riferimenti a questa sua doppia anima araba e cattolica che anche adesso, tanti secoli dopo, è parte del suo fascino. E' il miglior libro ambientato a Siviglia che ho letto da La piel del tambor, di Arturo Pérez Reverte.
Non mancano i riferimenti alle grandi trasformazioni spagnole del XVIII secolo e rimane sempre l'impressione che un buon autore aiuta a capire la storia meglio di un manuale: per capire le trasformazioni dal romanico al gotico mi ci è voluto I pilastri della terra, per capire perché la Spagna non è riuscita a trasformarsi in una potenza brillante e capitalista, nonostante la ricchezza rubata alle colonie, mi ci è voluto il Capitán Alatriste, per capire i bandoleros e la Costituzione del 1812, mi ci è voluto El elefante de marfil.
Non so se è uscito in italiano, ho cercato su Internet, ma non l'ho trovato, ma se amate Siviglia e capite lo spagnolo, El elefante de marfil può essere una piacevole lettura estiva, una cavalcata di tre generazioni nella storia dell'Andalusia e nei suoi legami mai recisi con la cultura musulmana.
Qui l'intervista alla 36enne Nerea Riesco, autrice di tre libri, El país de las mariposas, Ars Mágica (credo che questo sia stato tradotto in italiano, con il titolo La ragazza e l'inquisitore) ed El elefante de marfil; la sua esperienza può essere ispiratrice per tutti gli aspiranti scrittori.
Il suo sito web è www.nereariesco.com ; in spagnolo l'intervista a El Correo de Andalucía è qui

- L'ispirazione nel suo caso viene solo dal passato?
Sono una grande lettrice di storia. Se non avessi studiato Giornalismo avrei studiato Storia. Quando scrivo ho la sensazione di stare giocando. Hai l'opportunità di vivere un mondo che non è il tuo, disponi di una macchina del tempo e puoi andare dove vuoi.
- Giochiamo allora un po': tra 100 anni, l'ispirerebbe questa società? Ci sarebbe materiale per un libro?
Sìì, perché noi essere umani ripetiamo sempre gli stessi gesti. Nel mio primo libro, El país de las mariposas, parlavo della conquista del Messico. Ricordo che mentre la scrivevo gli americani stavano entrando in Iraq. C'era un parallelismo. In Messico si era arrivati dicendo che si dovevano evangelizzare quelle terre, ma era una scusa per portarsi via l'oro e l'argento. Lo stesso è successo con l'Iraq: bisognava portare la democrazia, ma il tema era più petrolifero. In Ars mágica mi è successa una cosa simile: il Duca di Lerma faceva una serie di imbrogli urbanistici per trasferire la corte da Valladolid a Madrid, comprando case quando erano ancora economiche. Ed era giusto il momento del caso Malaya (la trama di corruzione e speculazione urbanistica scoperto a Marbella NdRSO). L'uomo si muove per grandi passioni: amore, vendetta e, soprattutto, potere. Noi umani ripetiamo.
- El elefante de marfil è ambientata in una tipografia ed è stato pubblicato in pieno auge delle reti sociali. E' stato una difesa dei suoi studi di giornalismo?
Totalmente. La proprietaria della tipografia, un personaggio reale, mi è sembrato commovente. La storia dell'Elefante è iniziata quando ho iniziato a studiare il dottorato alla Facoltà di Comunicazione. Ci portarono quotidiani dell'epoca in cui il terremoto di Lisbona aveva colpito Siviglia e la notizia più bella fu quella uscita da questa tipografia. Mi è sembrato terribilmente evocatore vedere come la memoria di un Paese rimane perché l'hai scritto
- Qualcosa che scompare con le reti sociali. Qual è la sua relazione con loro?
Sono stata molto reticente. Avevo un'idea strana di Facebook. Pensavo che sarebbe stato più invadente, ma lì c'è solo quello che io voglio mettere. Le reti adesso non smettono di sorprendermi.
- Chi darà testimonianza di questi giorni, se spariranno i quotidiani?
Credo che non succederà
- Com'è arrivata a essere scrittrice? Anche se riconosce che le dà pudore presentarsi così…
Cavolo, è che è così…Ho sempre pensato che di questo non si vive. Ho studiato Giornalismo, ho pensato che mi sarei dedicata attivamente al giornalismo e che, tra intervista e intervista, avrei scritto. Ma non mi hanno pagato in nessuno dei posti in cui ho lavorato come giornalista… io mettevo il mio registratore, la mia macchina, il mio talento, i miei fine settimana… non mi pagavano niente! E nel frattempo ho scritto El país de las mariposas, ho vinto un premio e, nonostante tutto, continuavo a cercare di avere un lavoro dignitoso come giornalista. E quando è uscito Ars mágica, che è andato molto bene, e con i diritti d'autore, un giorno mi sono fermata e mi sono detta: "Sono scrittrice". Ma, nonostante tutto, continuo ad avere questo pudore, forse perché quando lavori in quello che ti piace sembra che devi avere una giustificazione
- Non si soffre scrivendo?
I libri sono più belli nella tua mente di come rimangono poi sulla carta. E questo genera frustrazione. Non leggo i libri una volta stampati perché non mi succeda questo che dicono alcuni scrittori, "non cambierei neanche una virgola". Le parole non chiudono l'essenza di quello che hai sentito. Questa sensazione di frustrazione mi accompagna molto e mi fa continuare a lottare e a migliorare
- Cerca i suoi libri quando va all'estero?
Sì. Mi succede una cosa molto curiosa quando li vedo, credo non siano miei. Mi sembrano un libro qualunque.
- C'è molta differenza tra la Siviglia del XVIII secolo di El elefante de marfil e quella di oggi?
La storia inziai con il terremoto del 1755 e arriva oltre la Guerra de la Independencia (gli spagnoli chiamano così la guerra contro Napoleone NdRSO). Per questo, una delle cose che ho consultato è il piano di Olavide. E, solo nell'urbanismo, la città è uguale. Si può arrivare in centro con quel piano e non perdersi! La città è esattamente uguale. E anche in altre cose: la passione in Settimana Santa, per i tori... La passione della città, che ho notato quando sono arrivata, a 18 anni, continua a essere presente.
- Può anticipare qualcosa del suo prossimo libro?
E' una storia ambientata negli ultimi 10 anni, precedenti la conquista di Granada, dal 1482 al 1492. Avevo molta voglia di parlare di questa vita sulla frontiera e avevo chiaro che volevo parlare della vendetta, così come con El elefante avevo chiaro che volevo parlare dell'amore.
- I suoi libri riflettono i suoi momenti emozionali?
No, no, le mie vendette sono sempre molto light, contro i critici letterari…
- Come vive le critiche?
Male. Non ho mai avuto critiche cattive, ma una mi ha ucciso. El país de las mariposas ha sempre avuto critiche buone meno una, di un quotidiano nazionale molto importante arrivato in Messico. Fu devastante. Ovviamente, quando ho iniziato a scrivere ho detto che ero disponibile a ricevere le critiche costruttive. La frase di sempre. Ricordo anche che quella critica uscì un 31 dicembre e non smettevo di dire: "Com'è iniziato male l'anno!" Lo odiavo. Prima ho pensato di scrivergli una lettera, poi, però, nel secondo libro, decisi di mettere il nome del critico al personaggio più strisciante. Non lo avevo detto fino ad ora…

mercoledì 8 agosto 2012

Turismo in Andalusia: 10 cose da fare quest'estate

L'estate non è la stagione migliore per visitare l'Andalusia, a meno che non si stia sulla costa mediterranea o atlantica, che mano a mano si stringono verso l'Africa, per infilarsi nello Stretto di Gibilterra, e sono per questo ventilate, con temperature sempre gradevoli.
Ma anche se il caldo è spesso insopportabile e complica la vita (però non si può dire di essere stati in Andalusia se non si è detto o sentito dire almeno una volta que caló! che caldo!), anche l'estate ha il suo encanto andaluz. Qui dieci suggerimenti per le cose da fare se visiterete l'Andalusia nelle prossime settimane; l'ordine è assolutamente casuale.
1 Le corse dei cavalli a Sanlúcar de Barrameda
Nessuno sa bene come siano nate, poco più di un secolo fa, ma le corse dei cavalli sulla spiaggia di Sanlúcar de Barrameda sono da tempo uno dei must dell'estate andalusa, imperdibili non solo per gli appassionati di ippica, ma anche per chi non lo è, perché lo spettacolo dei cavalli e dei fantini, che corrono verso il tramonto sull'Atlantico, sfidandosi davanti al Guadalquivir che si mescola all'Oceano, è davvero suggestivo e appassionante. Sono probabilmente le uniche corse al mondo in cui il pubblico può avvicinarsi al terreno di gara e per le quali non c'è biglietto d'ingresso. Quest'anno si svolgeranno il 12, 13, 14 e 27, 28, 29 agosto.
2 Mostre e manifestazioni a Cadice
Cadice celebra il Bicentenario della Costituzione del 1812 ed è anche per questo Capitale Iberoamericana della Cultura. Nella sua estate ci sono numerosi appuntamenti culturali e di intrattenimento di sapore ispanico. Ci sono anche due mostre imperdibili. Alla Casa de América sono esposti i tesori del Signore di Sipán: è la prima volta che il ricco corredo funerario del nobile guerriero, il più importante ritrovato finora in America, lascia il Perù e chissà se e quando lo rifarà; nello stesso edificio, i tesori precolombiani del Costarica: oro, giada, pietra e ceramica per la terra delle tante biosfere e delle civiltà sconosciute.
3 Le notti della Mezquita di Córdoba
Ci vuole coraggio per visitare ad agosto l'interno dell'Andalusia, soprattutto se si hanno intenzioni culturali. Ma se siete a Córdoba, non potete perdervi una visita notturna alla sua magnifica Mezquita. Uno spettacolo di luci, ombre e musica, ricco di mille aneddoti sulla costruzione della più importante Moschea d'Occidente e sulla straordinaria storia musulmana di Córdoba, che lascia nel cuore questo edificio grandioso e che, dopo, spinge a passeggiare intorno alla Moschea, per godersi lentamente le sensazioni lasciate da tutto quello che si è visto (e anche il fresco). I biglietti si acquistano con un certo anticipo, anche al Corte Inglés.
4 All'Alhambra, per il Patio de Leones rinnovato
Magari avete già visto l'Alhambra in qualche precedente vacanza in Andalusia, ma quest'anno bisogna tornare a Granada. Pochi giorni fa è stato aperto il Patio de Leones appena restaurato. E' uno degli spazi più eleganti e più belli dell'architettura musulmana in Europa ed è stato riportato al suo antico splendore grazie al restauro dei dodici leoni che sorreggono la fontana centrale e alla pavimentazione in marmo bianco, che illumina l'intero patio. Grazie a questo restauro, che restituisce l'aspetto nazarí del complesso, i visitatori possono muoversi anche nel centro del patio e avvicinarsi alla fontana.
5 La notte di San Lorenzo sulla Sierra Nevada
La Sierra Nevada non chiude per ferie d'estate. Agli sport della neve si sostituiscono le passeggiate in bicicletta o a cavallo, i percorsi del trekking, i campeggi e le passeggiate panoramiche. Due gli appuntamenti più suggestivi, alla Veleta, una delle vette più alte di Spagna, si può assistere all'alba più alta dell'Andalusia, davanti a un panorama mozzafiato, mentre il 10 agosto a Borreguiles gli appassionati si riuniscono per assistere allo spettacolo delle stelle cadenti; e se vi interessa l'astronomia, tutte le domeniche c'è una visita guidata all'osservatorio astronomico più alto d'Europa.
6 Una visita al Castello di Almodóvar del Rio
E' uno dei castelli più spettacolari e cinematografici che si possano vedere. Con le sue torri merlate e il suo aspetto medievale domina, da una collina, Almodovar del Rio e la pianura di Córdoba. La sua storia è millenaria: è stato costruito su fortificazioni romane, gli arabi lo hanno ampliato, i cristiani lo hanno fortificato, vista la sua posizione strategica, e lo hanno addirittura trasformato, per qualche tempo, in una prigione, vista l'impossibilità di prenderlo. Oggi è uno dei migliori esempi di architettura medievale conservati in Spagna e offre un emozionante viaggio nel tempo in cui l'Andalusia era la terra più ricca della penisola.
7 Le notti dell'Alcázar di Siviglia e di Itálica
Approfittate delle tiepide notti sivigliane per spettacoli più unici che rari. Visitate le rovine di Itálica, la cittadina a 8 km da Siviglia che diede i natali a Traiano e ad Adriano, di notte, accompagnati da una guida e da comparse che, tra luci e ombre, spiegano e raccontano il potere di Roma visto dalla provincia. A Siviglia, invece, fino al 24 agosto ci sono i concerti nei Giardini dell'Alcázar, sono divisi per cicli tematici, dedicati anche al Bicentenario della Costituzione di Cadice, ai 150 anni dalla nascita di Claude Debussy e al rapporto tra l'Andalusia e il Mediterraneo. Uno sguardo diverso ai magnifici Giardini dell'Alcázar.
8 Alla Feria de Málaga
E' probabilmente la Feria più calda dell'anno, di sicuro è la più importante dell'Andalusia, dopo la Feria de Abril di Siviglia. Málaga celebra la sua Feria dall'11 al 19 agosto, in piena alta stagione, per cui è facile immaginare quanto sia affollata di turisti. La crisi ha spinto all'austerità anche il bilancio della Feria, il che ha aguzzato la creatività degli organizzatori, che hanno aggiunto nuovi spazi nel Centro Storico e hanno preparato concerti, spettacoli di flamenco, un mercato artigianale e una cavalcata storica, che, il 19 agosto, chiuderà la manifestazione. Si inizia il 10 sulla spiaggia della Malagueta, con i fuochi artificiali.
9 Cabo de Gata
Se siete in cerca di villaggi di pescatori che la speculazione edilizia non ha sfiorato, se volete ritmi di vita lontani da cellulari e automobili e se amate le spiagge incontaminate, mosse dal vento e dalle canne, il Cabo de Gata è quello che fa per voi. E' probabilmente uno dei pochi luoghi della costa mediterranea rimasti ancorati al passato, grazie anche al Parco che ha preservato le coste e le spiagge. Si raggiunge da Almeria anche con il trasporto pubblico e poi ci si perde in queste spiagge di sabbia finissima e bianchissima e lungo le scogliere a picco sul mare. Un'Andalusia sconosciuta, che è bene lasciare così com'è.
10 La Biennale del Flamenco di Siviglia
Ogni due anni l'estate sivigliana finisce con la Biennale del Flamenco, che porta in città i migliori artisti e i migliori spettacoli flamenchi e che è la più importante manifestazione dell'arte flamenca. Dal 3 al 30 settembre spettacoli, laboratori, concerti, incontri e mostre in tutta la città, dai patios dei conventi ristrutturati ai teatri ai tablaos. E se siete particolarmente appassionati e in vena, potrete assistervi con un abbigliamento ad hoc: dal 20 agosto i vestiti di Vicky Martin Berrocal, la disegnatrice che ha fatto del flamenco il suo marchio, costano il 50% in meno, nella sua boutique di Avenida Manuel Siurot, a Siviglia, of course.

venerdì 13 dicembre 2013

Itinerari insoliti d'Andalusia: a Cadice, inseguendo i sette peccati capitali

Mi è molto piaciuto un articolo uscito su ocholeguas.com, il supplemento di viaggi di elmundo.es. Propone una visita a Cadice, seguendo i sette peccati capitali. E, sapete?, in questi giorni d'inverno sembra una bella idea. Perché in inverno Cadice non perde un apice del suo fascino. Anzi. La preminenza dei colori freddi su quelli caldi, grazie al blu intenso del mare; le ombre lunghe che si proiettano sui palazzi delle sue piazze e che impediscono l'arrivo del sole nelle strette stradine della scacchiera del centro; la solitudine lungo i bastioni che guardano all'Oceano, accompagnata solo dalla brezza fredda che soffia dal mare; il calore dei locali, che accolgono anche lo straniero con un sorriso e con una tapa a base di pescado. Non c'è stagione in cui Cadice non sia una città che conquista con il suo embrujo, il suo mare, le sue chiese, i suoi bastioni, il suo porto. Impossibile, per me, non andare a trovarla periodicamente, per sapere come sta e cosa succede dentro le mura che chiudono il suo centro storico.
I sette peccati capitali che l'articolo invita a scoprire nella città più antica d'Occidente iniziano con l'Avarizia. Una volta che si entra nel centro storico, ci si trova davanti a una scacchiera di vie quasi sempre ortogonali, che ospitano negozi di ogni genere: i grandi marchi internazionali, ma anche i piccoli negozi di dischi specializzati in flamenco, le gioiellerie, le librerie, le piccole pasticcerie artigianali in cui se chiedi lumi sui pasticcini di cocco e meringhe ti rispondono con il sorriso del sud e l'orgoglio spagnolo; ricordano lo spirito commerciale della città, porta delle Americhe nella fase finale dell'Impero spagnolo, per questo, sostiene ocholeguas.com, "è un posto ideale per reincarnarsi in qualunque commerciante del XVIII secolo, in cui l'Avarizia non è altro che un attributo romanzesco".
Il centro storico offre un'ampia panoramica sulla lunga storia della città: il Museo Provinciale di Cadice ripercorre i 3000 anni di storia gaditana e ospita due dei reperti più preziosi dell'archeologia andalusa, i sarcofagi fenici di un uomo e di una donna (non sono una grande fan dei Musei, ma questo è assolutamente consigliabile e imperdibile, se volete avere un'idea di Cadice, del suo patrimonio, del suo significato nella storia spagnola); alle spalle della Cattedrale, verso il mare, ci sono i resti del teatro romano; passeggiando per le strade del centro storico, si ha un'idea della grande ricchezza raggiunta dalla città grazie al commercio con le colonie dell'Impero, nello splendore, adesso decadente, dei suoi palazzi (in questa malinconia e dolcezza della decadenza, Cadice, ricorda un po' Venezia, avendo la fortuna di non essere assaltata da orde di turisti che la usano come scenografia); l'Oratorio della Chiesa di San Filippo Neri ha ospitato i deputati della Spagna e delle sue colonie per la redazione della prima Costituzione liberale spagnola, nel 1812, in essa furono sanciti diritti poi ripresi dalle Costituzioni liberali europee e ancora oggi al centro di molte Costituzioni, dall'inviolabilità della persona e della sua casa all'uguaglianza davanti alla legge. "Un posto in cui può sentire Superbia chiunque voglia attribuirsi, come gaditano adottivo, la paternità della prima Costituzione spagnola".
L'Accidia è sulla Torre Tavira, un must per qualunque turista: è la torre più alta della città e, grazie alla sua camera oscura, si può osservare la grande isola bianca e indolente di tetti piani e campanili barocchi, circondata dal mare e dalla Bahia, che è Cadice. E' l'immagine perfetta di una città meridionale dal lungo passato e dal presente provinciale e indolente.
L'Ira si manifesta nel gesto dell'Arcangelo Michele, che schiaccia l'angelo nero nella facciata del teatro di marionette La Tía Norica, uno dei più importanti di Spagna, con una collezione apprezzatissima di marionette; sotto le sue sale c'è "un labirinto di strade e case di chi ha abitato, quasi trenta secoli fa le isole gaditane", che presto sarà aperto al pubblico ( e sarà un'altra tappa imperdibile per i turisti). Dietro il teatro, si può dare spazio alla Gola, il peccato che testimonia lo spirito cosmopolita e commerciale della città; qui c'è infatti una piccola fabbrica in cui fermenta, con il miele della sierra gaditana, la birra Maier, che deve il nome a un bavarese che nel XIX secolo portò la birra a Cadice; poco più avanti c'è il negozio di uno dei cioccolatai più famosi di Spagna, Pancracio, e, a proposito, il cioccolato arrivò in Europa grazie al porto di Cadice.
L'Espacio de Creación Contemporánea (ECCO) offre una delle collezioni più importanti dei pittori della movida madrilena, con la trasgressione e lo spirito libertario che percorse quegli anni e "quel punto di Lussuria di un'epoca che adesso si vede riflessa in modo permanente nelle sale di questo nuovo spazio gaditano". "Mescolare in modo così fluido l'arte contemporanea e il neoclassicismo di case ineguagliabili, in così poche strade, poteva funzionare solo a Cadice, dove, per qualche motivo ancora da scoprire, il nuovo e il vecchio, lo straniero e l'autoctono, il cosmopolita e il locale si intrecciano in modo naturale, per dare come risultato una città in cui si vuole rimanere per veder passare altri tremila anni di storie". Sante parole.
Ed è qui che entra in gioco l'ultimo peccato capitale. I gaditani sono più aperti, più allegri, più spiritosi e più irriverenti degli andalusi dell'interno; lo sanno, ti chiedono conferma con un sorriso malizioso e te lo dimostrano con calore meridionale. Non si può visitare la città senza farsi una chiacchierata con un gaditano (non è difficile: nei locali i baristi e gli avventori lasciano entrare nelle loro conversazioni con spirito aperto e con un sorriso, trattandoti, pochi minuti dopo, come se ti conoscessero de toda la vida). "Ma non bisogna forzare. Tutto scorre. Una conversazione tranquilla, uno sguardo attento e una frase spiritosa. La serenità di sapersi cittadina di Gades, che passeranno fenici, romani, cartaginesi e mori. Cristiani, disastri, mercati, fame e bolle… e Cadice sarà lì. E questa signora, nella fresca serata, anche. Tu inizi il ritorno, lasci indietro la sedia, l'ombra e la signora e volti di nuovo lo sguardo prima di girare l'angolo. E sì. Questa è l'Invidia".
Y olé per l'autore dell'articolo, che potete leggere su ocholeguas.com.




martedì 27 marzo 2012

Il tesoro del Signore di Sipán per la prima volta in Europa, a Cadice per il Bicentenario della Costituzione

Nel III secolo avanti Cristo il signore di Sipán governava su una vasta regione del Perù settentrionale, nelle vesti di valoroso guerriero e nesso di unione tra gli dèi e i mortali. Il suo rango tra la sua gente si riflette nel tesoro della sua tomba, scoperta del tutto casualmente a Sipán, a poche decine di km da Chiclayo, grazie a un coniglio e all'intuizione dell'archeologo Walter Ava. Nella tomba di questo guerriero, chiamato da allora il Señor de Sipán, gli archeologi hanno trovato il tesoro più prezioso mai apparso nell'archeologia americana. Sul corpo di questo leader politico e spirituale, sono stati trovati pettorali d'oro e collane d'argento, braccialetti e scettri in materiale prezioso; tutt'intorno a lui statue di terracotta, piccole sculture in lapislazzuli, turchesi e smeraldi. Un tesoro che avrebbe fatto gola a Francisco Pizarro e che meno male che è sfuggito ai galeoni spagnoli, sempre pronti a trasportare le ricchezze americane per pagare le guerre dei re di Spagna.
E' questo tesoro che, 18 secoli dopo, ci parla della cultura moche, che la leggenda vuole sia stata fondata da alcuni straordinari guerrieri, sbarcati sulle coste peruviane chissà da dove, e di cui sappiamo solo che era prospera e concentrata in città popolose per l'epoca; soprattutto, sappiamo che è stata questa cultura a studiare e realizzare il sistema d'irrigazione che trasformò il desertico Perù settentrionale in un'area a intenso sfruttamento agricolo e che ancora oggi viene utilizzato. Doveva essere, però, anche una cultura particolarmente violenta, come molte civiltà precolombiane (non che Cristoforo Colombo e gli spagnoli o i portoghesi abbiano portato in Latinoamérica la pace e la tolleranza). Gli scavi della tomba del signore di Sipán hanno rivelato un complesso sistema di spazi e di celle sotterranei, a forma di piramide, con al vertice, sulla superficie, un tempio alla luna; il signore di Sipán si trova al livello più basso (nelle due camere superiori, di dimensioni più piccole, a formare la piramide, si trovano altre due tombe del III e IV secolo, nella più grande sono stati trovati i resti di un guerriero, accompagnato da un prezioso corredo funebre e da un attendente, sacrificato per lui). Nella tomba del signore di Sipán sono stati trovati anche i corpi di due giovani donne, probabilmente due concubine destinate ad accompagnarlo nell'Aldilà, due servitori e un bambino; al di sopra della sua tomba sono stati trovati i resti di un giovane uomo con uno scudo, probabilmente il guardiano destinato a vegliare sulla sua tomba, perché aveva i piedi amputati, per evitare la sua fuga. Tutte queste persone sono state sacrificate per il Signore, per garantirgli un Aldilà piacevole e comodo.
La tomba del signore di Sipán è uno dei ritrovamenti più preziosi per il Perù e per ricostruire la sua storia pre-incaica. E una delle conquiste di Sipán e dei peruviani è che il guerriero non abbia abbandonato la sua terra, per finire in qualche Museo Archeologico, magari nella stessa Lima. Chi vuole conoscere il Signore di Sipán e il suo magnifico corredo funebre e vuole avere qualche idea di della cultura moche, deve volare fino a Chiclayo e raggiungere poi Sipán, a circa 75 km di distanza.
Per questo l'omaggio che il Perù fa al Bicentenario della Costituzione di Cadice e a Cadice, Capitale della Cultura Iberoamericana 2012, è ancora più eccezionale. Per la prima volta da quando è stato trovato, il tesoro del Señor de Sipán ha lasciato la sua terra ed è da oggi esposto a Cadice. Ed è singolare pensare come cambiano i tempi: se fosse stato trovato cinque secoli fa, sarebbe arrivato a Cadice sotto forma di lingotti d'oro, per poi disperdersi tra banchieri fiorentini e spie delle Fiandre, a pagare i debiti della Corona spagnola; ha avuto la fortuna di aver rivisto la luce nel XX secolo, così da arrivare sempre a Cadice, ma come fiore all'occhiello di un'eccezionale mostra sulle culture preincaiche peruviane, inaugurata oggi dalla regina Sofia di Spagna, per celebrare 200 anni di unione tra Cadice e le ex-Colonie che, grazie anche all'ispirazione della Costituzione del 1812, hanno trovato l'indipendenza Sono gli scherzi della storia, che chiude sempre circoli e che continua ad essere, per chi lo vuole, magistra vitae.
La mostra si intitola El Señor de Sipán, Huaca de la Luna y la Dama de Cao e, oltre al tesoro di Sipán, valutato in oltre 6 milioni di euro, espone anche i reperti archeologici trovati in altri due siti archeologici peruviani di grande importanza, Huaca de la Luna e Huaca Cao, che mostrano i rituali religiosi della cultura moche. Sarà alla Casa de Iberoamérica di Cadice fino al 10 settembre 2012.

lunedì 26 novembre 2012

L'eredità fenicia delle città del Mediterraneo, in una mostra fotografica, a Cadice

Cadice è la più antica città dell'Europa Occidentale, fondata dai Fenici 3mila anni fa. Questo almeno ripetono i gaditani ai turisti e non c'è ragione per cui i turisti non debbano credere loro. Le tracce del suo passato fenicio si possono trovare nel Museo Archeologico della città, uno dei must gaditani, che conserva splendide sculture funerarie e piccoli reperti di quando Cadice si chiamava Gadir ed era un'isola con vista sulla splendida baia, ma ancora senza la lingua di terra che l'avrebbe poi unita alla terraferma.
Dopo aver esaltato per tutto un anno la sua vocazione iberoamericana, grazie al Bicentenario della Costituzione del 1812, lo corso settimana Cadice ha sottolineato il suo passato fenicio, ospitando il IV Forum della Lega delle Città Cananee, Fenicie e Puniche, a cui appartengono anche Oristano e Marsala. L'obiettivo della Lega è mantenere legami permanenti tra le città di fondazione fenicia, punica o cananea e favorire gli scambi sociali, culturali, economici e ambientali, in nome delle origini comuni.
Origini comuni che, secondo il fotografo gaditano Gonzalo Höhr, hanno lasciato una traccia, a quasi tre millenni di distanza, nelle abitudini e nello stile di vita delle popolazioni. La sua mostra fotografica, appena inaugurata a Cadice, nel Castillo de Santa Catalina, curiosamente su quello che è considerato il primo isolotto colonizzato dai Fenici, insegue quest'idea di comunanza, nonostante il tempo e lo spazio si siano evoluti in modi diversi. La mostra si intitola Fenicios Siglo XXI. Una historia compartida (Fenici, XXI secolo. Una storia condivisa) e, attraverso 70 fotografie, mostra l'eredità fenicia, dal Libano a Cadice.
Il progetto di Höhr è nato nel 2006, dopo un viaggio nel Libano, "è stato allora che mi sono reso conto del potenziale di quest'idea e del fatto che proveniamo tutti da una casa comune". Di qui il desiderio di documentare questa eredità comune, attraverso un percorso fotografico, dal Libano a Rodi, dalla Tunisia a Cadice. Il progetto ha avuto la luce verde dal Comune di Cadice e dalla Fondazione di Tiro e il gaditano ha potuto realizzare il sogno di viaggiare nelle antiche città fenicie, dove ha trovato "molti punti in comune. A parte architettura e lingua, non esistono differenze tra le persone, le relazioni, i costumi e il tipo di vita; si tratta di città portuali, in cui hanno spazio le attività artigianali e commerciali e in cui la spiaggia ha grande importanza nelle relazioni sociali". Suona un po' a mondo fenicio studiato a scuola, quando gli antichi abitanti del Libano venivano indicati come maestri delle relazioni commerciali, abili marinai e propagatori di cultura, a cominciare dall'alfabeto, grazie ai loro viaggi? Höhr giura che tra Tiro, Tunisi (l'antica Cartagine) e Cadice poco è cambiato da allora.
La mostra adesso aperta a Cadice è solo la prima parte del progetto del fotografo. Se le sovvenzioni continueranno a permetterlo, la seconda parte prevede un viaggio in Sicilia, a Malta, a Cipro e sul Delta del Nilo, tutte aree raggiunte dall'influenza fenicia e le cui principali città devono parte della propria storia agli antichi marinai e commerciali che irradiarono merci e culture nel primo Mediterraneo. La Fondazione di Tiro ha già annunciato di voler rendere la mostra itinerante e di portarla nelle città della Lega, affinché tutte possano scoprire questi legami che i millenni non hanno spezzato, nonostante la Storia abbia avuto per ognuna di loro un destino diverso.
L'idea finale è un libro, che racconti le 40 città adesso appartenenti alla Lega, e ritrovi l'eredità fenicia in volti, porti e stile di vita.
Fenicios Siglo XXI. Una historia compartida rimarrà aperta al pubblico fino al 3 marzo 2013 ed è da mettere in agenda, in eventuali vacanze gaditane.

venerdì 16 novembre 2012

A Cadice, l'ultimo Vertice Iberoamericano di re Juan Carlos

Re Juan Carlos è stato il primo Capo di Stato ad arrivare a Cadice, ieri sera, all'aeroporto di Jerez de la Frontera, per il XXII Vertice Iberoamericano. E' il vertice del Bicentenario della Costituzione del 1812, quella stessa che per prima riconobbe lo stesso grado di cittadinanza agli spagnoli dei due emisferi, fossero residenti sul territorio della Penisola o delle sue colonie. Cadice ha celebrato il Bicentenario durante tutto l'anno, con numerosissime iniziative culturali, da esposizioni irripetibili e imperdibili a Festival teatrali e musicali che hanno coinvolto entrambi i lati dell'Atlantico.
E' anche il Vertice in cui si discuterà il passaggio dalla cadenza annuale a biennale degli incontri tra Capi di Stato e di Governo iberoamericani: il fracaso, il fallimento degli ultimi vertici, ha spinto a ripensare il senso dell'appuntamento.
E' quasi sicuramente anche l'ultimo vertice, organizzato nella Penisola, a cui prenderà parte re Juan Carlos, l'unico Capo di Stato presente a tutti gli appuntamenti, sin dal primo, a Guadalajara, nel Messico. Il sovrano ha 75 anni e numerosi acciacchi fisici e i dottori gli hanno posto un aut aut: o diminuisce il ritmo di lavoro o non garantiscono sulla sua salute. Così il re motociclista, che stupiva tutti per la passione per gli sport più rischiosi, ha dovuto abbassare il capo. Ha già rinunciato a una visita prevista a Parigi, per incontrare François Hollande, ma non ha rinunciato a Cadice, diventata il suo ultimo appuntamento prima della necessaria frenata. Sono mesi che il sovrano lavora al successo di questo vertice e sono stati il suo attivismo e le sue visite ufficiali sudamericane a garantire la presenza di buona parte dei Capi di Stato e di Governo delal Regione. A Madrid continuano a dirlo: il valore aggiunto della diplomazia spagnola è sempre don Juan Carlos. Solo negli ultimi sei mesi, da quando i medici che lo hanno operato al bacino a causa della caduta durante la battuta di caccia nel Botswana, il re ha percorso ben 70mila km in visite ufficiali, tra America Latina e Asia. Ovvio che alla sua età, e viste le varie operazioni degli ultimi anni, debba abbassare il ritmo e iniziare a cedere spazio e visibilità al Principe Felipe. L'erede al trono è già da tempo impegnato a sostenere un maggior protagonismo e lo si vedrà anche a Cadice, dove, con la moglie Letizia, accompagnerà Juan Carlos e Sofia in numerosi atti. Felipe e Letizia hanno partecipato all'attivismo della Casa Reale, per il successo del Vertice gaditano, con la loro visita ufficiale nell'America Centrale, pochi mesi fa. Ed è questo impegno della Casa Reale che testimonia il prestigio di cui la monarchia spagnola gode sempre nei territori delle ex colonie e il ruolo che può ancora giocare, nella Spagna in difficoltà.
Re Juan Carlos è arrivato da solo ieri sera, oggi sarà raggiunto dalla Regina e dai Principi delle Asturie, in tempo per accogliere i Capi di Stato e di Governo in arrivo. Tra i primi a presentarsi, Dilma Rousseff, che ha manifestato il suo "entusiasmo" per la Cumbre gaditana, Juan Manuel Santos e Rafael Correa, adesso nell'occhio del ciclone perché impedisce alle banche spagnole di appropriarsi dei beni ecuadoriani dei cittadini ecuadoriani sotto sfratto in Spagna; Felipe Calderón, che tra un paio di settimane cederà la presidenza del Messico a Enrique Peña Nieto, pranzerà oggi con re Juan Carlos e ha deliziato i suoi followers di Twitter, ieri sera, pubblicando l'immagine di un caccia, visto dall'aereo presidenziale, che lo accompagnava verso la Spagna.
Non ci saranno sei Capi di Stato e di Governo: Raúl Castro sarà assente, come sempre, da quando ha sostituito il fratello Fidel, così come non ci sarà Hugo Chávez (probabilmente anche per la sua misteriosa malattia), assenti per problemi di salute Cristina Fernandez de Kirchner, a cui i medici hanno sconsigliato il lungo viaggio (così lo ha assicurato in una telefonata a Juan Carlos), e José Mujica, che ha dato forfait ieri, poche ore prima della partenza da Montevideo; il paraguayano Federico Franco è stato espulso dalle organizzazioni latinoamericane, visto come ha destituito Fernando Lugo, e dunque non è stato invitato, mentre Otto Pérez ha annunciato la sua rinuncia a Cadice a causa del terremoto che ha colpito il Guatemala.
Nonostante le assenze, però, la diplomazia spagnola si dichiara soddisfatta della partecipazione e spera di trasformare la Cumbre in un successo del Paese. Anche se è difficile immaginare che tipo di risultati si possano raggiungere a un Vertice diventato famoso per accordi su grande idee e pochi atti concreti.
E' certamente un successo per Cadice, che ha lavorato duramente per essere pronta per questa due giorni di vetrina internazionale. Non ci sono stati solo restauri e riqualificazioni di vie e piazze, ma ci sono i numerosi appuntamenti culturali, che testimoniano la grande vivacità degli scambi iberoamericani. C'è anche il monumento per il Bicentenario, due grandi torce che costituiranno una sorta di ponte, tra il porto e il solenne monumento al Centenario della Costituzione. Sarà inaugurato dai Capi di Stato e di Governo arrivati per il Vertice ed è davvero simbolico: i discendenti di quegli spagnoli per la prima volta uguali davanti alla legge, vivessero dove vivessero, celebrano insieme a Cadice, la Costituzione che ha dato il via ai diritti e anche all'indipendenza dei loro Paesi.

mercoledì 4 settembre 2013

Estrella fugaz, un film sulla Spagna di Amedeo I di Savoia, che poteva essere e non è stata

Quando, il 30 dicembre 1870, il principe Amedeo d'Aosta, secondogenito di re Vittorio Emanuele II di Savoia, sbarcò a Cartagena, per dirigersi poi a Madrid, con la moglie Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, per essere nominato re di Spagna, aveva già contro buona parte dell'establishment spagnolo ed era già morto il generale Juan Prim, suo principale sostenitore. Cattolico, cresciuto all'ombra del pensiero liberale di Camillo Benso di Cavour, per cui sostenitore della separazione dello Stato dalla Chiesa, il giovane futuro re era già solo per questo inviso ai settori più reazionari del Paese. Al potere ecclesiastico per essere figlio di chi aveva messo fine allo Stato Pontificio e per sostenere le confische dei beni della Chiesa; ai simpatizzanti dei Borboni per essersi messo di mezzo nella disputa tra i sostenitori di Isabel II e i carlistas con il suo regno, e per essere figlio di chi aveva tolto il trono ai Borbone Due Sicilie; ai repubblicani per evidenti ragioni.
A raccontare l'effimero regno spagnolo del principe italiano c'è un film, Estrella fugaz (Stella cadente), che arriverà nei cinema spagnoli a dicembre e che è firmato da Luis Miñarro, 64enne produttore al suo esordio alla regia. Un esordio evidentemente tardivo, ma dovuto a una giovanile passione per il re "che in Spagna non voleva nessuno": intorno ai 10 anni Miñarro ebbe in regalo dalla nonna una moneta con l'effigie del re italiano e da allora rimase affascinato dalla sua figura. Fino a farne, una cinquantina d'anni dopo, un film. "Amedeo è una figura controversa e quasi nessuno lo voleva in Spagna, ancora meno dopo l'assassinio di Prim, il suo principale sostenitore. Ma lui prende coscienza di questo rifiuto, una cosa che tutti abbiamo sperimentato prima o poi" spiega Miñarro a El Cultural, supplemento di El Mundo "Mi interessa la prospettiva più personale del monarca, come cerca di stabilire i suoi ideali di bellezza, la sua visione di come dovrebbe essere il mondo. Ma non c'è un ricettore adeguato, alla società non interessa". 
Miñarro è affascinato dalla figura di questo re donnaiolo e progressista, incapace di mediare tra le forze dell'establishment spagnolo e così lucido da aver individuato i mali del Paese ed è anche convinto che avrebbe potuto cambiare la storia della Spagna: "Se fosse riuscito a imporre i suoi ideali, avrebbe cambiato la storia del Paese, dato che fu capace di identificarne i mali con precisione, nel suo discorso di rinuncia: gli stessi spagnoli e la loro incapacità di riconciliarsi". 
Che la Spagna malandata di questi anni affondi le proprie radici non solo negli errori della Transición, ma, soprattutto, nei fallimenti del XIX secolo? Pochi anni fa, al presentare El Asedio (in italiano Il giocatore occulto), Arturo Pérez Reverte lamentava la Spagna che poteva essere e non è stata, con la Costituzione di Cadice del 1812, la prima Costituzione liberale d'Europa, modello per i Paesi sudamericani via via indipendenti e per la stessa Italia, sulla via dell'unificazione; una Spagna che ha spinte progressiste immediatamente inghiottite dalla reazione più becera, per cui alla Costituzione di Cadice si preferì re Fernando VII, il Desiderato, che riportò il Paese nelle grinfie dei latifondisti e della Chiesa più oscurantista. E, mentre l'Impero declinava, si rifiutarono le proposte progressiste di Amedeo di Savoia, costringendolo all'esilio e, dopo l'effimera I Repubblica, il Paese terminò di nuovo nelle mani dei poteri di sempre, la Monarchia, la Chiesa, il latifondismo, che rifiutavano la modernizzazione. Una storia che sembra ripetersi eternamente, anche in questi anni.
Amedeo I è interpretato da Alex Brendemühl, nel cast del film anche l'almodovariana Lola Dueñas e Bárbara Lennie, vista come la regina Juana del Portogallo nella serie Isabel. Curiosamente, il film è stato girato soprattutto nel Castello di Federico II, a Bari. Miñarro non crede che Estrella fugaz conquisterà i botteghini spagnoli, nel suo Paese, sostiene, manca l'interesse per il cinema storico (Guerra Civile a parte), nonostante la Spagna abbia una storia molto ricca. "Non mi sorprenderebbe se questo film avesse maggiore successo in altri Paesi" commenta a El Cultural.
Leggendo l'articolo che El Cultural dedica a Estrella fugaz, diventa inevitabile cercare con curiosità l'ultimo discorso di re Amedeo I al Parlamento spagnolo, prima della partenza per Lisbona e il ritorno in Italia. 

Grande è l'onore che la Nazione spagnola mi ha fatto, scegliendomi per occupare un trono... Credevo che alla breve esperienza della mia vita nell'arte del comando, potevo supplire con la lealtà del mio carattere, e che avrei trovato potente aiuto per scongiurare i pericoli e vincere le difficoltà che non si occultano alla mia vista, nella simpatia di tutti gli spagnoli amanti della patria... Riconosco che mi hanno ingannato i miei buoni auspici. Sono passati due lunghi anni da quando ho cinto la Corona di Spagna, e la Spagna vive una lotta costante, vedendo ogni giorno più lontana l'era di pace a cui ardentemente anelo. Se fossero stranieri i nemici del suo destino, allora, alla guida di questi soldati così valorosi, sarei il primo a combatterli; ma tutti quelli che, con la spada, con la piuma, con la parola, aggravano e perpetuano i mali della Nazione, sono spagnoli, tutti invocano il dolce nome della Patria, tutti lottano e si agitano per il suo bene e, tra il fragore del combattimento e il confuso, assordante e contraddittorio clamore dei partiti, tra tante e tante opposte manifestazioni dell'opinione pubblica, è impossibile indovinare qual è quella vera e più impossibile ancora trovare rimedio a tanti mali. L'ho cercato avidamente nella legge e non l'ho trovato. Fuori dalla legge, non lo cercar chi ha promesso osservarla. Queste sono, signori Deputati, le ragioni che mi muovono a restituire alla Nazione, e nel suo nome a voi, la Corona che mi ha offerto il voto nazionale, rinunciando ad essa per me, per i miei figli e successori. State sicuri che, al separarmi dalla Corona, non mi separo dall'amore per questa Spagna tanto nobile come sfortunata, e che non porto altro dispiacere che non essermi stato possibile procurarle tutto il bene che il mio cuore leale sognava per lei. 

Palazzo di Madrid, 11 febbraio 1873

giovedì 19 aprile 2012

Vent'anni dopo la Expo92, Siviglia non ha ancora conquistato la Cartuja

Non solo il Bicentenerio della Costituzione del 1812, la più liberale del suo tempo, in questo 2012 della Spagna più triste della democracia, ma anche il Ventennale dalla Expo Universale di Siviglia e dalle Olimpiadi di Barcellona, i due momenti in cui la Spagna della democracia ha presentato al mondo, innamorandolo, la sua vivacità, la sua cultura e il suo desiderio di apertura.
A Siviglia, la Expo92 apriva vent'anni fa in questi giorni, il 20 aprile, ma la crisi fa sì che non ci siano in programma eventi speciali per ricordare l'anniversario. Ne parlano però, inevitabilmente, i media locali, che cercano di vendere la Expo92 come un successo internazionale per l'immagine della città, finalmente libera dalla triade Semana Santa-Feria de Abril-Rocio e finalmente proiettata verso la modernità, le nuove tecnologie, la ricerca e lo sviluppo.
Lo scopo finale della Expo92 era quello di restituire a Siviglia uno spazio cittadino fino ad allora dimenticato. Così come la Expo Iberoamericana del 1929 aveva ridisegnato i quartieri che si protendono verso Sud, restituendo alla città il Parque de Maria Luisa e i suoi dintorni, l'Expo92 aveva riprogettato la Isla de la Cartuja, con i padiglioni internazionali e i nuovi ponti sul Guadalquivir. Vent'anni dopo si può considerare che l'operazione sia stata un successo? Se si paragona l'integrazione degli spazi della Expo92 alla città con quelli della Expo29, si può dire che è stato un fiasco. L'Expo Iberoamericana ha regalato a Siviglia padiglioni di grande fascino, un parco cittadino molto frequentato e uno dei simboli più amati e più turistici, la plaza de España. La isla de la Cartuja continua a essere uno spazio isolato, in cui si va apposta, nonostante la vicinanza con il centro storico.
In realtà la Cartuja non è una vera isola, è una penisola che si protende tra il canale del Gualdaquivir, su cui si affacciano Siviglia e Triana, e il vero fiume, che scorre alle spalle di Triana e che si unisce con il suo canale più a sud, già fuori città. Il suo ingresso è segnato dalla inguardabile Torre Triana, un edificio rotondo e tozzo che ha rovinato il panorama settentrionale della città dai ponti di Triana e di San Telmo, e presto sarà sottolineato dalla Torre Pelli, un grattacielo in costruzione, che ha suscitato vivaci polemiche perché sarà più alto della Giralda, l'antico minareto mudéjar lasciato dal dominio musulmano e simbolo della città, e perché sta mettendo a rischio il titolo di Patrimonio dell'Umanità concesso dall'UNESCO all'intero centro storico. Subito dopo c'è il Monastero de Santa María de las Cuevas, che nella sua lunga e accidentata storia è stato sede religiosa (in essa passò anche Cristoforo Colombo), laboratorio di ceramiche e, attualmente, sede del Museo d'Arte Conteamporanea Andalusa (non perdetelo, se andate a Siviglia). Gli alti camini di laterizio dell'antica fabbrica si vedono dall'altra parte del fiume, emergono dalla grande macchia verde, insieme a edifici dalle architetture vagamente fantascientifici e dalla destinazione d'uso misteriosa anche per molti sivigliani. All'interno della isla due grandi avenidas, parallele al Guadalquivir e assolate d'estate, collegano i padiglioni della Expo rimasti in piedi. Sono avenidas che impressionano perché sono quasi sempre deserte e, soprattutto nei caldi pomeriggi di primavera o d'estate, fanno sentire al centro di qualche film di suspense: non essendoci passanti, ai pochi che si avventurano può succedere di tutto. Se avete bisogno di informazioni perché vi siete persi o perché state cercando un padiglione in particolare, mucha suerte: dovete suonare ai citofoni su cancelli di spazi che sembrano abbandonati e possono aprirvi guardie che non hanno la minima voglia di rendersi utili o che hanno tanta voglia di chiacchierare che manca solo attacchino a parlare di Betis o Barça.
La vita della Cartuja si svolge tutta dentro ai padiglioni rimasti in piedi, che ospitano uffici e piccole aziende specializzate soprattutto in ricerca e sviluppo. Secondo Isaías Pérez Saldaña, presidente di Cartuja93, la società fondata per gestire il dopo-Expo della Isla, ci sono 377 imprese, che contano su circa 16mila dipendenti, la maggior parte laureati e al 52% donne; tutte insieme fatturano ogni anno circa 2 miliardi di euro, con una crescita del 4,5% annuo, nonostante la crisi. Al suo interno ci sono un hotel di lusso, il Barceló Renacimiento, un Auditorium, il Rocio Jurado, utilizzato per buona parte dei concerti di musica pop, un parco d'attrazioni, la Isla Mágica, alcune Facoltà dell'Università, tra cui la Escuela Técnica Superior de Ingeniería, uno stadio chiamato Olimpico e inutilizzato, perché né il Sevilla né il Betis hanno voluto lasciare i loro storici stadi dei quartieri di Nervión e di Heliópolis.
Lo scopo fondamentale, quello di trovare una destinazione d'uso ai padiglioni costruiti, è stato sostanzialmente raggiunto: la previsione era che il 30% dei padiglioni venisse riutilizzato; al momento la percentuale copre il 66%, nonostante si siano abbattuti padiglioni che potevano essere di grande prestigio architettonico, come quelli del Vaticano o del Giappone. Secondo Carlos Telmo, che fu responsabile delle visite VIP della Expo, l'abbattimento dei padiglioni fu un grande errore: "Eccetto quello dell'Andalusia, hanno distrutto tutti i padiglioni regionale. Il Giappone ha regalato il suo padiglione al Governo spagnolo e fu deciso di abbatterlo. Un vero peccato". Anche perché, Telmo non lo dice, ma si sa, Tadao Ando, l'architetto del padiglione, vinse pochi anni dopo, nel 1995, il Premio Pritzker, il più importante dell'Architettura. Insomma, la Cartuja avrebbe avuto tra le mani un edificio che sarebbe potuto diventare meta di pellegrinaggio degli appassionati di architettura.
Se, guardandola dall'esterno, pensiamo che la Cartuja sia un'area perduta e abbandonata, è perché non la conosciamo. Il vero problema della Cartuja è, in realtà, quello che caratterizza qualunque quartiere di una città europea: la mancanza di parcheggi. E, al guardarla dall'altro lato del fiume o camminando nelle sue avenidas, non si direbbe mai. Ed è questo il grande errore comunicativo della Isla de la Cartuja: non riesce a stabilire un rapporto con la città. E sì che i questi vent'anni non sono mancate le iniziative per raggiungere lo scopo: è stata costruita una bella piattaforma lignea, parallela alla riva del fiume, per passeggiare quasi al livello del Guadalquivir, ammirando il Giardino Americano, inaugurato un anno fa, per ricordare le specie vegetali americane mostrate durante la Expo92 (nascosta da qualche parte c'è anche la coca). Pochi mesi fa è stato inaugurato il Museo della Navigazione, che ricostruisce l'interno dei grandi galeoni che navigavano tra l'America e Siviglia, riproducendo le sensazioni e i diari degli equipaggi dell'epoca. Però rimane il fatto che, chiusi gli uffici e i Musei, la Cartuja è uno spazio che non si frequenta, che non si pensa come quartiere di Siviglia, come sono invece considerati i padiglioni della Expo del 29, per esempio. Ha ragione il professor Víctor Fernández Salinas quando dice che "Siviglia non ha colonizzato mentalmente la Cartuja". Ed è incomprensibile che, all'essere geograficamente così vicina, sull'altro lato del fiume, di fronte al vivacissimo quartiere di San Lorenzo e accanto all'altrettanto vivace e storica Triana, sia poi culturalmente e mentalmente così lontana. Non è un sentimento solo sivigliano, ma anche dello straniero, che la vede come uno spazio comunque estraneo. Forse perché non risponde agli stereotipi su Siviglia a cui siamo comunque abituati: architetture bianche e inferriate di ferro battuto, bar dall'aspetto familiare, con bancone in legno e azulejos, palme verso il cielo e profumo d'arancia e di azahar nelle giornate di primavera.
Tra le soluzioni proposte per conquistare definitivamente la Cartuja, c'è la costruzione di un quartiere residenziale, magari di lusso, affinché ci sia vita anche di notte. Probabilmente per i palazzinari è la soluzione, ma è difficile dire se poi i sivigliani e i turisti riconoscerebbero come propria la Cartuja, così estranea alla storia e all'immagine di Siviglia, così come fanno con il Parque de Maria Luisa, la plaza de España e i bei padiglioni precolombiani che punteggiano di qua e di là la città che corre verso sud, lungo l'Avenida de las Palmeras.
La Isla de la Cartuja, con i padiglioni della Expo92 e il Monastero de Santa María de las Cuevas, oggi, dalla Torre Pelli in costruzione, dalla bella galleria fotografica di diariodesevilla.es, dedicata al progresso dei lavori del grattacielo.





domenica 18 febbraio 2007

Una giornata a Cadice, la porta dell'Europa

Immaginatevi una baia magnifica, dal suo lato meridionale parte una striscia di terra a chiuderla, e poi, poco oltre la metà, si dilata in una piccola gemma. Lì i Fenici fondarono Gadir, diventata poi Cadice, la prima città d'Europa e uno dei gioielli d'Andalusia trascurati dal turismo. Ci sono due modi per arrivare a Cadice. Dalla terraferma, attraverso la moderna Avenida Juan Carlos I, fiancheggiata da modernissimi edifici, che di tanto in tanto lasciano intravedere, da un lato e dall'altro, l'Oceano Atlantico e la Bahia de Cadiz. Da El Puerto de Santa Maria, una graziosa cittadina sull'estuario del Guadalete, a bordo di un'imbarcazione che attraversa la Bahia e arriva al porto: imperdibile è il passaggio dalle acque tranquille del fiume a quelle tempestose dell'Oceano. Ricordo la sensazione di vertigine per le onde, la fuga e le risate dei passeggeri dalla prua invasa dalle alte onde dell'Oceano e il profilo di Cadice sempre più vicino. Una breve crociera di 40 minuti e il panorama di una delle baie più belle d'Europa, con le sue suggestioni e le sue storie: di lì sono passati i Fenici in cerca di terre oltre le Porte d'Ercole, i traffici d'ambra tra il Mediterraneo e il Mare del Nord, Roma e Cristoforo Colombo, pirati berberi e inglesi in attesa dei galeoni carichi dell'oro delle Americhe.
Cadice è la porta dell'Europa.
Eppure passeggiando all'ombra delle sue graziosissime callezuelas è semplicemente Andalusia. Forse perché è una città di mare, ama i colori, le sue case sono verdi, rosa, gialle, i toni sono lievi, per riflettere meglio la luce nelle giornate di sole atlantico. Dicono che alcuni suoi scorci ricordino L'Avana ed è per questo che vi girano molti film ambientati a Cuba. Gli stessi colori dolci di fronte al sole, la stessa luce tropicale, la stessa violenza azzurra dell'Oceano. Un Oceano che penetra anche nel cuore della città, nelle vie strette in cui non entra mai il sole, in cui uno teme di perdersi perché non sa mai dove finiscono e, all'improvviso, il profumo del mare, che da solo mette allegria, come se non bastassero la luce del sud, i balconi in ferro battuto, le eleganti verande di legno e un gruppo di andalusi seduti in un bar che si beve una cervecita spiluccando aceitunas y caracoles, olive e lumache, mentre da qualche parte, non troppo lontano, qualcuno sta ascoltando un flamenco.
Cadice è una città di musica. Basti pensare che si sente gaditano Alejandro Sanz, madrileno di nascita, con genitori di qui e un accento che più gaditano non si può. Andy & Lucas, duo di moda tra le adolescenti, cantano flamenquito e primi amori sulle spiagge della loro Cadice, a cui hanno dedicato la bellissima Un rinconcito del Sur (Un posticino del Sud). La Niña Pastori, la voce più bella del nuovo flamenco, le ha dedicato, Cai, scritta per lei da Alejandro Sanz. Cai è l'abbreviazione andalusa di Cadiz, il nome spagnolo della città (gli andalusi tendono a non pronunciare l'ultima consonante delle parole e la d intervocalica). Cai, por la madrugá, como huele a sal, mi Cai (Cadice, all'alba, come sa di sale, la mia Cadice). Le parole più belle e che meglio descrivono la città, la sua passione per la vita e il suo stretto rapporto col mare. Pasión Vega, un'altra splendida voce flamenca, nata a Madrid, cresciuta a Málaga e finita a Cadice, ha aperto ieri il Carnevale cittadino dicendo di aver scelto di vivere lì "perché così lo ha deciso il mare". C'è spiegazione più poetica?
Ma non cercate solo il flamenco o la quiete delle sue plazas, con le palme e i cuculi, o l'ombra delle vie che portano al mare. Siete nella città più liberale di Spagna, anche se adesso guidata dai conservatori, eccezione nella rossissima Andalusia. E' a Cadice, che non cadde nelle mani di Napoleone, che nel 1812 il Parlamento fedele al re promulgò la prima Costituzione d'Europa, ispirata ai principi di libertà, uguaglianza e sovranità popolare e presa poi a modello dal Risorgimento italiano. Lo ricorda una grandiosa colonna nell'elegante e un po' isolata plaza de España e, soprattutto, la chiesa di San Filippo Negri, nella cui bellissima sala ottagonale di impianto barocco si riunì il Parlamento ribelle per legiferare (nella chiesa c'è anche una splendida Immacolata di Murillo). Siete nella città che controllava i traffici con le Americhe e che su questo basò il suo splendore, perdendolo, come lo perse la Spagna che non seppe investire quelle enormi ricchezze, non appena cessò il loro flusso. La sua decadenza è nell'aria, dolce come il profumo delle bougainvillee di plaza Candelaria. Di quell'epoca dorata rimangono gli eleganti palazzi settecenteschi delle sue plazas; la Torre Tavira, da cui si gode una fantastica vista sui tetti piani della città e che è l'unica sopravvissuta delle 160 torri cittadine che nel XVIII secolo controllavano la Bahia; la grandiosa Cattedrale, che appare improvvisamente da un reticolo di viuzze a saliscendi piene di negozietti e di profumi di pasticceria; è imponente, immanente e affascinante. Dietro ci sono il teatro romano (hanno appena trovato anche tracce di un tempio fenicio) e l'Oceano.
Ecco, non lasciate Cadice senza prima aver fatto una passeggiata lungo i bastioni che la proteggono lungo tutto il perimetro. Dalla Cattedrale fino al porto. In mezzo i due forti di Santa Catalina e San Sebastián, quest'ultimo, proteso nel mare, è collegato alla città da una sottilissima striscia di terra che è la delizia dei fotografi: da lì si scattano le più belle foto dei tramonti gaditani e, nelle giornate d'ira dell'Oceano, delle più violente onde che si abbattono contro i bastioni. Poco oltre c'è la Caleta, la playa dei gaditani, una piccola insenatura chiusa d'inverno da decine di barche di pescatori, che danno al panorama un'atmosfera senza tempo.L'ultima volta che sono stata lì, poche settimane fa, mi Cai mi ha regalato uno dei più bei tramonti che abbia mai visto, lentissimo e rossissimo, con i gaditani affacciati sul lungomare a guardarlo come se fosse la prima volta. Cercate di non avere mai un autobus che vi aspetta all'ora del tramonto, a Cadice.

sabato 11 agosto 2012

Rafa Nadal e Xisca, a cena con re Juan Carlos, a Palma di Maiorca

Grande sorpresa, ieri sera, al ristorante Flanigan di Calvià , a Maiorca, quando tra i clienti si sono visti re Juan Carlos in compagnia di Rafael Nadal e Xisca Perelló, la sua fidanzata. E' stata una cena privata, che il sovrano ha voluto celebrare, chiamando personalmente il tennista per invitarlo, per conoscere da vicino lo stato d'animo del più amato dei campioni spagnoli, dopo la lesione al ginocchio che gli hanno impedito di partecipare alle Olimpiadi e, è annuncio di pochi giorni fa, al Torneo di Cincinnati.
Al tavolo con i tre, anche due medici che hanno in cura Rafa, il traumatologo Mikel Sánchez e lo stomatologo Eduardo Anitúa, e le loro mogli.
Il tennista spera di fare ancora in tempo per presentarsi agli Open USA di settembre, re Juan Carlos continua le vacanze a Marivent, dove il 14 agosto riceverà Mariano Rajoy, anche se oggi sarà a Cadice, per assistere alla corrida del Bicentenario della Costituzione del 1812.

sabato 24 novembre 2012

La Voz Árabe, la cittadinanza ai sefarditi e i moriscos, nella Spagna multiculturale

E' uscito ieri in Spagna il primo numero de La Voz Árabe, una testata gratuita al momento quindicinale, ma presto settimanale, che racconta all'opinione pubblica "la realtà sociale, economica, politica, religiosa e culturale della comunità araba che vive in Spagna e, allo stesso tempo, la realtà di questo Paese attraverso il prisma con cui la sente, la percepisce e la vive questa comunità". La Voz Árabe viene distribuito al momento in 500 punti di grande concentrazione araba, nelle Comunidades a maggior presenza di questa comunità, Madrid, Catalogna, Andalusia e Comunitat Valenciana. Per la casa editrice, Andalus Media, una testata come La Voz Árabe è molto importante in questo periodo in Spagna, nonostante la crisi economica, perché c'è l'esigenza di "costruzioire un ponte di comunicazione interculturale tra una delle comunità straniere più antiche di Spagna e il resto della società"; la comunità araba ha infatti "la sua peculiarità, come tutte e ognuna le comunità presenti in Spagna" e per questo merita di essere sottolineata, anche solo "per risaltare la ricchezza che apporta a questo mosaico culturale che è diventato il tessuto sociale spagnolo". E' una comunità, sottolineano ancora gli editori, di cui si parla tanto, ma che poche volte ha l'opportunità di parlare, esprimersi e interagire con il suo intorno "ma ha una voce e ha il diritto di usarla", perciò sperano che la testata si trasformi "in uno strumento di buona e fluida integrazione tra i cittadini di origine araba e il resto della società spagnola e, nel futuro, nel nesso do comunicazione tra il mondo arabo e quello iberoamericano".
Ci sono, a volte, coincidenze curiose. La Voz Árabe ha visto la luce nei giorni in cui il Governo ha annunciato la concessione della cittadinanza spagnola automatica a tutti gli Ebrei sefarditi che ne faranno richiesta. I sefarditi sono gli Ebrei di origine spagnola, espulsi dalla Penisola nel 1492, dai Re Cattolici, che avevano completato la Reconquista, con la vittoria su Boabdil, ultimo sovrano musulmano di Granada. La diaspora dei sefarditi fu totale: trovarono rifugio in Europa, nel Nordafrica e, soprattutto, nell'Impero Ottomano, il più tollerante con i Giudei. Con sé portarono un ricco patrimonio di saperi e di cultura, e una lingua, che continuano a parlare ancora oggi, ricordando agli spagnoli il castigliano antico. L'espulsione danneggiò entrambe le comunità, quella spagnola, che perse artigiani e commercianti di grande esperienza, ritrovandosi impoverita e incapace, quella sefardita, da allora nostalgica e triste, per la patria perduta (la musica e la letteratura sefardite, che tanto spazio hanno nell'Andalusia che vuole ricostruire le sue tre culture, sono un canto al dolore dell'espulsione).
Il riconoscimento della cittadinanza spagnola dei Sefarditi è una vecchia aspirazione spagnola, iniziata da Felipe Gonzalez, frenata sotto Zapatero e ripresa adesso da Rajoy. I maligni dicono che il Governo si è ricordato dei Sefarditi perché ci sono 1 milione di case vuote da vendere a tutti i costi per risalire la china dell'economia in crisi (pochi giorni fa è stata promessa la residenza automatica in Spagna a chiunque spenda dai 160mila euro in su nell'acquisto di una casa, con uno sguardo speranzoso verso i magnati russi e cinesi). Ma, sia quale sia la reale motivazione del Governo, appare giusto riconoscere un torto storico, a una delle più antiche comunità residenti in Spagna, la cui unica colpa è stata la differenza religiosa.
Solo che viene da chiedersi immediatamente: e i moriscos? Ci sarà il riconoscimento automatico della cittadinanza anche per i musulmani di Spagna, costretti alla conversione dalla Santa Inquisizione, prima della loro definitiva espulsione dalla Penisola, nel 1812? I moriscos erano contadini e artigiani, avevano con sé l'antica sapienza araba nella coltivazione dei terreni e nella realizzazione di manufatti; quando furono espulsi, le campagne abbandonate dell'Andalusia e della costa mediterranea si impoverirono per decenni. L'espulsione dei moriscos danneggiò la Spagna, privandola dell'antico sapere arabo dello sfruttamento dei campi e dell'artigianato più raffinato e danneggiò i moriscos, costretti a mendicare ospitalità nei regni fratelli nordafricani, che spesso li accolsero con stragi immani, non appena sbarcati con tutte i loro averi sulle coste del Mediterraneo meridionale.
L'epopea morisca è raccontata in uno splendido libro di Ildefonso Falcones, La mano de Fatima (su amazon.it in spagnolo e in italiano). E' lungo 900 pagine, ma si leggono tutte di un fiato e, attraverso la storia di Hernando, sospeso tra due religioni, e di Fatima, la donna di cui è innamorato, si ripercorrono i decenni che portarono all'espulsione morisca, dall'intolleranza della Chiesa Cattolica, agli inutili tentativi di convivenza tra comunità che diffidavano ormai le une delle altre. Anche contro i moriscos la Spagna ha compiuto un'ingiustizia storica, che non ha mai tentato di riparare. Ai discendenti dei moriscos, che abitarono il suolo spagnolo per oltre otto secoli e che fecero di Al Andalus uno dei regni più prosperi della Penisola, non è mai stata offerta alcuna cittadinanza.
E chissà quanto contano, in tutto questo, la buona stampa di cui gode la comunità ebraica, grazie al suo potere, e la pessima immagine della comunità islamica, che i media identificano sempre e solo con il terrorismo e il fanatismo (non dimenticherò mai il torvo José Maria Aznar, che ai tempi dell'invasione dell'Iraq ebbe la facciatosta di dire che "i musulmani non hanno mai chiesto scusa per otto secoli di dominazione sulla Penisola", dimenticando, manipolatore, ignorante e intollerante, tutto quello che la Spagna del XXI secolo deve alla comunità musulmana, a cominciare dal suo monumento più visitato, l'Alhambra).
Benvenute siano voci nuove, come La Voz Árabe, a cercare di ristabilire nuovi equilibri, in una Spagna di nuovo multiculturale, che però non è più Al Andalus.

lunedì 20 maggio 2013

Una settimana in Andalusia: cosa vedere e dove fermarsi, tra Siviglia e Córdoba

Ultimamente ho avuto l'opportunità di parlare con varie persone che intendono passare una settimana in Andalusia. Il dilemma più comune è come riuscire a visitare la triade Siviglia-Córdoba-Granada, aggiungendo magari qualcos'altro, di passaggio. Così ho pensato di scrivere un post sull'argomento. E chiarisco subito: visitare le tre città d'arte volendo avere idea di ognuna di esse e volendo darsi il tempo di godersi istanti, profumi, scorci, il tempo che passa, è altamente sconsigliabile. Perché?
C'è un magnifico verbo della lingua spagnola che ho imparato ad apprezzare proprio in Andalusia: disfrutar. Disfrutar è qualcosa tipo godere, apprezzare con consapevolezza. In Andalusia ho imparato a disfrutar, passeggiando sulle mura fortificate che guardano l'Oceano Atlantico di Cadice, stando seduta su una panchina di una plaza di Siviglia, mangiando i churros in una plaza di Granada. L'Andalusia è fatta di piccole cose quotidiane, che, tornati a casa, rimarranno in testa più dei patios dell'Alhambra o dell'Alcázar di Siviglia (quanti, dopo un tour de force andaluso, li confondono, al rivedere le foto?!). 
Se volete avere idea dell'Andalusia in una settimana, lasciate perdere Siviglia-Córdoba-Granada e scegliete una parte della regione, per dedicarvi a essa con calma, permettendovi anche il lusso di perdere tempo (perché in Andalusia il tempo non è mai perduto). Per esempio.
Dedichiamoci all'Occidente. Ci sono due città principali a cui fare riferimento: Siviglia e Córdoba. Per entrambe dovete calcolare almeno due giorni (no, se l'idea è arrivare a Córdoba, visitare la Moschea, farvi due foto davanti al Ponte Romano e poi andarvene, questo post non è per voi).
A Siviglia è indispensabile vedere la Cattedrale e i Reales Alcázares. Ma se dedicate un paio di giorni alla città, potrete scoprire Musei di grande fascino, come il Museo de Bellas Artes, il Museo Arqueológico o il Centro de Arte Mudéjar, che vi parleranno ognuno di una Siviglia diversa e dipenderà dai vostri gusti: il primo rende omaggio al ruolo di Siviglia nella pittura spagnola, il secondo raccoglie reperti romani e ispanici della provincia e il terzo offre una delle rare raccolte di arte mudéjar che si possano vedere in Spagna. Il consiglio è di vederne almeno uno, in base ai vostri gusti e alle vostre curiosità.
E se amate l'insolito e volete uscire un po' dai soliti canoni sul capoluogo andaluso, potrete scoprire il quartiere dell'Expo92, con il suo delizioso Giardino Americano, sulle rive del Guadalquivir, e con il suo Padiglione della Navigazione, che ricrea le sensazioni della navigazione e rende omaggio alla scoperta dell'America. Potreste addirittura lasciare il centro storico e il Guadalquivir, per arrivare al Poligono de San Pablo, il quartiere dormitorio che è stato recentemente abbellito con giganteschi murales firmati da alcuni degli artisti più importanti del mondo e che si è così trasformato in una sorta di grande Museo all'aperto. Il più grande d'Europa, giurano i sivigliani. Non ci sono mappe che aiutino a individuare i murales e può essere un gioco cercare di scoprirli (si trovano quasi tutti intorno all'Avenida la Soleá), con l'aiuto degli abitanti di San Pablo, che li segnalano volentieri ai turisti; al fondo dell'Avenida, in calle Sinai, inizia una sorprendente Siviglia di architetture basse, ridenti e colorate, ricca di piccoli negozietti quotidiani, dall'ortofrutta alla lavanderia, dall'edicola all'idraulico, dall'arredamento al bazar cinese. E' una Siviglia inaspettata e autentica, un quartiere che sa di antico paese, in cui i flussi turistici non arrivano e che ha un fascino gentile, che quando si arriva nella moderna Avenida Luis Montoto, dispiace un po' lasciare andare (e sarebbe davvero un peccato perdersi questa passeggiata, per correre verso un paio d'ore in un'altra città).
A Córdoba è indispensabile vedere la Mezquita e la Medina Alzahara. Su Rotta a Sud Ovest si è ampiamente parlato di entrambe, per cui gli aficionados sanno che il consiglio è di non perdersi la visita notturna alla Moschea e di visitare la Medina Alzahara con gli appositi autobus messi a disposizione dall'Ufficio del Turismo di Córdoba (nel prezzo del biglietto, 7,50 euro, sono compresi anche una piccola guida illustrata in italiano e l'ingresso al Museo e al sito archeologico di Medina Alzahara). Ma Córdoba può offrire i resti del suo passato romano, con il grandioso tempio della calle Claudio Marcelo, che ancora oggi, in mezzo agli edifici moderni, dà idea del magnifico potere di Roma nelle sue province periferiche; si possono scoprire le sorprendenti analogie tra le plazas Mayor delle città castigliane e la plaza de la Corredera, dove si tennero le prime corride e in cui si vive ancora la sua vocazione commerciale; si può ripercorrere la storia dei leggendari patios cordobesi nei ben dodici patios conservati nel magnifico Palacio de Viana, tutti uno diverso dall'altro; si può  respirare l'eterno dall'altro lato del Guadalquivir, al vedere il Ponte Romano, oggi pedonale, su cui troneggia la Moschea, sovrastata dalla costruzione della Cattedrale cristiana; si può ritrovare Cervantes, nelle piccole piazze che hanno ispirato i suoi racconti; ci si può perdere nei meravigliosi giardini del suo Alcázar e si può tornare al presente lungo le vie commerciali che ruotano intorno alla plaza de la Tendillas e nell'Avenida del Gran Capitán (sul suo prolungamento, nel Paseo de la Victoria, trovate anche il Mercado Victoria, il primo mercato-gourmet dell'Andalusia, in una deliziosa architettura di vetro e acciaio). 
Ci sarebbero ancora due giorni da trascorrere in Andalusia. E Cadice si merita un'intera giornata. Non esiste l'Andalusia senza aver visto l'Oceano dalle mura fortificate di Cadice, senza aver sentito il profumo dell'Atlantico da una delle calles del cuore della città, senza aver piluccato tapas in una delle sue plazas frondose. E sì, l'Andalusia è fatta anche di queste cose, non solo di musei e chiese da visitare e da confondere il giorno dopo. Visitate la grandiosa Cattedrale, arrampicatevi sulle sue torri, per godere il panorama della Bahia e il suo chiarore intenso di città meridionale, poi perdetevi nelle stradine che portano alla plaza de las Flores, non perdetevi la vitalità della plaza de San Antonio e concedetevi qualche tapas nella plaza de la Mina, sulla quale si affaccia anche il Museo di Cadice, che dà un'idea della millenaria storia gaditana: tra i suoi reperti ci sono le splendide sculture funerarie di una coppia fenicia. Fate una scappata nell'Oratorio della chiesa di San Felipe Neri, che conserva quadri illustri e uno stile neoclssico e che, soprattutto, ha ospitato il Parlamento spagnolo, durante la redazione della Costituzione del 1812, la prima Costituzone liberale d'Europa, mentre la Spagna era occupata dalle truppe napoleoniche. Se possibile, non perdetevi il tramonto nell'Oceano gaditano. 
Tra Siviglia e Cadice c'è Jerez de la Frontera, a cui rendo mentalmente grazie ogni volta che passo, per il titolo mondiale di Jacques Villeneuve contro Michael Schumacher, nel 1997. Prima della crisi economica Jerez traspirava benessere da ogni mattone del suo piccolo e delizioso centro storico andaluso, adesso le cose sono meno facili anche per la città dello sherry e dei Domecq, ma i turisti possono contare sempre sull'Alcázar e sulla Cattedrale. Trovarli aperti è un'impresa che mi è riuscita solo una volta, che non è stata la stessa, ma in entrambi i casi è valsa la pena. Nel quartiere di San Miguel, che si inerpica sulla collina davanti alla Cattedrale, è nato il flamenco (ok, in Andalusia, da Granada verso Occidente non c'è paesino che non vanti le origini del flamenco, ma almeno Jerez può vantare di aver dato i natali a cantaores e bailaores di grande fama e popolarità, prima su tutti, Lola Flores). Se vi affascinano lo sherry e la sua cultura, potete visitare le bodegas delle numerose case che hanno la loro sede a Jerez. González Byass, papà di Tio Pepe, porta i turisti anche nei vigneti e offre visite in varie lingue. 
Oltre a Jerez, inerpicandosi nella Sierra di Cadice, ci sono Arcos de la Frontera e Ubrique, due dei più famosi pueblos blancos, villaggi bianchi, con il loro impianto arabo, le loro chiese costruite sulle antiche moschee e le loro casette bianche di balconi e verande in ferro battuto; Ubrique è famosa in tutta la Spagna per la lavorazione della pelle: se ti dicono che una borsa o un portafoglio è di piel de Ubrique, ok, allora è di massima qualità. 
Tra Siviglia e Córdoba ci sono Carmona ed Écijas. La prima ha una storia millenaria, vanta una delle più importanti necropoli romane dell'Andalusia e conserva una grandiosa porta araba, protetta da mura impressionanti per quanto sono possenti; la seconda è famosa per le altissime temperature che raggiunge d'estate e per le sue numerosissime chiese. Entrambe hanno piccole piazze profilate d'aranci e con sedie in ferro battuto in cui è bello prendersi il fresco e riposare ed entrambe sono consigliabilissime per una giornata fuori città e per un'Andalusia autentica e lontana dagli schemi. 
Ultimamente mi hanno molto parlato di Medina Sidonia e Vejer de la Frontera due cittadine dell'entroterra gaditano, entrambe cariche di storia e di grande fascino. Non le conosco se non di nome, ma la prima ho intenzione di vederla al più presto: ha addirittura nel nome una sintesi dell'Andalusia. Medina è infatti la parola araba che significa città e Sidonia è addirittura una rievocazione fenicia, perché da queste parti, a poca distanza dall'Oceano, i fenici ci sono ancora, tremila anni dopo il loro arrivo. Se continuiamo, una settimana non è sufficiente neanche se ci si muove sull'asse Córdoba-Siviglia-Cadice, lungo il Guadalquivir.
PS Questo è il link per il post su una settimana tra Granada e l'Andalusia orientale.